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Rabbit Horror 3D (ラビット・ホラー3D)

Creato il 05 giugno 2013 da Makoto @makotoster
Rabbit Horror 3D (ラビット・ホラー3D)
Rabitto horā 3D (ラビット・ホラー3D, Rabbit Horror 3D) Regia: Shimizu Takashi. Sceneggiatura: Hayashi Sōtarō, Hosaka Daisuke, Shimizu Takashi. Fotografia: Christopher Doyle. Musiche: Kawai Kenji. Interpreti e personaggi: Mitsushima Hikari (Imazato Kiriko), Shibuya Takeru (Imazato Daigo), Kagawa Teruyuki (Imazato Kohei), Ogawa Tamaki (Kyoko), Ohmori Nao, Tanabe Momoko. Produzione: Dentsu, Epic Records, Fortissimo Films, Ogura Jimusyo Co., Phantom Film, VAP. Distribuzione: Phantom Film. Durata: 89'. Uscita nelle sale giapponesi: 17 settembre 2011.
Punteggio ★★
A seguito di un incidente avvenuto alcuni anni prima, la giovane Kiriko Imazato ha perso completamente la voce, dovendosi adesso occupare del fratello minore Daigo senza un supporto materno e con un padre, illustratore di libri per bambini, esclusivamente concentrato sul proprio lavoro. Un giorno, senza alcuna apparente motivazione, sotto gli occhi di attoniti compagni, Daigo uccide un inerme coniglio allevato all’interno del giardino scolastico. Incapace di comprendere le ragioni del gesto, Kiriko decide di prendersi maggiormente cura del bimbo e trascorrere del tempo con lui. Durante la visione di un film in 3D al cinema, un coniglio di pezza fuoriesce dallo schermo raggiungendo Daigo il quale, dopo averlo afferrato, lo ripone nel suo zainetto all’insaputa della sorella. La medesima notte Daigo si sveglia in preda al panico, certo che il pupazzo, assunto un aspetto antropomorfo, abbia preso vita e si aggiri per la casa. Nel tentativo di seguirlo, il bambino sale le scale fino all’ingresso del sottotetto, dove d’un tratto, l’animale lo afferra, trascinandolo nell’oscurità. Ridestatosi all’interno di un Luna Park dove ogni cosa prende magicamente vita, Daigo accetta l’invito della sua silente guida ad esplorare il luogo appena raggiunto. Il coniglio conduce il bimbo attraverso le attrazioni fino a raggiungere un ospedale abbandonato dove tenta di farlo entrare ma invano, arrivando Kiriko in aiuto del fratello. La notte successiva il coniglio ritorna a perseguitare il bimbo, riportandolo all’edificio fatiscente e mostrandogli la sua vera natura. Soccorso nuovamente Daigo, Kiriko è certa che sotto le vesti del coniglio si celi la defunta Kyoko, la seconda moglie di suo padre e madre naturale del bambino. Angosciata dal senso di colpa per il fatale incidente che ha coinvolto Kyoko in passastro, Kiriko è convinta che la donna sia tornata per vendicarsi, tormentando lei e il suo fratellino. A due anni di distanza da The Shock Labyrinth, Shimizu guarda ancora al J-horror in chiave psicologica riesumando temi e contenuti di un cinema che un tempo gli è stato congeniale ma che recentemente sembra aver preso un’altra traiettoria, decretando una carenza di idee e una debolezza strutturale non indifferenti. Co-sceneggiato dal regista e impreziosito dall’intervento del celebre Christopher Doyle alla direzione della fotografia – sua seconda esperienza nel cinema del sovrannaturale dopo le consolidate collaborazioni con Won Kar Wai e Zhang Yimou –, Rabbit horror si presenta opera dalle ambizioni introspettive (adottando il tema del rimosso freudiano come punto di partenza di un decorso involutivo), il cui intento è trasportare lo spettatore all’interno della psiche umana, disvelandone connessioni e rapporti che svincolano il reale dall’oggettività del passato e del presente. Intessendo la narrazione direttamente in sovrapposizione al film precedente (una scelta non felice), di cui riprende la location e l’elemento chiave del coniglio, cimelio di un orrore mai sopito e infettante, capace di riemergere dalla finzione per agire nel reale del presente, Shimizu intavola una narrazione capricciosa che rimugina frequentemente su se stessa. Sullo sfondo di un contesto scenografico già visto, abbiamo nuovamente a che fare con la vicenda di una famiglia spezzata – un genitore