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Recensione di L’attrice di Teheran di Nahal Tajadod

Da Leggere A Colori @leggereacolori

35 Flares 35 Flares × Recensione di L’attrice di Teheran di Nahal TajadodL’attrice di TeheranNahal Tajadod
Pubblicato daE / O
Data pubblicazione in Italia:
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Collana:Dal mondo
Genere:Narrativa Contemporanea
Pagine:
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La trama:

Sheyda/Gloshifteh Faraham sceglie di raccontare la situazione attuale dell’Iran, il loro paese, a Nahal Tajadod nel modo stesso con cui la sua vita le si è presentata. Ne esce un romanzo introspettivo a due voci al quale mi permetto di mettere come esergo “La libertà ci rende uomini. La libertà ci rende responsabili.  Senza la libertà noi non abbiamo niente. Noi non siamo NIENTE” firmato “Blasco”, quello della vita spericolata, che pur c’entrando poco con Teheran ci ha azzeccato.

Se prendo per vera l’affermazione di Alessandro Baricco “Scrivere è una forma sofisticata di silenzio” poiché è un modo molto efficace per trovare il filo conduttore delle nostre esperienze, per dare un senso e comprendere i nostri vissuti e ci costringe a creare una narrazione coerente, con una precisa dimensione spazio-temporale, quindi a chiarire ed elaborare in profondità quello che normalmente è il caos della nostra vita, allora considero questo romanzo un ottimo scritto o addirittura uno storytelling dell’autrice Nahal Tajadod  E’ una scena del film di Bergman, due volti che si sovrappongono, che si avvicinano, si confondono, ma restano pur sempre due realtà scisse. Due donne, stesso paese, vent’anni di differenza, un mondo diverso, stessa esperienza di espulsione, stessa volontà di ritornare in patria, stessa idea che lì ci sia la felicità ma consapevolezza che la libertà sia un tabù a Teheran, come la libera espressione di far arte con tutti gli strumenti necessari: teatro, musica, letteratura e film.

Troppa censura e paura di esporsi spinge a dover optare: Wabi sabi per dire con voce nipponica rassegnazione e sottomissione o diventar zingari? Obbligo di scelta. Si vuol rimanere nullità,un niente per sempre o meglio un’unghia sotto il sedere di qualcuno magari proprio sotto quello di Ahmadinejad? L’attrice di Teheran, per questo, è permeato di psicologia e rimugini mentali, flashback ed evocazioni in parte storiche. Sebbene non sia di facilissima lettura perché ridondante d’informazioni troppo legate all’Islam e alla religione con terminologie accademiche, sotto certi aspetti quasi metanarrativi, con delle elissi temporali, è intenso in quanto continuamente vitale e ricco di pathos, per cui lo definisco amabilmente descrittivo. M’investo anche del compito di afferrare ogni specie di comunicazione dettata dall’autrice di L’attrice di Teheran, nel miglior modo possibile, anche in maniera analitica e sintopica, leggendo L’attrice di Teheran per il suo valore. La scrittrice e voce narrante non vuole chiamarla la biografia di Sheyda, perché quelle le lascia fare alla polizia, semmai si presta a scrivere ciò che l’attrice le racconta. Vuole cercare, mi limito a citazione, di comprendere gli stadi oscuri e complessi, le frontiere invisibili tra l’affabulazione, la mistificazione, la semplice impostura: una quasi denuncia.

Come tale io la considero, limitandomi a comprendere e documentarmi in merito a considerazioni sulla diversità di peso dell’identità di genere e la posizione della donna nell’ex Persia o Iran che dir si voglia. Per andar nel dettaglio, sul come sia cambiata la considerazione delle donne da sotto governo dello Shah quando cioè Nahal Tajadod viveva a Teheran, rispetto al periodo khomeinista e a quello delle Rivoluzioni e delle recenti Primavere arabe. Sembrerebbe ben poco, anzi prima de 1978 l’Iran che la scrittrice ricorda era fatto anche di gonne corte, liceo francese e musica occidentale, mentre quello di Sheyda alias Gloshifteh Farahami è pieno di veli e menzogna che forgia attori un po’ dappertutto.

Ecco perché con una certa ironia, l’attrice, il cui nome tradotto sarebbe l’Innamorata, afferma che a Teheran tutti sono avvezzi alla recitazione: con tante falsità da raccontare ci si deve impersonare in ruoli multipli, e far sembrare ciò che non è. Il finale è malinconico e scatena una simpatia e solidarietà verso le oppositrici dei regimi dittatoriali fanatici di religione, costrette a scappare per non essere uccise, e, poiché l’arte della buona lettura si suddivide non solo in elementare ed esplorativa, ma anche, per fortuna nella non resistenza all’effetto che l’opera letteraria ha avuto su di noi, mi lascio investire da un soffio di ottimismo verso il futuro: se ci saranno altre Sheyda e Natal, forse qualcosa potrà cambiare. Me la canto e me la suono? Spero proprio di no e nel frattempo mi documento, godo e mi tedio di esperienze di altri vissuti e il naufragar m’è dolce in questo mar.

Zarania

 

 



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