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Recensione: "Rango"

Creato il 22 aprile 2014 da Giuseppe Armellini
Mi chiamo Rango, la R è vibrante.
Già, impossibile non cominciare con una citazione visto che questo (quasi) straordinario cartone ce ne propina una a ogni piè sospinto.
Strana sta virata di Verbinski nel cartoon, strana ma molto riuscita.
Verbinski non è certo un autore coi controcazzi ma un regista che comunque nei suoi generi ha fatto sempre cose buone. Dall'Horror con l'ottimo remake di The Ring alla commedia innocua ma cult come Un Topolino sotto sfratto, da un discreto film come The Weather Man alla creazione di quella cosa mostruosa che è Pirati dei Caraibi, che se è vero che io non ne abbia mai visto uno non posso certo negare o disconoscere il successo strepitoso e anche una certa clemenza da parte della critica, come se, dopo tutto, sarà una cosa milionaria sì, ma fatta bene.
Fatto sta che con Rango Verbinski e il suo team battono a mio parere quasi l'intera filmografia Dreamworks. La Pixar resta oltre, ma mica di tanto.
Rango è estremamente divertente, intelligente, intriso di cultura cinematografica, disegnato da Dio, pieno di personaggi magari non caratterizzati alla grande caratterialmente ma bellissimi da vedere.
Già i gufi del malaugurio valgono da soli la visione, con quelle ballate che presagiscono la sicura brutta fine dell'eroe.
Ma in Rango c'è tanto, davvero. La comicità è su livelli ottimi, le ambientazioni sono fantastiche, con una cura del dettaglio impressionante. Rango, il personaggio, funziona alla grande anche se gli ho preferito alcuni comprimari. Quello che divertirà di più i cinefili sono i continui omaggi al cinema, da tutto quello di Leone ad Apocalypse Now, da Guerre Stellari a 2001, dai film di Zombie ad Indiana Jones.
Ma non tutto funziona perfettamente. La storia di Rango è praticamente identica a quella di Oscar del discreto Shark Tale, ossia di un parvenu che per sbaglio uccide la minaccia della città (lì uno squalo, qui un avvoltoio) e diventa l'idolo, il difensore e il paladino della stessa comunità, una specie di Eroe per caso per capirsi. E, come in Shark Tale, verrà poi smascherato per divenire poi un eroe vero.
La parte centrale risulta davvero tirata troppo per le lunghe e poco interessante, meno male che poi arriva il serpentone a far ripartire tutto. Una delle scene visivamente più curata, l'inseguimento nel canyon, è allungata in modo pauroso, tanto che pur nella frenesia annoia non poco.
Insomma, non è che il plot appassioni chissà quanto, anche se nasconde un'ottima metafora di critica sociale (lo sfruttamento delle materie prime, la collusione tra i potenti, il popolo lasciato nella povertà) ma sviluppata abbastanza stancamente.
Meglio quindi prendersi i personaggi, le scene,le gag, le battute (alcune formidabili come il "dove stiamo andando?" quando partono con i cavalli e quelle del nonno talpa, m.v.p comico per distacco: "ma allora perchè ci siamo scannati?" "E'lo stesso che ci ha dato il permesso di scavare?").
A me era piaciuta moltissimo e dato anche una stilla di emozione tutta la cosa de "l'altra parte", quella metafora di un altrove che ci aspetta. E Rango che cammina per la strada per essere ucciso ma poi miracolosamente o per destino arriva dall'altra parte è stato bellissimo. Solo che poi il personaggio di Eastwood e i suoi discorsi li ho trovati quasi incomprensibili, m'hanno rovinato tutta l'atmosfera.
Qui c'era materiale per arrivare al capolavoro. Non tutto funziona ma è uno di quei cartoni che quando passerà per sbaglio davanti ai miei occhi difficilmente non rivedrò.
( voto 8)

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