single e assente, una ragazza introversa e taciturna, una donna-madre vittima della violenza – a cui fa capo una mancanza di interazione, caratterizzata da membri disgiunti (dove supporto e affetti sono negati al di là delle premure di Kiriko per il piccolo Daigo), e una costante assenza di comunicazione. Kiriko tenta infatti di veicolare il proprio disagio al padre (un convincente Kagawa Teruyuki), ma quest’ultimo innalza un muro di resistenza, minacciando di rinchiuderla nuovamente in un una casa di cura. Soli ed incompresi, fratello e sorella sono costretti ad affrontare i propri demoni ricevendo un rifiuto ostracizzante dal mondo esterno, incapace di vedere la loro angoscia, dove lo stesso coniglio pare il materializzarsi di un inesauribile senso di colpa. Scartata la possibilità di un intreccio dai connotati terreni, Shimizu mira completamente al piano onirico, edificando una costruzione discontinua che sovrappone l’una sull‘altra situazioni oppositive e discordanti. Catapultati nel mondo del bianconiglio – Carroll genera ancora un legittimo proselitismo – Kiriko e Daigo si ritrovano all’interno di universo composto da caroselli, madri sanguinanti, dottori fantoccio, ruoli che si accavallano e relazioni che sfidano la logica temporale, frutto di una mente (quella della protagonista) che piega il passato al ricordo e il reale alla manipolazione del proprio senso di colpa. Nascita e morte si miscelano in un continuum indissolubile che affonda nell’incertezza dell’accadimento, elemento sul quale il film avanza il suo gioco di rimandi ed incastri, comportamentali e diegetici, questionando la sanità mentale di Kiriko nonché la (necessariamente paziente) dedizione del suo spettatore. Shimizu insiste con fare compiaciuto – gli spaventi vengono cercati tutti in egual modo e gli scarti narrativi sfiorano il parossismo – e sembra disinteressarsi del suo pubblico, adoperandosi soltanto nella volontà di stupire attraverso un 3D elaborato ma asettico. I numerosi passaggi tridimensionali si affastellano in un esercizio di nuova metodologia espressiva che richiama simbologie ridondanti: il fluttuare del coniglio nell’aria, l’immobilità di gocce d’acqua, la camera a piombo che affonda nella tromba delle scale, il luogo topico che affligge la protagonista e dove ella (in un’ennesima inversione narrativa) si troverà a dover salvare suo padre nel tentativo di esorcizzare i propri traumi. Se dunque Shimizu, dopo la caduta di The Shock Labyrinth, cerca un ritorno maggiormente impegnato – testimoniato dalla complessità espositiva, dal tono introspettivo e dalla fotografia elegantemente ambrata e crepuscolare di Doyle – sorge spontaneo chiedersi perché abbia voluto mantenere un legame così forte e manifesto con la fallacità del film precedente. Rabbit Horror, seppur non brillante per originalità e contenuti, avrebbe potuto reggersi nella sua indipendenza. E avrebbe fatto certamente meglio senza i numerosi inserti in CG che (al di là di un’evidente influenza dell’esperienza videoludica di Shimizu su consolle Nintendo, alla regia di una trasposizione dell’intramontabile Ju-on) finiscono con il snaturare il film, rendendolo elegante ma incapace di emozionare. In Rabbit Horror non vi è inquietudine o timore dell’altro, ma un uso di elementi tra loro eterogenei e spesso privi di coordinazione ai quali la narrazione vorrebbe sopperire con metafore didascaliche – talvolta raccapriccianti, come il feto sanguinante di un coniglio – e il ripetersi di un ribaltamento narrativo che, pur funzionando alla prima occasione, diviene artificioso nelle successive. Shimizu sembra aver consumato da tempo la creatività che lo contraddistinse agli albori del suo cinema del fantastico – un cinema che lui stesso ha voluto sfruttare con rifacimenti e sequel fino all’esaurirsi – e con quest’impresa non riesce certamente a risalire la china di un genere che negli ultimi tempi pare soffrire principalmente per mano dei suoi fondatori. [Luca Calderini]

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