Tra le creature umane il poeta rappresenta l’esempio più evidente di come si possa ricostruire e reinventare l’anamnesi. Salvatore Quasimodo, siciliano di Modica, terra ragusana gravida di reminiscenze greche antiche, è stato più di altri colleghi del Novecento capace di sintetizzare la forza della memoria, probabilmente per un’esigenza sua personale, per la volontà di non dimenticare tutti i luoghi toccati durante i primi anni al seguito del padre ferroviere, spesso trasferito da una stazione a un’altra. Ride la gazza, nera sugli aranci è un esercizio esemplare di raccolta delle immagini illanguidite (arsi, remoti simulacri) che il ricordo cerca disperatamente di fermare e fissare nel presente, un’evocazione di lontane giornate dell’infanzia nell’illusione che possano rivivere (Forse è un segno vero della vita) grazie alla ricostruzione verbale di una poesia. Quasimodo riassapora quei movimenti, quei suoni, le scenografie di un mondo infantile, i girotondi dei bambini che parlano, cantano e saltellano una lingua perduta, la lingua non più parlata dagli adulti, e che solo la poesia sa invocare. Forse il poeta ha il coraggio di farsi bambino, di restituire la lingua “adulta” al gioco, di rileggere con occhi tornati finalmente puri le giornate ricche di sensi e individuare in ogni vibrazione lo spettacolo della natura. Ride la gazza, nera sugli aranci ha il fascino delle memorie trattenute che rivisitiamo la sera, nei momenti di riposo, dove tutto sembra conservato, intatto, non corrotto dal ritmo della vita pur nella opacità dovuta alla lontananza del tempo (Pietà della sera, ombre / riaccese sopra l’erba così verde, / bellissime nel fuoco della luna!).