REP. CECA: Tra Masaryk e Havel con Praga tutt’attorno

Creato il 21 dicembre 2011 da Eastjournal @EaSTJournal

di Gabriele Merlini

Riguardo la morte di Václav Havel un aspetto piuttosto intrigante da sottolineare è che in questi giorni a celebrare la memoria dello statista (caso nel quale il termine viene usato adeguatamente) siano, per buona parte, individui che hanno smesso di essere bambini nel 1989. Una generazione di trenta-trentacinquenni con esistenze tagliate in due dalla Sametová revoluce, nomignolo bruttino di marca occidentale traducibile con Rivoluzione di velluto.

Certo taluni provati dalla crisi internazionale che tutto scompiglia ma altri (un numero più corposo rispetto a certe nazioni estere) protagonisti attivi della affermazione di uno stato dinamico e in crescita. Tizi che in quel novembre di ventidue anni fa avevano dieci anni e tendenzialmente capivano poco di quanto stesse accadendo tra Václavské náměstí e la Laterna Magica. I motivi dell’entusiasmo dei genitori miscelato alle rispettive paure solo coperte dal tintinnare delle chiavi davanti al museo nazionale. Si gridava in quei giorni «Havel na Hrad», che significa «Havel nel Castello»: questa la volontà. Havel nel castello ci finì sul serio e da lì tutto ebbe (nuovo) inizio.

Adesso i giornali celebrano a dovere -o come meglio credono- Havel. Il rivoluzionario intellettuale dissidente baffuto comico forse inadatto drammaturgo e presidente con abitudini strane e strane frequentazioni. Che continuino a farlo. Idem la blogosfera, terra di mezzo nella quale ognuno ha da riassumere la biografia di Havel o raccontare il personalissimo aneddoto al riguardo. Mano più o meno calcata sul presupposto abbandono di molti cechi alla causa haveliana attorno la fine dei novanta è indice di quanto più o meno l’autore voglia innalzarsi a critico integerrimo. Poco importa. Qualcuno ha scritto che nessun ceco potrà mai riassumere Havel in una frase. Figuriamoci un alieno.


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