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"Renzubblica, e il pasticciaccio brutto del "De Cretino" di Natale

Creato il 07 gennaio 2015 da Tafanus

Crozza-boschi-madia
Il Cerchietto Magico

...se persino Repubblica - e parlo di personaggi non marginali - si sveglia finalmente dal letargo, e inizia a capire quali porcherie stiano accadendo ai piani alti del "cerchio magico" del renzismo, vuol dire che la faccenda "è grave, ma non è seria...

Caro Renzi, lei non sta trattando con degli imbecilli. Ma... come direbbe il suo conterraneo, "...ognun dal propio cuor l'altrui misura...". Ma noi le chiederemmo di non misurare la nostra intelligenza prendendo la sua come metro di paragone.

Dunque, con qualche mese di ritardo su altre testate, giornalisti repubblichini del calibro di Eugenio Scalfari (riconosciamogli il merito di essere stato il primo), ma anche di Claudio Tito, Liana Milella, Concetto Vecchio, Goffredo De Marchis ed altri, iniziano (era ora) a ritrovare la dignità della professione.

Il "decreto salvaberlusconi" può rappresentare, per Renzi, la buccia di banana che farà fare un salutare scivolone all'immagine del "leader del PD". Di questo PD che ha reso invotabile per milioni di persone perbene.

Oggi, dopo giorni di scaricabarile, Renzi deve ammettere che la "manina "che ha ficcato con destrezza l'oscenità che rende penalmente irrilevanti evasioni fino al 3% del reddito è la sua. L'esecutore materiale, secondo molti, sarebbe stato per suo ordine "Grazie Graziano Delrio", ed altri serventi del "Giglio Magico".

Questo "ghe pensi mi" in salsa toscana si sta coprendo e ci sta coprendo di ridicolo. E' ora di "aiutarlo" a scendere da cavallo, ed è ora che per ottenere questo obiettivo i giornalisti smettano di giocare al MinCulPop, e ritrovino mestiere e dignità. Riportiamo in calce alcuni "opinioni" delle ultime 24 ore, partendo da quelle di Ezio Mauto, che per ora si limita a dire una banalità: "serve chiarezza". Ne avevamo già avuto, fin dalla vigilia di Natale, il sospetto. Bentornato a Ezio Mauro e agli altri.

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APRI "Renzi, il pasticcio di Natale"

