Russia-Ucraina: un rapporto irrisolto

Creato il 17 dicembre 2012 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR

Il 24 settembre 2012 l’ISPI ha organizzato un seminario intitolato: “Russia – Ucraina: un rapporto irrisolto”. Nell’incontro si è cercato di analizzare l’elemento che negli ultimi anni ha maggiormente influenzato gli assetti politici interni del paese, le relazioni tra Kiev e Mosca, focalizzandosi in particolare sui nodi ancora aperti di queste relazioni tra le due nazioni. L’IsAG è stato rappresentato da Eliseo Bertolasi, la cui presentazione ha aperto l’incontro assieme a quelle di Giulia Lami (Docente di Storia dell’Europa Orientale, Università degli Studi di Milano) e Tomislava Penkova (Research Fellow, ISPI). Hanno seguito i commenti di Aldo Ferrari (Associate Senior Research Fellow, ISPI e Università Ca’ Foscari) e un nutrito dibattito con i partecipanti.
Eliseo Bertolasi, dottorando all’Università Bicocca, nella sua presentazione ha cercato di declinare il tema dell’incontro in una prospettiva antropologica. Riportiamo di seguito una sintesi del suo intervento.

 
“Russia – Ucraina: un rapporto irrisolto”: secondo la mia opinione, le ragioni più rilevanti per la mancata soluzione di questo delicato rapporto, sono connaturate alla questione identitaria dello stesso popolo ucraino. Questione che continua, ancor oggi a vent’anni dal crollo dell’URSS, ad alimentare tutta una serie di tensioni all’interno della società ucraina che, di fatto, congelano il Paese in una persistente condizione d’incertezza che si manifesta nella sua continua oscillazione tra l’Europa Occidentale e la Russia.

L’Ucraina è una nazione che ci appare “suddivisa” (per non usare un termine ancor più incisivo) tra una parte occidentale e una parte orientale. La parte occidentale: nazionalista, spesso antirussa, è culturalmente, ideologicamente, economicamente tesa verso l’Europa e l’Occidente. Politicamente di centro-destra, ha il suo epicentro nella città di Lviv. L’altra, quella orientale: filorussa, si sente profondamente legata alla Russia che continua a percepire come sua patria più grande. Politicamente orientata verso ideali socialisti e comunisti, tra le sue città è ancora ben visibile un nostalgismo di tipo sovietico. Con questa contrapposizione devono confrontarsi i grandi attori geopolitici della regione: la Federazione Russa da una parte, l’Europa e gli USA dall’altra e, naturalmente, la leadership ucraina che una volta al potere dovrà necessariamente privilegiare un orientamento o l’altro conformemente alle promesse espresse verso il proprio elettorato.

Questa suddivisione emerge con tutta la sua evidenza dai risultati delle varie consultazioni elettorali, come ad esempio nelle elezioni presidenziali del 7 febbraio 20101: su 27 regioni in cui è suddivisa l’Ucraina, ben 7 hanno espresso una preferenza oltre l’80% per l’uno o l’altro dei candidati (Janukovič o Timošenko), solo 4 regioni hanno registrato una preferenza inferiore al 60%. Questa ripartizione di tipo “politico”, ben circoscrivibile anche da un punto di vista geografico, ci mostra un paese fortemente diviso tra Est e Ovest, con una spaccatura che appare difficilmente sanabile, almeno nel breve termine.

Tale frazionamento permane anche da un punto di vista linguistico. Nella parte orientale del paese, e in Crimea, nonostante la lingua ufficiale sia l’ucraino, l’uso del russo rimane prevalente (anche in considerazione che gran parte della popolazione è madrelingua russa e non parla correttamente l’ucraino).
L’ucraino è parlato soprattutto nella parte centrale e occidentale del paese ed è la lingua predominante nelle città, come a Lviv. Nell’Ucraina centrale le due lingue sono egualmente parlate, ma il russo è più frequente a Kiev, mentre l’ucraino prevale nelle comunità rurali. In ultima analisi è piuttosto difficile determinare la reale diffusione delle due lingue, poiché molte persone parlano il “suržik”, un misto di russo e d’ucraino, dove il vocabolario russo è spesso combinato con la grammatica e la pronuncia ucraina (più melodiosa). Molte persone, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, parlano correttamente entrambe le lingue. Vi sono anche coloro (soprattutto popolazione d’etnia ucraina) che ufficialmente dichiarano l’ucraino come la loro madrelingua, ma nella vita quotidiana parlano invece il russo.

