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Racconti di Condominio - Condominio borghese

Creato il 30 novembre 2014 da Ritacoltellese
Condominio borghese
Il palazzo era di epoca umbertina, le scale erano tre: due davano su una bella via centrale, una su un secondo portone che affacciava su un grande viale alberato. Vi abitava gente della piccola e media borghesia. Le assemblee condominiali si tenevano nella grande guardiola del portinaio che era collocata nel cortile, con un'uscita nel cortile stesso che aveva accesso alle due scale A e B, ed un'uscita direttamente nell'androne della scala C, quello che affacciava sul viale alberato dai grandi platani. La guardiola era abbastanza ampia da accogliere tutti, con un grande tavolo di legno intorno al quale i convenuti si sedevano e, dopo un po', cominciavano ad urlare. Il Sig. Cortese non urlava mai. Ci teneva al decoro. Urlava solo in casa con sua moglie, che era un poco svanita ed esaurita e lui reagiva così alle sue sventatezze ed ubbie. Era molto amico del Sig. Massimo, il portinaio, un bell'uomo alto e magro, con i baffetti neri. Era un ex-carabiniere che aveva lasciato l'Arma e con la liquidazione aveva preso quel portierato: vita tranquilla e niente scoppiettate! Il Sig. Cortese ci teneva ad essergli amico perché era un tipo amabile con il prossimo tanto quanto non lo era con la sua depressa moglie che, per consolazione, si recava in chiesa fino a tre volte al giorno. Dunque, quando non lavorava al Ministero, indulgeva a qualche chiacchiera sul portone con l'ex-carabiniere. Raccattava così anche qualche informazione sugli abitanti del palazzo. Ad esempio su quel donnone del terzo piano della scala B, dove abitava anche lui, che urlava sempre con voce tonante contro quel povero ragazzo, ormai quasi ventenne, che aveva adottato. Si diceva fosse stata una delle amanti di Benito Mussolini. Le veniva a far visita suo fratello, anche lui anziano, che vestiva con le ghette, il panama e portava un bastone di bambù. Era sempre serio e dignitoso e salutava educatamente. Il portinaio aveva una moglie, una donnetta chiusa e diffidente quanto ipocrita, ed una figlia. Il Sig. Cortese, che si mostrava sorridente e colloquiale con il portinaio, incrociando la moglie e la figlia di lui sul portone le salutava con un educato sorriso poi, a bassa voce, diceva alla sua figlia adolescente che gli camminava accanto: "La figlia è albina. Hai visto? Le hanno tinto i capelli per nasconderlo, se no non se la prende nessuno, gli albini sono sterili."  Se invece incontrava un elegante signore con sua figlia, una donna sui trenta anni, non bella, ma alta e dall'aria aristrocatica, rispondeva al loro compito saluto, poi sussurrava a sua figlia che rientrava con lui: "La contessina ed il conte Caselli! Lui non aveva una lira, i soldi li aveva lei, la moglie, una Rosati, infatti il palazzo era della sua famiglia. Ora hanno venduto quasi tutto, ma hanno ancora qualche appartamento affittato e vengono in Assemblea anche loro." La ragazzina, molto graziosa, pensava con dispiacere a quelle due persone così fini ed eleganti che dovevano mischiarsi a quella marmaglia urlante dell'Assemblea condominiale. Da quando era arrivata "la matta" poi, che urlava con quel vocione tonante, con quei modi così volgari, di cui forse suo fratello, dall'eleganza un po' fanée, si vergognava, visto lo sguardo triste con cui salutava gli altri condomini se li incontrava sulle scale quando veniva a farle visita, le Assemblee erano diventate infrequentabili perché lei dava sulla voce a tutti. Era una donna dall'animo cattivo e sfogava sul povero figlio adottivo tutta la sua malvagità, non frenandosi neppure davanti agli altri in Assemblea: se lui provava timidamente ed educatamente ad interloquire lo zittiva aggressivamente e lui, umiliato, si taceva. Il soprannome di "la matta" glielo aveva