Scacco a Obama

Creato il 14 maggio 2013 da Coriintempesta

di Giulietto Chiesa.

L’attentato di Boston, i bombardamenti israeliani su Damasco, la crisi (scongiurata subito) tra Stati Uniti e Corea del Nord sembrano eventi del tutto scollegati, disconnessi tra loro. Io penso che non lo siano e che, anzi, siano tutti segnali del convergere - perfino piu’ rapido del prevedibile verso una crisi di più vaste proporzioni.
Mi pare di vedere una mano – più invisibile di quella, famosa, del “mercato” – che preme perché si verifichi una resa dei conti. Forse piu’ di una resa dei conti: diverse e lontane, ma riconducibili a un unicum di impressionante squilibrio, un “buco nero” nel quale stiamo andando tutti nel piu’ disastrante caos di idee dell’ultimo secolo. Ma più grande di quello che condusse alla seconda guerra mondiale.

 crisi della leadership di Barack Obama

Adesso si vede in trasparenza che l’”uomo nuovo” della politica statunitense ha la stessa liberta’ di manovra di un fringuello in gabbia.

La crisi con la Corea del Nord non e’ stato lui a cominciarla. Neanche il suo ministro degli esteri lo ha fatto. Si potrebbe pensare che ci sia un legame diretto, ben piu’ solido, tra Kim Yong Un e il Pentagono, o la Cia, o con tutti e due. Il giovanotto di Pyongyang si mette all’improvviso a strillare e minacciare, apparentemente senza motivo. Tutti i media si mettono a starnazzare anche loro come galline impazzite e, per una decina di giorni, il mondo intero appare sull’orlo di uno scontro nucleare tra il gigante americano e il nano nord coreano.

Evidentemente non c’era nulla di piu’ serio di un accurato gioco delle parti, nel quale la parte piu’ potente faceva finta di sentirsi minacciata, ma sapeva perfettamente che la minaccia di Kim era semplicemente inesistente. Invece lo scopo era diverso: consentire al Pentagono di mettere a punto gli orologi, e portare le armi e le piu’ raffinate tecnologie americane negli immediati pressi di Pechino. Washington sa bene, come lo sa Kim Jong Un, che la Corea del Nord puo’ essere cancellata in un attimo.

Fatto decantare il polverone, John Kerry si e’ affacciato sull’uscio e ha detto che troppo allarme era esagerato e contro-producente. Fine della commedia: si erano messi d’accordo per ricompensare il “dittatore Pazzo”. Resta solo da chiarire chi ha acceso il fiammifero. E, probabilmente, si scoprirebbe che non e’ stato Obama, i cui capelli stanno ingrigendo a velocita’ supersonica, date le circostanze. Poiche’ gli e’ stato affidato il compito, forse per lui ingrato, di portare a compimento la profezia dei neocon. Quegli stessi che presero il potere, con un vero e proprio colpo di stato, nell’anno 2000, portando alla presidenza George W. Bush (che era stato sconfitto da Al Gore). Scrissero, nel famoso Project for The New American Century, che la Cina sarebbe divenuta il pericolo principale per la sicurezza degli Stati Uniti nel 2017. E ripeterono la profezia nei documenti successivi concernenti la sicurezza nazionale del futuro. Era il 1998.

Forse non era una profezia, sebbene si trattasse di eventi del futuro. Forse avevano fatto i loro calcoli e avevano pensato con quale Cina avrebbero avuto a che fare, tenendo conto dei tassi di crescita del suo PIL, dei suoi armamenti, della sua finanza, della sua tecnologia, della sua popolazione. Se non si tengono sempre presenti quelle previsioni, difficilmente di potra’ capire cosa sta succedendo in America e fuori, mentre nel frattempo l’Occidente intero e’ entrato nella piu’ grave crisi della sua intera vicenda imperiale.

Il secondo problema per Obama si chiama Siria. Il ruolo che avrebbe voluto recitare era quello del moderato e prudente. Aveva provato la parte nella vicenda della guerra contro la Libia di Gheddafi, facendola passare – media occidentali compiacenti – come una guerra anglo-francese. In realta’ se non ci fossero stati il Pentagono e la Cia quella guerra non sarebbe stata nemmeno tecnicamente possibile. Ha dunque cercato di ripetere la scena dalle parti di Damasco. E qui non c’e’ riuscito. Per meglio dire c’e’ riuscito fino a gennaio di quest’anno. Poi ha cominciato a perdere le staffe. In realta’ ha dato il via libera all’Arabia Saudita, al Qatar e alla Turchia, di scatenare contro Damasco un intero esercito di almeno 25.000 mercenari. Si aggiungano le sanzioni e lo strangolamento del regime di Bashar el Assad e il ponte aereo che da mesi, con centinaia di velivoli, rifornisce di armi e munizioni il Fsa (Free Syrian Army). Gli Stati Uniti non sono mai stati in disparte in questa guerra. Non una sola pallottola e’ stata sparata senza il consenso di Washington. Che, negli ultimi tempi, e’ parsa sempre piu’ incline a fornire armi “sempre piu’ letali” ai ribelli mercenari, mescolati con i residuati di Al Qaeda.

