Sala d’aspetto

Da Andrea Venturotti

Ansia. Mi guardo attorno e vedo solo ansia. Tensione. Preoccupazione. Sudorazione. Sono in una maledetta sala d’aspetto. Penso che non esista altro luogo peggiore. Però, forse, un aspetto positivo c’è: puoi capire davvero chi ti sta davanti. Nel giro di qualche minuto, riesci a conoscere a fondo una persona mai vista prima. E’ proprio sotto pressione che una persona si rivela per quello che è. Rivela senza parlare le sue paure, le sue debolezze, le sue fragilità. Ti mostra, senza volerlo, aspetti che non aveva svelato a nessuno. Nemmeno alle persone più care, più intime.

Chi guarda le lancette dell’orologio. Chi passeggia freneticamente avanti e indietro. Chi si tiene la testa fra le mani. Chi guarda fuori dalla finestra. Chi, in qualche modo, cerca di sdrammatizzare facendo una battuta. Chi, invano, cerca conforto e rassicurazione scambiando due chiacchiere. Tutti fanno qualcosa. O, almeno, ci provano. Stanno compiendo azioni inconsapevolmente. Non sono pienamente coscienti di quello che stanno facendo. Sono tutti presenti fisicamente ma nessuno in realtà si trova li. La loro testa è da un’altra parte. Completamente. Consapevolmente. Continuamente distratti.
Sai esattamente che dopo quell’attesa arriverà una risposta, un esito. E sai benissimo che quest’ultimo potrebbe cambiare la tua vita. O buona parte di essa. Forse è proprio quello che ti deconcentra, che ti distrae nelle sale d’aspetto. Ancor prima di ciò che dovrai affrontare cominci a pensare alle eventuali conseguenze. Quello che succederà (o che potrebbe succedere) in caso di riposta negativa o positiva.

Io di certo non sono escluso da questo tipo di comportamenti. Forse sono il primo. Guardo un punto fisso ‘inesistente’ e mi perdo. Mi perdo tra i miei mille ricordi: dall’infanzia fino ad oggi. Provo a ricordare tutte le volte che sono stato sottoposto a questo tipo di pressione e, allora, comincio a ‘viaggiare indietro nel tempo’. Ricordo i minuti che sembravano ore lungo quel corridoio di scuola prima dell’esame, i corridoi stretti e lunghi dell’ospedale. E nel frattempo i minuti passano e la stanza si svuota sempre più. Ma la mia testa continua a riempirsi. Un processo inversamente proporzionale. E ancora si torna indietro nel tempo, a quando avevo 6 anni e mi trovavo in ospedale per mia madre: doveva essere operata per via dei calcoli intestinali. Non so come, ma mi ricordi che anche lì i minuti non passavano. Poi uno sbalzo improvviso mi teletrasporta all’età di 13 anni: quei momenti lì me li ricordo eccome. Secondi che sembravano minuti, minuti che sembravano ore. Per ricevere una notizia che era già scritta, era già pronta. Bastava accettarla. Quando ti ho visto tornare a casa in un parallelepipedo di legno ci ho creduto. Ma era tardi. E poi, di colpo, sono di nuovo nella sala d’aspetto da cui sono ‘partito’. E’ il mio turno, mi chiamano. Mi alzo, tocca a me. Il resto è solo da vivere.

“Sala d’aspetto” di Viola Sanna


Quarto articolo contenuto nella ‘raccolta’ de ‘Il passeggero distratto‘. Come al solito, tra i miei ringraziamenti finali, non possono mancare i complimenti alla bravissima Viola Sanna che arricchisce i miei articoli con i suoi fantastici disegni, soprattutto per quanto riguarda per questo personaggio inventato da lei proprio per la mia raccolta del passeggero distratto (se vi siete persi i precedenti pezzi cliccate qui: https://afreeword.wordpress.com/category/il-passeggero-distratto/). Cliccate sul suo nome e potrete vedere anche il suo spazio nel blog dove sfodera le sue opere.

A presto,
tra una riga e l’altra.


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