affibbiato Giacinta, l'amichetta della graziosa figlia del Sig. Cortese, la quale era di indole buona e sensibile, dunque non le sarebbe mai venuto in mente di chiamare quella donna aggressiva con quel termine, ma ridendo lo accettò e con Giacinta ne ridevano insieme. Giacinta però iniziò a dire anche altre cose di quella strana donna, ad esempio che il povero Renato, il figlio, veniva usato da lei anche come amante. Alla Sig.na Cortese questo sembrò orribile: la sua religiosissima madre le aveva insegnato a vedere il mondo con occhi così puri da non accettare facilmente che potessero esistere brutture di tale entità! Però aveva notato che Renato, che la salutava sempre con muta ammirazione, abbassava subito gli occhi con umiliata vergogna. Lei aveva attribuito tutto questo al fatto che sicuramente il suo aspetto aveva un effetto su di lui, dato che in fondo aveva pochi anni più di lei, e che si vergognava di quella madre adottiva e dei suoi urli quotidiani contro di lui. Però Renato, superati i vent'anni, era cambiato improvvisamente, sembrava più autonomo rispetto a quella madre tiranna e lo si incontrava per la via con altri giovani, ragazzi e ragazze, e la giovane Cortese ne fu contenta per lui. "Ma non hai visto come si combina?" Le insinuò la più realista Giacinta. "Sì, - ammise l'amichetta - si tinge i capelli schiarendoli con l'acqua ossigenata." "Ma non è solo questo, hai visto come si veste? Collanine, braccialetti, canottiera..." "Sì, - ammise la Cortese - poi mi sa che fa la lampada.. E' tutto abbronzato."  Una notte, verso le due, il palazzo fu svegliato da una voce bella ed intonata che cantava accoratamente: "Stasera pago io, stasera pago io, col mio doloreeee!!" La mattina dopo Giacinta disse alla sua amica che si trattava di Renato che cantava per le scale la canzone di Domenico Modugno. "Era ubriaco." Disse seria, ma senza la pena che provò invece la sensibile Cortese. "Sai io sto sullo stesso pianerottolo e ci ha svegliati tutti." "Ma l'ho sentito anch'io, anche se sto al quinto piano!" Disse la giovane Cortese. Non tutti venivano all'Assemblea, ma quando cominciò a serpeggiare la voce che qualcuno voleva mandare via il portinaio, non si sa se per metterci un parente o un amico o se solo per pura cattiveria, vennero in molti. Scoppiò una vera tragedia. La moglie del portinaio cominciò a strillare: "Allora ridategli il posto di carabiniere!! Allora ridategli il posto di carabiniere!!" Si accasciò su una sedia in cortile in modo che dalle finestre potessero sentirla anche coloro che non erano venuti in Assemblea, piangeva ripetendo quella richiesta irrealistica assistita dalla figlia dai capelli tinti di rosso ma dalle ciglia bianchissime. Il Sig. Massimo si scagliò contro coloro che lo volevano cacciare e, inusitatamente, anche contro il Sig. Cortese, indicandolo proferì: "Là c'è un altro che mi vuole cacciare, là c'è un altro!" Il Cortese impallidì e sua figlia, che era presente anche lei alla tragica Assemblea, guardò sbalordita suo padre a quell'accusa che suscitava tutta la sua meraviglia, ritenendola assolutamente infondata.  Il portinaio non fu cacciato. Rimase. Il palazzo tornò alla sua tranquillità.  Il Sig. Fonso della scala B continuò ad essere il silenzioso servitore della moglie inferma a letto perché "malata di ossa", ormai diventata enorme immersa in una ciccia molle e bianchissima.  Giacinta, che sapeva sempre tutto, diceva che forse avevano un figlio ma che non si vedeva mai perché viveva lontano, forse all'estero. Il Sig. Fonso lo si incontrava per le scale sempre con lo stesso vestito, ma stirato e pulito nella sua camicia bianca con cravatta ed una busta della scarsa spesa in mano.  