La parte etnografica è una componente essenziale della ricerca antropologica. Per organizzare un efficace campo etnografico in Ucraina, oltre che a Kiev, ho dovuto muovermi necessariamente sia nella parte Ovest sia nella parte Est, oltre che in Crimea, regione, quest’ultima, tradizionalmente russa2. Per ciò che concerne la metodologia della ricerca etnografica, mi sono basato sulle indicazioni dell’antropologo russo Valerij Tiškov, espresse in “Nuove e vecchie identità” (Novye i starye identičnosti): «L’identità si esprime non solo attraverso rappresentazioni mentali interne, ma si manifesta anche in tutta una serie di coordinate esterne (i nomi delle vie, gli slogan pubblicitari, i monumenti, le esposizioni, i musei, ecc…»3. Per tal ragione, oltre alle interviste, ho cercato di soffermarmi anche sulle cosiddette “coordinate esterne”.

Nelle grandi città dell’Est: i centri industriali di Char’kov, di Dnepropetrovsk (città fino a poco tempo fa vietata per le sue fabbriche di missili e di materiale bellico), la città di Zaparože con la sua ciclopica diga sul Dnepr, la città mineraria di Donetsk, il territorio del Donbass… il legame con l’identità russa è visibilmente espresso dalla toponomastica e dai monumenti che richiamano il periodo sovietico, addirittura più evidenti in Ucraina che nella stessa Russia. È palese un certo parallelismo tra “russo” e “sovietico”, la percezione è che si voglia considerare la Russia di Putin come il diretto erede dell’Unione Sovietica. Nelle città persistono le imponenti statue di Lenin, i vari monumenti inneggianti alla “Grande Guerra Patriottica” (nome con il quale è solitamente definita la Seconda Guerra Mondiale). Il fatto che l’Unione Sovietica abbia contribuito in maniera decisiva alla vittoria sul nazi-fascismo con il suo ben noto, drammatico ed enorme sacrificio di vite umane (civili e militari), ha in tutti gli effetti consacrato il mito della “Grande Guerra Patriottica” con i suoi relativi riti collettivi: le parate militari, la visita ai vari memoriali e sacrari, la ricorrenza del “Giorno della Vittoria” (den pabedy) il 9 di maggio… Inoltre, nonostante siano passati vent’anni dal crollo dell’URSS, la toponomastica continua a far riferimento al vasto patrimonio simbolico sovietico/socialista: ottobre, rivoluzione, popolo, proletario, lavoro, komsomol, internazionale, armata rossa, stella rossa, Lenin, Marx, Engel… indicando una persistente “nostalgia del periodo sovietico”.

Al contrario, nella città di Lviv, epicentro dei territori dell’Ovest, la toponomastica sovietica è stata sostituita da una toponomastica che celebra l’indipendenza dell’Ucraina. Nel suo cimitero monumentale (Cimitero Lychakivske) sono custodite le tombe dei nazionalisti ucraini che durante la seconda guerra mondiale passarono tra le file dei nazisti per combattere contro l’Armata Rossa. A lato delle tombe sormontate dalla croce teutonica è stato eretto un monumento ai caduti della Divisione SS-Galiziana (Waffen-Grenadier-Division der SS) composta da ucraini. Durante l’occupazione nazista, mentre nelle regioni orientali la popolazione sostenne una vitale, in molti tratti addirittura “epica”, resistenza partigiana, nei territori occidentali parte della popolazione appoggiò efficacemente la causa tedesca. Sempre nella città di Lviv la statua di Stepan Bandera, leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) ha sostituito le statue dei leader sovietici.

Contemporaneamente all’individuazione e all’analisi di questi elementi “visuali”, ho effettuato interviste definibili di “basso profilo”, gente comune, e di “alto profilo”, accademici, politologi, storici… volutamente scelti proprio perché in grado di esprimere precise e dissonanti posizioni. Cito tre personaggi, secondo il mio avviso, assolutamente rappresentativi. Lo storico Volodymir Serhiychuk, ad esempio, nel suo libro “Ucraina contributo al mondo”4 sostiene come la Russia, nel corso della storia, si sia appropriata non solo delle risorse fisiche, ma anche intellettuali degli ucraini. Per lo storico, inoltre, quello russo e quello ucraino sono due popoli nettamente distinti (una sorta di contrapposizione manichea tra barbarie e civiltà): «pur partendo dalle stesse origini storiche (Kievskaja Rus’), mentre gli ucraini si sono sviluppati sotto l’influsso bizantino, i russi hanno subito l’influsso dei tartari-mongoli, dai quali hanno ereditato un’impronta indelebile nella loro idea di Stato e sulla loro mentalità. Partendo dall’assimilazione delle tribù ugro-finniche, hanno fondato il loro impero muovendosi con la forza alla conquista di altri popoli…». Il leader del Partito Comunista Ucraino Petr Simonenko, al contrario, sente verso i russi “fratellanza e continuità”, considera il periodo dell’URSS la massima espressione di quest’unione: «Esistono tre popoli slavi fratelli: ucraini, bielorussi e russi. Si differenziano a livello della lingua (ognuno ha evoluto una propria letteratura), della mentalità e della cultura. Allo stesso tempo questi tre popoli sono molto simili tra loro. Ad esempio ci sono molto meno differenze tra loro che verso i polacchi e i bulgari; hanno in comune la stessa chiesa, quella ortodossa, condividono anche una lingua transnazionale, il russo»… «Per lunghi periodi storici russi, ucraini e bielorussi hanno vissuto nello stesso paese: alle origini nella Kievskaja Rus’ poi nell’Impero russo e nell’Unione Sovietica. Questa esperienza di convivenza congiunta si è rivelata favorevole sin dall’inizio, infatti, tutti i successi del popolo ucraino sono stati raggiunti nell’ambito dell’unione dei tre paesi. Rendo noto che in questi paesi gli ucraini hanno sempre svolto un ruolo guida, hanno occupato alte posizioni nell’amministrazione, nella gerarchia militare, nelle scienze e nella cultura. Per esempio, dei sette segretari generali del PCUS dell’URSS due erano ucraini: Nikita Chruščëv e Leonid Brežnev»5.

