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“Quote Blu” in azienda: mi è sembrato di vedere un Uomo!

Creato il 15 marzo 2012 da Weesh_growing_ideas @Weesh_web

Al Bar delle Specie Protette incontro la foca monaca, una mia ex fiamma. È lì, appoggiata al bancone, assorta nei pensieri.

Faccio segno al rinoceronte albino di portarci da bere. Due bicchieri di Chianti del 1246: introvabile. Allungo un sesterzio alla balenottera azzurra seduta alla cassa. La trovo ingrassata, ma non glielo dico. Sono un signore.

E proprio questo è il mio problema: sono un uomo, e lavoro da Weesh. La foca monaca lo sa, mi compatisce. Sorride appoggiandomi una pinna sulla mano. Tra rarità ci si intende subito. Sono preoccupato per gli attivisti del WWF e i loro trasmettitori per monitorare gli spostamenti. Me ne hanno conficcato uno sulla schiena il mese scorso e da allora convivo con un fastidioso bip intermittente. Ci si fa l’abitudine, dice la foca.

Essere l’unico maschio dentro un’agenzia di comunicazione, escludendo il capo che può permettersi una riserva naturale personale, è davvero strano. Non sono geneticamente portato al pettegolezzo, per cui ho dovuto adattarmi (Darwin ne sarebbe fiero). Accantonate le diatribe sul fuorigioco e il commento alla Champions League, ho rispolverato la mano davanti alla bocca nello sbadiglio.

Ci sono poi le “giornate no”, quelle in cui una dolce lady diventa un kamikaze imbottito di tritolo. Prescindere da questa variabile equivale a giocare a campana su un campo minato, mangiare spiedini di pollo nella gabbia delle tigri, ascoltare i Beach Boys al congresso dei repubblicani. Ci vuole molto intuito. Caratteristica tipicamente femminile, che ho dovuto installare nel mio hard disk mentale per scansionare meglio l’ufficio.

Fisicamente parlando, ho sviluppato un timpano capace di sopportare note altissime. Oggi potrei tranquillamente sedermi davanti al motore acceso di un Boeing e sentire solo un leggero ronzio. Il problema è che ora mia madre, per chiamarmi a tavola, deve suonare le vuvuzela. Con sommo gaudio dei vicini.

Ma non voglio preoccupare troppo la foca monaca. In fin dei conti, molti sono gli aspetti positivi. Passare ore in un universo tutto femminile mi ha insegnato molto. Probabilmente ci sono più sfaccettature in uno sguardo femminile che pianeti in una galassia. E se fossero davvero pianeti, quei riflessi pensierosi, sarebbero tutti degni di essere esplorati.

Sto finendo di parlare, quando la balenottera mi fa segno che il bar deve chiudere. Io e la foca monaca veniamo accompagnati all’uscita. La serranda viene abbassata, l’insegna spenta. È notte fonda.

In lontananza, sulla strada, barcolla un gorilla sbronzo.

Matteo Brandi @FalloSapere


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