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ROMA - Dopo 96 ore un solo fatto è certo: quando finisce il consiglio dei ministri nel decreto legislativo sulla delega fiscale è già spuntato il comma 19-bis, quello che di fatto depenalizza reati gravi come la frode fiscale, le false fatturazioni, l'omessa dichiarazione dell'Iva. Un colpo di spugna bello e buono sui reati tributari. Quello che non si riesce ancora a capire, la notizia che tutti vogliono conoscere e che nessuno tra i ministri e gli altri protagonisti rivela è: chi, quando, come e perché ha "calato" nel testo il 19-bis.
Un fatto è documentato, come lo racconta una fonte interna al consiglio dei ministri: alle 15 e 30 del 24 dicembre, pochi minuti prima che la seduta si chiuda, il sottosegretario Graziano Delrio, con una mossa a sorpresa e abbastanza anomala, fa un giro di tavolo e ritira le cartelline dei singoli ministri, distribuite a lavori già iniziati, con i provvedimenti in discussione. Tra questi c'è anche quello sulla certezza del diritto fiscale. Rivolgendosi ai colleghi lo stesso Renzi, mentre Del Rio piglia le carpette, motiva la decisione: "Ci sono state tante modifiche, meglio fare un rapido coordinamento, ed evitare che circoli un testo non corretto, che potrebbe provocare confusione su inasprimenti e alleggerimenti".
Gesto in buona fede? Mossa casuale? L'unico fatto certo, uno dei pochi in una storia piena di "non so", "non ricordo", "non c'ero", "non me ne sono accorto", "non ci ho badato", "non sono stato io e non so chi è stato", è che poche ore dopo, sul sito di palazzo Chigi, www.governo.it, viene pubblicato un testo che contiene anche la pietra dello scandalo, l'articolo 15 che introduce un 19-bis nel testo sui reati tributari del 2000.
Bisogna partire da qui per dipanare il filo delle contraddizioni. Il consiglio si chiude, Renzi tiene la sua conferenza stampa, nessuno parla del tetto del 3% al di sotto del quale spariscono le responsabilità penali e si azzera soprattutto il processo Mediaset. Una "grazia" del tutto insperata per Berlusconi. Durante la riunione si è parlato o no di quella specifica soglia? E soprattutto, il testo del 19-bis, il salva Silvio, c'era o non c'era nella bozza del decreto portata in seduta dall'Economia?
Qui le versioni si fanno contrastanti. Molti ministri hanno parlato sulla delega fiscale - Renzi, Boschi, Alfano, Madia, Orlando, perfino Galletti, che pure si occupa di Ambiente - ma di soglie è pieno il testo e nessuno si ricorda specificatamente di quel 19-bis e del 3%. Sono tutti pronti a giurare che mai e poi mai è saltato fuori il caso di Berlusconi e del suo processo, soprattutto di un'eventuale "grazia" indiretta che lo avrebbe favorito. Lo stesso Renzi, quando sabato 2 gennaio alle 8 di sera il caso esplode, fa mostra di cadere dalle nuvole. Sicuramente si è parlato di aumentare la pena per il reato di omessa dichiarazione. Renzi la voleva più alta. Quelli di Ncd si sono opposti e hanno sollevato il problema delle intercettazioni. Il Guardasigilli Andrea Orlando ha chiesto qualche minuto per fare una verifica con il suo capo dell'ufficio legislativo Mimmo Carcano, che era nella saletta accanto. Voleva sapere se con le modifiche in discussione si rischiava di vietare le intercettazioni. È tornato per dire che anche altri reati tributari sono intercettabili, come la frode, quindi il problema non si poneva. Lui, comunque, era contrario agli aumenti che disarticolano l'equilibrio della piramide delle pene. Un dettaglio di cui molti si ricordano, mentre la memoria si offusca sulla soglia del 3%. Ma nessuno, né il ministro né i tecnici, pongono riserve sul 19-bis.
Alcuni ministri, anche autorevoli, sono pronti a giurare che il 19-bis e la soglia del 3% non c'erano nel testo, e quindi non se n'è discusso. Tra le fonti che negano recisamente la presenza dell'articolo incriminato c'è anche il ministero dell'Economia, dove si punta il dito contro palazzo Chigi, a cominciare dal "padre" del decreto, l'ex presidente della Consulta Franco Gallo ("Nel mio testo, che a ottobre ho consegnato a Padoan, quell'articolo non c'era e ne ripudio il contenuto").
Siamo a uno snodo chiave della faccenda. Che succede dopo il consiglio? Per che mani passa il testo? Anche qui un fatto è documentato. La versione che viene pubblicata, con l'esplicita formula del "salvo intese", porta anche l'articolo 19-bis. Chi ce lo ha messo visto che prima non c'era? Su questo passaggio chiave le fonti si chiudono. Il capo dell'ufficio legislativo di palazzo Chigi Antonella Manzione, da molti indicata, Tesoro compreso, come l'autore materiale della norma, non risponde al telefono ormai da molte ore. Chi le ha parlato quando, sabato sera, l'affaire ha cominciato a montare, racconta di un magistrato tranquillo pronto a dire che "il testo era arrivato già così dal Tesoro" e che "era stato discusso articolo per articolo". Certo risulta difficile pensare che un tecnico possa, di sua iniziativa, decidere di inserire in un decreto una norma così pesante, senza una copertura politica. Cos'abbia detto Renzi ormai è noto, "norma giusta, secondo me non vale per Berlusconi, ma se vale la cambio". Idem il titolare del Mef Padoan che definisce "ridicolo" il fatto in sé, perché nessuno, a suo dire, piazzerebbe una norma simile in un decreto "pensando di farla franca".
Tant'è, la salva Silvio è lì. E proprio i tecnici del suo ministero sono i primi a menar scandalo. Il tam tam comincia il 28 dicembre, una domenica, quando Il sole-24 ore titola in prima pagina "Reati fiscali, salterà un processo su tre". A quel punto sembrano svegliarsi tutti, i magistrati di Milano che tremano per le loro inchieste, il direttore dell'Agenzia delle entrate Rossella Orlandi che vede cambiato un testo cui aveva collaborato, Gallo che lo aveva scritto. Inspiegabilmente non fa una piega il governo. Tace Berlusconi. Anche se adesso uomini ben introdotti nel suo staff forniscono una versione che per dovere di cronaca merita riportare. La norma è stata pienamente concordata tra Renzi e Berlusconi, è una pagina importante del patto del Nazareno. Ne erano a conoscenza ovviamente anche gli avvocati dell'ex Cavaliere, Franco Coppi e Niccolò Ghedini. Entrambi, ufficialmente, smentiscono. Ma la fonte giunge a dire che pure al Quirinale erano informati. Vero? Falso? Raccontata così è una lettura destinata a raccogliere solo smentite. Ma di smentite ce ne sono troppe. Troppe smentite e nessuna conferma, soprattutto la più importante. L'atto di responsabilità di chi ha scritto la norma, magari in buona fede, pronto a fare un passo avanti per rivendicarne la paternità. Sia essa politica oppure soltanto tecnica. Se tutto fosse trasparente e alla luce del sole perché tacere?

