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Recensione: "Starred Up" (Il Ribelle)

Creato il 16 agosto 2015 da Giuseppe Armellini
Recensione:
Un magnifico film carcerario che attraverso la quasi impossibile rieducazione di un giovane criminale prova anche a raccontare un altrettanto impossibile rapporto padre-figlio.
spoiler pesanti solo dopo l'ultima foto
C'è poco da fare, il genere carcerario (prison movie per quelli bravi) è quasi sempre sinonimo di grande qualità.
Un pò credo derivi dal fatto che, vista la materia, ci sia una sorta di "rispetto" per l'argomento, rispetto che porta non solo a trattarlo, l'argomento, con meno pressappochismo possibile, ma anche con una certa aderenza al vero. Insomma, difficilmente troveremo trashate, film ignobili o divertissement sulla materia, perchè il carcere è una cosa durissima e seria e chi vi sta dentro, in qualche modo, deve essere rispettato.
Non stimato nè compatito attenzione, ma rispettato.
L'altro motivo è che le carceri, c'è poco da fare, sono location suggestive come poche altre per il cinema, se la lottano con la pioggia e basta.
Fatto questo discorso introduttivo è ovvio che poi lo stile, la cifra e l'approccio con il quale si può affrontare il genere cambia moltissimo.
E Starred Up usa quello che è lo stile caratteristico del paese da cui proviene, l'Inghilterra, ovvero uno stile privo di fronzoli, molto realista, durissimo e secco.
Che poi la maggior parte dei prison movie ha comunque molte vie di fuga, abbiamo spesso un "prima", un "poi", o comunque il racconto di molte vicende che si svolgono fuori dalla mura carcerarie.
Starred Up no, credo sia l'unico film che io abbia mai visto ad essere ambientato in prigione dalla prima all'ultima inquadratura. Non solo ambientato (quindi nel tempo presente) ma anche privo di qualsivoglia flashback ante-prigione.
Recensione:
Se poi ci aggiungete l'assenza di colonna sonora (o almeno mi pare, potrebbe essermi sfuggita) avete il pacchetto completo.
Eric è un giovane delinquente, violentissimo, senza alcun freno, molto più di una testa calda, un potenziale assassino ambulante.
Fa specie che ad interpretarlo (meravigliosamente) ci sia Jack O'Connell, un attore che sembra crescere insieme ai suoi personaggi attraverso il ruolo di delinquente, poco più che bambino in This is England, adolescente assassino in Eden Lake e adesso violentissimo giovane in questo Starred Up. E' come se ci trovassimo davanti ad una specie di Doinel truffautiano, uno stesso personaggio cioè che seguiamo nella sua crescita film dopo film.
Nella prigione dove viene trasferito c'è anche suo padre (e anche qui buffo che ad interpretarlo ci sia Ben Mendelsohn, il pazzo criminale Pope del bellissimo Animal Kingdom), condannato, credo, a non uscirne mai più.
Nasce così un film dalla difficilissima sceneggiatura, costretta a muoversi attraverso decine di rapporti. Quello tra Eric ed il padre, ovviamente disastroso (non è un caso se Eric sia diventato criminale), quello tra il ragazzo e gli altri detenuti, o quello tra lui e il terapista Oliver, o ancora tra lui e le guardie, oppure, lasciando da parte il ragazzo, quello tra il padre e gli altri detenuti, o tra gli altri detenuti tra loro contro la "famiglia", o tra le guardie e alcuni detenuti (corrotti), insomma, la vicenda è sì abbastanza lineare ma ogni personaggio è legato a più fili con altri. Ed è qui una delle forze di questo bellissimo film, nel non ingarbugliarsi mai, nel restare sempre chiaro malgrado tutto questo gioco di empatie, gruppetti, rapporti e strade laterali. Una grandissima sceneggiatura insomma.
La prima mezz'ora racconta l'impossibile ambientamento di Eric in carcere. E raramente la prigione era stata raccontata in un modo così chiaro, freddo, naturalistico. A parte le scene di violenza (decine) tutto è mostrato per sottrazione. Una mano ferita racconta di come, presumibilmente, Eric sia finito in prigione, un semplice disegno di bambino di quale sia il suo rapporto di parentela con quel detenuto (prima di sapere esplicitamente che sia il padre), e poi tanti piccoli gesti o sguardi che significano moltissimo.
Recensione:
Le dinamiche sono sempre quelle, tradimenti, alleanze, scatti di violenza, vendette.
L'elemento veramente nuovo, o comunque non frequente nel genere, è questa ritrovarsi padre e figlio dentro le stesse mura. Un rapporto mai cominciato, un pò per contingenze (il padre era già in carcere quando lui era piccolissimo), un pò per un assoluto menefreghismo del senso di paternità dell'adulto. E anche in carcere è dura, a volte un piccolo accenno di protezione c'è, ma per il resto ci viene raccontato un rapporto assolutamente destabilizzante, sbagliato, quasi inumano.
Cosìcche arriviamo alla violentissima scazzottata tra i due che forse rappresenta il loro momento più vero, il loro unico modo di parlarsi e confrontarsi.
Poi c'è la vicenda del terapista, in qualche modo centrale. Il film prova a raccontare che qualsiasi vita, con un lavoro costante dietro, può essere salvata, che tutti hanno la possibilità, e probabilmente anche la facoltà, di capire.
Ma poi qualcosa va per il verso sbagliato, quel ragazzo, quella famiglia, in qualche modo aveva già il destino segnato.
E quando tu, giovane ragazzo che conosce solo la violenza, stavi piano piano scoprendo anche altro, magari un rispetto, magari un'amicizia, magari una fiducia negli altri che a 10 anni un pedofilo ti aveva tolto per sempre, quando poi invece queste possibili scoperte te le sottraggono, ingiustamente, con la violenza, allora diventi ancora peggio di prima.
Recensione:
Gli ultimi minuti sono strepitosi perchè racchiudono i due climax opposti.
Prima quello della rabbia e della violenza con quelle scene in montaggio alternato davvero potentissime.
Poi quello del post apocalisse, di quando ormai sei uscito vivo da un inferno e non resta altro che darsi un abbraccio senza braccia, guardarsi negli occhi e dire una frase che si aspettava da 19 anni.
"Sono fiero di essere tuo padre"
E' tardi, è troppo tardi.
Ma questo non vuol dire che sia lo stesso bellissimo sentirselo dire.
Mentre una lacrima si carica di addio.

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