Il primo presidente dell’Ucraina indipendente Leonid Kravčuk ha espresso una pozione decisamente più equilibrata pur rimarcando le aspirazioni europee dell’Ucraina: «L’ucraino autentico è una persona dal carattere europeo. È un europeo. Fin dai tempi dell’antica Kievskaja Rus’ con il principe Vladimir, con il principe Yaroslav il Saggio, abbiamo condotto una politica europea, abbiamo sviluppato un punto di vista europeo. In seguito è anche accaduto che l’Ucraina sia andata nella direzione opposta, ed è per tal ragione che è rimasta indietro»… «Continuità e affinità di mentalità con i russi sono manifestate dal fatto che abbiamo vissuto insieme per molto tempo. Dal periodo della Kievskaja Rus’, poi con Bohdan Khmelnytsky… siamo stati insieme per secoli. Insieme abbiamo plasmato la cultura slava orientale, con omogeneità di lingue e di tradizioni. Ci sono veramente molte similitudini, che si compenetrano. Penso, non esistano al mondo esempi migliori, nei quali, dei popoli abbiano così a lungo vissuto insieme e in maniera così compenetrante. In altre parole parliamo della nostra storia comune»6.

Ponendo la tipica domanda: «Cosa significa essere autentici ucraini?» e tracciando un denominatore comune tra tutte le risposte ricevute da coloro che si definiscono “nazionalisti” ucraini, è emerso: «Totale diversità dai russi». Parlare in Ucraina d’”identità nazionale”, significa soprattutto parlare di “contrapposizione o continuità” con la Russia (diversità o fratellanza?). Su questi due elementi si gioca, in gran parte, quella dicotomia che si riscontra tra le rappresentazioni ufficiali della ”ucrainicità” (uso della lingua ucraina nella sfera pubblica, diversa interpretazione della storia in comune con i russi… ) e il vissuto nella sfera privata, quella che Herzfeld chiama “intimità culturale”7, (l’uso costante del russo, parentela famigliare spesso completamente intrecciata con russi, modi di agire assolutamente indistinguibili da quelli dei russi…).

Tornando al “campo di ricerca”, un acceso dibattito, dagli esiti radicalmente opposti (a seconda che si svolga nelle regioni occidentali od orientali), ruota oggi intorno alle figure di Stepan Bandera e di Roman Šuchevič. Entrambi leader nazionalisti dell’OUN, con le loro formazioni militari continuarono a contrastare i sovietici ben oltre la fine della seconda Guerra Mondiale; uccisi, infine: Bandera nel 1959 dal KGB a Monaco di Baviera, Šuchevič in uno scontro a fuoco con agenti del MGB nel villaggio di Belogoršča non distante da Lviv nel 1950. Le loro gesta continuano ad alimentare un controverso dibattito pubblico per arrivare ad una loro ufficiale connotazione: “eroi” o “banditi”? “Eroi, campioni del nazionalismo ucraino” acclamati dagli abitanti delle regioni occidentali, o “banditi e criminali” per la popolazione orientale e per i comunisti? dove, ovviamente, i veri eroi sono i soldati dell’Armata Rossa e i partigiani. O forse, più semplicemente: né “eroi” né “antieroi”, ma solo personaggi storici che perseguirono fino alla morte un loro ideale d’Ucraina.

È sui toni di questa posizione equilibrata in grado di trascendere le logiche della rigida contrapposizione che, tornando alla questione iniziale “Russia – Ucraina: un rapporto irrisolto”, auspicherei una distensione sia tra i due Paesi sia, soprattutto, all’interno della stessa Ucraina.


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