Goffredo De Marchis ed Liana Milella

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Più passano i giorni e più perde d’importanza la necessità di conoscere la manina che ha infilato nel decreto sulla riforma fiscale l’articolo 19 bis, il comma salva-Silvio. Politicamente il padre è infatti noto: Matteo Renzi. Lo confermerebbe il fatto che il premier abbia deciso di rinviare al 20 febbraio (al 20 febbraio!) la correzione di una norma così discutibile, rimangiandosi peraltro la promessa fatta informalmente a scandalo scoppiato quando disse che la modifica sarebbe avvenuta al primo consiglio dei ministri utile.
E’ la prima vera crepa nel renzismo. E rischia di inficiare la fiducia che buona parte dell’elettorato di centrosinistra gli aveva affidato, riconoscendolo come outsider, problem solver, risoluto uomo del cambiamento, il demiurgo capace di tirare dalle secche un Paese reclinato su stesso. Gli si erano perdonate molte uscite disinvolte nella convinzione che fosse impermeabile ai compromessi da vecchia politica: invece si scopre che alla vigilia di Natale, quando i giornali all’indomani non escono, era stato stipulato un patto col Diavolo. Questa cinica Realpolitik, roba da vecchio Caf, è la spia di una debolezza. Evidentemente Renzi è molto più fragile di quel che appare in vista delle due partite che decideranno la sua sorte: l’elezione del nuovo Capo dello Stato e la riforma elettorale. Soprattutto appare meno libero di quel che si poteva fin qui immaginare.
Concetto Vecchio

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Ora si può dire: dopo una strenua resistenza, e in assenza di spiegazioni alternative, Renzi è costretto ad ammettere: la "manina" che ha infilato la norma oscena nel decreto di Babbo Natale è sua. Non poteva essere altrimenti.

Matteo Renzi, Reo con Fesso

[...] Il giallo della "manina". Sul giallo della presunta 'manina' che avrebbe modificato il dl fiscale introducendo l'articolo 19 bis, che stabilisce la depenalizzazione del reato di evasione fiscale al di sotto della soglia del 3%, che riconsegnerebbe a Berlusconi l'agibilità politica, è intervenuto il sottosegretario alla presidenza del consiglio Graziano Delrio: "E' un atto collegiale dei ministri - ha detto a Sky Tg24 - nessuno si deve sottrarre dalla responsabilità di questo testo".
Renzi ai deputati dem: "La manina è la mia". Il premier sarebbe tornato a difendere l'impianto della delega nell'atteso confronto a Montecitorio con i deputati Pd, ribadendo che, comunque, "quello che va cambiato si cambia, quello che va modificato si modifica". E, nel bene e nel male, "si sappia che la manina è la mia" avrebbe detto Renzi parlando della norma "salva Berlusconi" nel suo intervento all'assemblea del Pd [...]
E' la minoranza dem a premere per la chiarezza sul dl fiscale, come aveva anticipato Davide Zoggia. "Attendere il 20 di febbraio (date del Cdm, ndr) lascia intendere che ci sia un accordo, un patto. Per quanto mi riguarda, il patto del Nazareno parlava esclusivamente di riforme costituzionali e legge elettorale. Nel patto non ci deve essere, e così ci è stato detto, nessun altro tipo di accordo o intesa. Io non ho il sospetto. Il sospetto, se va avanti così, ce l'hanno gli italiani". "Non si capisce perché si deve attendere il 20 di febbraio. Incidente o non incidente, c'è stato un errore clamoroso. Siccome il problema non è solo Berlusconi, il problema è nella legge stessa, credo che vada immediatamente corretta [...]
Bersani: "Chi guadagna di più ha diritto a evadere di più". Sempre a Montecitorio, l'ex segretario Pd Pier Luigi Bersani lascia l'assemblea prima dell'intervento di Renzi e ai cronisti dichiara che nella norma sul fisco "c'è una proporzionalità: chi ha di più ha diritto ad evadere di più". Lo stesso criterio di proporzionalità, osserva, "manca però nel Jobs Act" e in particolari nei licenziamenti disciplinari. "Nel decreto attuativo del Jobs Act - spiega Bersani - c'è scritto che il lavoratore licenziato per violazione disciplinare può solo dimostrare l'insussistenza del fatto, ma si esclude espressamente ogni valutazione sulla proporzionalità della sanzione". Ovvero, aggiunge Bersani, "si può essere licenziati anche se si fanno 5 minuti di ritardo" [...]


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