Obama voleva una tattica di logoramento, in modo che Bashar cadesse da solo, come una pera matura, senza costringere l’America a sporcarsi troppo le mani. Ma, da un lato, Bashar el Assad non e’ stato disciplinato e ha continuato a resistere, dall’altro e’ venuta crescendo la fregola di Israele. Che ha bombardato direttamente il territorio siriano e perfino Damasco. E’ stato Israele a inventare le armi chimiche siriane, probabilmente e’ stato qualche commando israeliano a piazzare qualche bomba chimica, o a consegnarle ai tagliagole del Free Syrian Army.
Tel Aviv (o Gerusalemme) non ha tempo da perdere. La caduta di Damasco e’ preliminare all’attacco contro Teheran. E qui Obama ha di nuovo fatto la figura del vaso di coccio schiacciato dal vaso di ferro Netanyhau. Anche qui l’impressione e’ che il presidente americano conti meno dei suoi militari o dei suoi servizi segreti, che vanno a trattare direttamente con Israele e si muovono con grande disinvoltura per conto proprio. Cosi’, una volta “scoperte” le armi chimiche della Siria, Obama ha dovuto recitare la parte di colui che e’ costretto, suo malgrado, a minacciare: «Se si potesse verificare che il regime siriano ha davvero fatto uso di armi chimiche contro la popolazione civile, allora saremmo costretti a usare tutti i mezzi». Per punirlo, s’intende.

Non resta dunque che aspettare che il Mossad e la Cia forniscano le prove. Ci vorra’, per questo, una qualche dose di cautela, perche’ per fornirle, le prove, si dovrebbe ammettere che il Mossad sta agendo sul territorio siriano, insieme ai servizi segreti di Turchia, Francia e Gran Bretagna e, naturalmente, alla Cia. Ma e’ solo questione di tempo. E a quel punto Barack Obama dara’ l’ordine che avrebbe preferito non dare, forse.

Ma i segnali di sconfitta di Obama sono stati anche altri, forse addirittura piu’ significativi. Il giorno delle bombe di Boston il presidente Usa ha subito uno scacco piu’ grande di tutti i precedenti.La legge per la limitazione della vendita di armi ai civili americani e’ stata clamorosamente battuta al Senato Usa. Uno dei cavalli di battaglia del presidente in carica, e’ stato azzoppato. Lo stesso giorno, si noti, in cui scoppiavano bombe, subito attribuite a un “commando ceceno” composto da due “terroristi”, tanto improbabili quanto le loro origini etniche. Che, con modesto dispendio di morti, ha permesso all’Fbi di paralizzare la citta’ per una intera settimana, chiudendo in casa tutti gli abitanti e terrorizzando l’America intera che non poteva nemmeno immaginare. Cioe’ tutto lascia pensare, se si guarda con attenzione alle dinamiche degli avvenimenti di Boston, che in quella citta’ si sia fatto un “esperimento”, una ”prova di stato d’assedio”. Perche’? Cosa si sta preparando?

Viene in mente una frase di Bertolt Brecht: «se il fascismo arrivera’ in America avra’ il volto della democrazia». Chi organizza questi esperimenti non lo sapremo facilmente. Anzi non lo sapremo mai. Resta da indovinare se il presidente in carica e’ al corrente, ovvero se ci sono forze che agiscono anche indipendentemente dal presidente, oltre lui e sopra di lui, e che lui e’ costretto ad avallare, a posteriori.

C’e’ stata, per altro un’ulteriore coincidenza, di difficile attribuzione. Quel giorno fatale bostoniano, il 16 aprile, la prima pagina del New York Times ospitava un articolo che dava notizia di un evento a suo modo storico: una commissione ufficiale, bipartisan, del Congresso, confermava che gli Stati Uniti hanno praticato sistematicamente la tortura a partire dall’11 settembre del 2001. Questo il dispositivo della sentenza: «il presidente e i suoi massimi consiglieri erano al corrente» del fatto che «pene e tormenti venivano inflitti su diversi detenuti in nostra custodia».

Una bomba, diversa da quelle di Boston ma pur sempre tale, perche’ metteva sotto accusa niente meno che tutti gli ultimi tre presidenti degli Stati Uniti. A cominciare dal democratico Bill Clinton, che preparo’ il terreno giuridico per le mostruosita’ che avvennero “dopo”, per includere i due mandati di George Bush Jr, fino ai due mandati non ancora conclusi di Barack Obama. Il quale ultimo e’ coinvolto nella vicenda, perche’ copri’ le responsabilita’ del suo predecessore, tentando di bloccare l’inchiesta che lo riguardava nel 2009. Obama, noto per non avere chiuso Guantanamo Bay, noto per avere fatto ammazzare piu’ di 4000 “terroristi” mediante droni che hanno agito fuori dal territorio americano (cioe’ in aperta violazione di tutte le leggi internazionali).

L’inchiesta fu bloccata, ma ne parti’ un’altra, questa, diretta dal repubblicano Asa Hutchinson, e dal democratico James R. Jones. Ma, non finisce qui. Bomba chiama bomba. Se ci furono torture sui “nemici combattenti”, tutte le loro confessioni sono inutilizzabili (anche secondo la legge americana). E, dunque, anche le conclusioni dell’inchiesta ufficiale sull’attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono sono nulle.


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