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Recensione: "21 grammi"

Creato il 02 gennaio 2014 da Giuseppe Armellini
21 grammi se ne vanno nell'attimo esatto in cui ce ne andiamo, 21 grammi si dice, forse il peso dell'anima, sì,
come a farci credere che l'anima pesa uguale per tutti, chè mica è possibile, che una grande anima, un Mahatma, pesi come un'anima ignobile, se una pesa 21 grammi, mettiamo ad esempio la seconda, la prima almeno un paio d'etti per forza deve pesarli o se è la prima che pesa 21 grammi la seconda al massimo 4,5, non di più.
Che poi va a capire cos'è st'anima.
Se lo chiede più di tutti Jack, completamente timorato di Dio, anima (arieccola) ormai pia che non farebbe male ad una mosca. No, ma senza volerlo uccide due bambine e il loro babbo.
Non se lo saranno mai chiesto quelle due bambine, che a quell'età è più importanti chiedersi se i lacci sono più belli rossi o arancioni, è più bello rincorrere quel piccione, altro che domandarsi se esiste l'anima e che tipo strano di animale sia.
Se lo sarà chiesto forse Paul, o magari più di che cos'è l'anima si sarà chiesto cos'è il cuore, cos'è l'amore, com'è possibile che lo stesso cuore batta in due momenti diversi in due corpi diversi per la stessa donna: Va a vedere che quando simboleggiamo l'amore disegnando il cuore è davvero in quella maniera, va a vedere che tutta sta cosa indecifrabile che è sto sentimento ha il suo segreto nascosto tra valvole e ventricoli.
Se lo sarà chiesto, di sicuro, Cristina che l'anima se l'è scoperta grande e forte, perchè non si resiste a quella roba là se l'anima non ce l'hai grande e forte. Altro che 21 grammi.
Ma più di tutti se lo sarà chiesto sto regista maledetto, uno degli iniziati della settima arte, uno che dell'anima, della morte e del senso di quello che viene prima di essa sta sempre lì a domandarsi, e certe volte le risposte ce l'ha pure altrimenti non ci avrebbe regalato il finale di Biutiful, una delle scene più grandi che il cinema c'ha sbattuto contro questi anni.
Che bello rivedere sto film, che bello scoprire che ti ricordavi poche vicende ma una miriade di sguardi, di piccole parole, di piccoli momenti.
E che bello rivedere la sceneggiatura di Arriaga, da lì in poi stra-abusata, quel collage di scene che si incastrano sincronicamente e diacronicamente, quell'andare avanti e indietro, a destra e sinistra, quel ricomporsi poi. E che bello rivedere il vero Del Toro, quello che in quegli anni tutti "è il migliore attore che c'è", quel Penn, quella mostruosa Watts e scoprire, perchè ce ne eravamo scordati, che là dentro c'era anche gente come la Gainsbourg, l'impressionante Melissa Leo, persino quell' Eddie Marsan per il quale hai finito di piangere solo una settimana fa in Still Life.
Forse dopo un primo tempo di devastante bellezza, forse il gioco di incastri di Arriaga inizia a perdere il suo fascino, forse ora che sappiamo praticamente tutto questi salti temporali non ci fanno più lo stesso effetto, non c'è bisogno che vediamo il castello costruirsi se sappiamo già che forma avrà.
E forse c'è troppo dolore, troppo.
Ma ci sono le piccole cose, come sempre, a farci rendere conto della grandezza di un'opera.
C'è la sorella seduta dietro in secondo piano che non riesce a trattenere le lacrime quando in ospedale a Cristina viene detto cos'è successo. Un piano di ascolto di bellezza disarmante.
C'è il pick up regalato da Dio che diventa strumento del demonio.
C'è Jack che corre veloce in macchina per salvare l'amato Paul a Cristina. Lo stesso Jack peròche facendo la stessa cosa, correndo in macchina, gli aveva distrutto la vita.
C'è una donna che appoggia la sua testa nel petto del secondo uomo per ritrovare i battiti del primo.
C'è una scena senza audio interrotta da un colpo di pistola.
C'è un ragazzo che pulisce un prato e poi smette di colpo perchè è successo qualcosa.
E la macchina da presa resta lì, impietrita, come noi.
( voto 8,5 )

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