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Recensione : "Perfidia"

Creato il 21 settembre 2015 da Giuseppe Armellini
Recensione Un piccolo grande film italiano che per certi versi mi ha ricordato il primo Sorrentino.
Il racconto di un ragazzo afflitto (oppure amante) del non vivere.
E del rapporto con un padre che, per 35 anni, nemmeno si era accorto di lui.
presenti piccoli spoiler
Arriva dalla Sardegna un'opera seconda che, almeno a noi spettatori, somiglia tanto ad una prima data l'invisibilità che, finora, ha avuto questo regista.
Arriva dalla Sardegna un film che riesce nell'impresa di esser sardo in tutti gli aspetti, regista, attori, ambientazione, dialetto ma, al contempo, raccontare una storia così universale che alla fine di stare su quella meravigliosa isola te lo scordi pure.
Arriva l'ennesimo film italiano di spessore, di quelli che sì, o.k, noi sappiamo raccontare solo piccoli drammi e crisi coniugali e bla bla bla, ma fatelo voi in questa maniera, con questa sensibilità, con questa capacità di raccontare, con questa, persino, apprezzabilissima estetica.
Che lo inizi Perfidia e ti ritrovi un grande incipit, e poi due carrellate morbidissime, e poi questo raccontare un degrado sociale e morale, e pensi, cavolo, ma questo è il primo Sorrentino, quello degli uomini di troppo e degli amici di famiglia. Cavolo, ma qui c'è ironia, gusto per l'inquadratura, necessità e voglia di raccontare piccole storie ambientate in un mondo laido ed ipocrita.
Poi probabilmente Perfidia diventa un attimo più rigoroso rispetto a Sorrentino, più classico, più asciutto, più "vero".
Ma quella sensazione iniziale è stata forte, eccome.
Un pò commedia nera, un pò drammatico esistenziale, un pò thriller psicologico, Perfidia racconta la storia di Angelo, 35enne completamente fuori dalla vita, un (auto)emarginato sociale privo di lavoro, di donne, di interressi, seppur minimi, di patente e di passioni. Che se non sapessi nulla diresti che lui è la personificazione delle depressione. E invece no, qui siamo da tutt'altra parte, siamo nell'abulia più completa sì, ma hai come la sensazione che questa sia la condizione ideale del ragazzo, un "idiota" incapace di dialoghi plurisillabici, incapace di emozionarsi (forse), incapace di capire tutto il mondo che lo circonda. Eppure non lo vedi sofferente, eppure non lo vedi aver perso o bramare cose che non ha mai avuto o mai desiderato.
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E sta lì, con un padre che solo adesso che è morta la moglie (la madre di Angelo) sembra accorgersi di avere un figlio, quanti anni hai gli chiede addirittura, come se quel bambino di un metro e 80 che per 35 anni gli è stato vicino alla fine non fosse mai esistito.
E comincia questo film di difficilissima analisi perchè se è vero che il titolo vuol dirti qualcosa, e la perfidia è la volontà intenzionale di far male agli altri, poi ogni personaggio, e Angelo stesso, non sembra solo quello, tutt'altro.
Un pò vittima (perchè un ragazzo cresciuto così non ha avuto per certo gli affetti primari) un pò colpevole (che la sua abulia e il suo non fare arrivano a livelli di parossismo) il personaggio di Angelo è di difficilissima catalogazione. E lo stesso quello del padre.
Un padre nemmeno da definire orco, che gli orchi fanno male anche attivamente, ma un padre assente che però, adesso, sembra provare sinceramente ad aiutare Angelo. Il problema è che se nella vita non hai mai imparato il vocabolario degli affetti poi balbetti, sei incapace di parlarlo.
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E se per la prima volta il padre si prende cura del figlio poi, per un ictus, avverrà il contrario, sarà Angelo per la prima volta a prendersi cura del padre.
Ed è qui che quella perfidia che forse vedremo alla fine sembra essere così lontana, in un figlio che decide di tenere il padre con sè piuttosto che metterlo in un ospizio, e gli dà da mangiare, e dorme accanto a lui, e lo lava con cura.
Probabilmente siamo sempre dentro gesti meccanici, semi inconsapevoli, "stupidi" e primordiali.
Intanto Angelo aveva provato a guidare, era stato mandato dagli amici con una puttana, aveva provato un giorno di cantiere. Ma niente, ormai il suo non essere, quello che è diventato non può avere cambiamenti, Angelo è un handicappato sociale, affettivo e sessuale.
Per colpe anche sue.
Angius ha gusto per l'inquadratura (la stazione del bus, la simmetria del sogno sulle rotaie) sa muovere la macchina da presa (bellissima l'andata e ritorno sulla finestra), conosce l'umanità e sa raccontarla anche con un pizzico di ironia.
E sa scrivere, in una scenggiatura che ama il beffardo (la porta che non si apre, l'elezione post ictus) e conosce molto bene le dinamiche psicologiche.
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Ed è così che io in una sceneggiatura talmente ben scritta non posso ritener secondario quel "no" che lei non ha nemmeno bisogno di dire al "mi vuoi sposare" di Angelo. Angelo che per la prima volta, in una sequenza di struggente dolcezza al Luna Park, aveva passato delle ore con una ragazza. E queste sono bastate, nei suoi processi mentali meccanici, per chiederle di sposarla. E quello scontato "no" cambia tutto.
E sì, la perfidia, sempre se dovessimo riferirla a lui, e non agli amici, e non al padre, ecco che arriva.
E ha il rumore del mare e l'altezza di una scogliera.
E poi si torna alla meccanicità del nulla, scandita dal ritmo di monete che cascano in una busta.

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