Le sorelle Fanelli, che la Sig.na Cortese chiamava "le mie sorelle Fontana", erano discrete e pazienti con i capricci della vanitosa giovane cliente del quinto piano, che portava loro delle belle stoffe comperate in un negozietto di Via Cola Di Rienzo per realizzare i suoi vestiti disegnati da lei stessa. Dal cortile arrivava tutte le mattine un buon odore di pane al forno che usciva dalle finestre aperte sul cortile dal retro del forno del negozio che dava sul viale alberato di platani giganteschi. Dalle finestre di un grande appartamento della scala A arrivava la voce del "matto", un Professore di scuola che insegnava matematica e che era venuto da poco ad abitare in affitto nel palazzo, il quale sgridava i suoi quattro figli invitandoli a studiare o a suonare il pianoforte. La solita Giacinta lo aveva subito ribattezzato il "matto" perché mostrava il suo amore per la cultura urlacchiando ai suoi figli per stimolarli. Tanto lui si faceva notare nel suo esibizionismo culturale quanto, forse per reazione, la sua magra e brutta moglie cercava di passare silenziosamente inosservata con tante buste della spesa per sfamare la numerosa figliolanza.  Dalle finestre di Marcella, della scala C, si sentiva nel cortile il suo canto spensierato che metteva allegria, perchè tutti sapevano che Marcella non era sposata con l'uomo a cui aveva dato due bei figli, un maschietto ed una femminuccia con i capelli color rame come i suoi,  e che lo aiutava anche nella conduzione del bar, ma pur non avendo le tutele e le certezze di un matrimonio era sempre allegra oltre ad essere molto bella. Tornò da un lungo viaggio durato sei mesi il dottore che aveva l'Ambulatorio al primo piano della scala A. La sua bionda ed attempata infermiera aveva mandato avanti da sola tutto durante la sua forzata assenza: avevano apparecchiature per analisi e trattamenti di ogni tipo e lei gestiva tutto con perizia usando medici stipendiati. Il Sig. Cortese disse a sua figlia che in realtà Rosa, l'infermiera fac-totum, mentiva per coprirlo, dato che era anche la sua amante, ma il Dott. Barbagallo era stato in galera per una brutta storia di ricette con cui aveva prescritto ad un suo paziente tossicomane sostanze tipo morfina e quello, magrissimo, era morto. Rosa aveva un grande appartamento nella stessa scala e, essendo zitella, subaffittava delle stanze a donne sole. Grande fu il suo smacco quando il Dott. Barbagallo sposò una dottoressa, un medico, che doveva sostituirlo legalmente nell'Ambulatorio di cui era proprietario, dato che lui, forse, era stato radiato. Comunque tutti gli abitanti del palazzo si servivano in quell'Ambulatorio, ben tenuto ed efficiente, e lui sempre sorridente girava con il camice bianco e visitava pure. Ma, in effetti, le ricette le firmava la moglie. Quel matrimonio dovette farglielo ingoiare a Rosa come una necessità, per continuare a non stipendiare medici e per tenere sotto controllo lo Studio ... Gente andava via ed altra ne arrivava. Il Sig. Cortese acquistò un appartamento più grande e più moderno spinto dall'ambizione della figlia ormai cresciuta, ma dovette spostarsi un poco in periferia, anche se in una zona signorile in mezzo al verde. La ormai diciottenne Cortese figlia continuava a sentirsi con Giacinta e a chiedere notizie sul condominio: seppe, con raccapriccio, che Renato era morto, si era suicidato. "L'ho intravisto dalla porta spalancata quando è venuta la Polizia: era tutto nero in faccia. Lei, la madre adottiva, era già morta da tempo. Lo veniva ogni tanto a trovare il fratello di lei. Sai, era stato ricoverato in manicomio, poi era uscito e sembrava stare meglio."   Ormai sul portone a chiacchierare con il Sig. Massimo si vedeva il professore di Matematica. I suoi figli erano cresciuti e una femmina era capitata con un mascalzone che l'aveva messa incinta e il povero padre aveva dovuto farla sposare, tutto a spese sue, per mantenere poi anche quel tomo che l'aveva inguaiata!  Racconti di Condominio - Condominio borghese

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