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Scogli. Ovvero come sono quasi morto e ho imparato ad affrontare il mare

Creato il 27 aprile 2015 da Thefreak @TheFreak_ITA

Lavorare in un ufficio ti permette di crescere, imparare a lavorare in squadra e sviluppare tante abilità, la più importante è scegliere scientificamente i giorni di ferie estivi e massimizzare i giorni di riposo. Così me ne sono andato in ferie una settimana prima di ferragosto. Lavorare quella del 15 di settimana, significa starsene in ufficio 8 ore precise a utilizzare la linea internet e l’aria condizionata, poi quest’anno il 15 è un venerdì, settimana corta.

Sin dall’adolescenza il mio rapporto con questa festa è stato complicato: non facevo mai un cazzo o, rispetto ai miei amici, facevo le cose a metà. Perché non capisco il motivo di svegliarsi all’alba, caricare l’auto come in un trasloco, percorrere strade trafficate per arrivare in spiagge stracolme di persone, starsene ore sotto il sole ad ardere vivi.

Da qualche anno io passo il ferragosto alternativo. Niente mare, fanculo al caldo, alla sabbia, ai gelati che si squagliano non appena li togli dalla confezione, alla birra calda, al sale che dopo ore ti impedisce i movimenti, all’inevitabile scottatura. Me ne vado in montagna, non in alta Italia, non sulle Dolomiti fighette, io me ne vado in provincia di Rieti, a Roccantica.

Un paese medievale, come si evince dal nome, una rocca. Un agglomerato di case che se ne togli una, crolla giù tutto il paese come un gigantesco domino. E’ il quarto anno consecutivo che vado. Il motto è rivisitazione. Lunghe vesti colorate, stemmi, gioielli e cappelli improponibili. Si beve vino di campagna da brocche di coccio, dentro taverne scavate nella roccia. Si mangia carne alla griglia. Tre anni fa ho convinto Totò e Giulia, i miei due migliori amici e una delle coppie più belle del mondo, a venire, innamorati, mi fanno compagnia ogni anno da allora.

Dopo la rivisitazione, ce ne andremo a Latina, campo base casa di mio padre. Un giorno al Circeo e quello dopo sulle montagne. Preparo lo zaino, basteranno un paio di cambi e una maglietta. Puntuali alle 4 sono da me Totò e Giulia. La strada per arrivare alla rocca è impossibile da ricordare, ma il navigatore serve a questo. Ci vuole meno del previsto e alle cinque siamo sotto il paese. La costumeria è già alle prese con la gente. Le signore responsabili mi riconoscono. Sono quattro anni che cerco di rubarmi spade e armi varie, sono diventato uno dei loro peggiori incubi. Totò e Giulia indossano i vestiti da mercanti, sono una coppia. Io mi vesto da armigero. Sono il capo delle guardie.

Mi pento della scelta subito, partendo dal basso: stivaletti in cuoio, calzamaglia di lana elastica, camicione, cotta di maglia al busto, grembiule con stemma, guanti, cotta di maglia in testa, elmo di ferro e mantella di lana lunga fino ai piedi. Peso totale 20 kg, caldo immenso, tempo di vestizione 30 minuti.

Giro per il paese già in costume. Ci vogliono tre passi per iniziare a sudare. Un litro di vino rosso in tre non aiuta a sopportare il caldo dei vestiti, ma fa passare il tempo, anzi è ora di sfilare. Il podestà in testa, gli armigeri dietro a fargli da scorta. Poi la plebe per tonalità cromatica chiude il corteo, la statua della madonna, non sono religioso ma mi piace questa pagliacciata. La sfilata però come ogni anno ha i suoi difetti: prima di tutto danno l’appuntamento un’ora prima, quindi si sta tanto tempo sulle scale cittadine, fermi immobili, senza poter fumare perché anacronistico. Poi si parte, si sfila. Si passa davanti agli spalti, la gente ti guarda e scatta foto. Vecchi riti tribali di un paese sempre legato al suo passato. Il parroco dice messa, ringrazia i suoi santi, benedice la folla.

Finalmente è finita, l’elmo mi sta uccidendo, ho caldo e voglio bere. Canto vittoria troppo presto. C’è il congedo e l’encomio al parroco diventato monsignore. Applausi, passa la madonna, riparte la sfilata, fino su alla chiesa per la seconda messa, ma non mi interessa, mi infilo nel primo vicolo, tolgo l’elmo, calo la cotta in testa e mi aggiro per il paese buio e sento che potrebbe arrivare un assassino ad uccidermi saltando da un tetto ad un altro. Entro in costumeria e tolgo tutto, ordino e con i miei amici dopo un caffè veloce saltiamo in macchina. Lasciamo la rocca, raggiungiamo la pianura.

La sveglia è stata quieta, almeno la mia. Ho dimenticato di avvertire i due che il sole batte forte la mattina su lato della casa dove la loro stanza affaccia. Guido io, la macchina è loro ma io so la strada. Allungo per passare dal forno che cuoce la migliore pizza al taglio della città. Scocciatura ma ne vale la pena. La strada è trafficata ci vuole parecchio per arrivare. Sono strade vecchie. Fatte in anni in cui il maggior traffico erano trenta auto al giorno.

Quella cifra oggi, in periodi come questi, si raggiunge in meno di un minuto. Il lungomare di Sabaudia, ne risente di più. Pieno. La gente di ferragosto rende tutto peggio. La ricerca del parcheggio più vicino possibile ad un accesso alla spiaggia, rende la gente terribilmente lenta e fastidiosa.

Arrampicati con l’auto sul promontorio ci ritroviamo ad avere a che fare con la processione a San Felice per l’attraversamento del santo che ci obbliga a quasi trenta minuti di sosta, dentro un auto sprovvista di aria condizionata. Un’ora di auto, che poteva essere mezza, che sarebbero stati venti minuti in moto. Arriviamo a destinazione. Il posto dove li sto portando è una caletta frequentata in passato da pastori. Non semplice arrivarci. C’è da prendere ripido sentiero prima.

Attraversa la boscaglia marittima del promontorio, intervallata da aree picnic. Dopo si prende una scala scolpita direttamente nella pietra. Sposti la fronda dell’ultimo pino e ci sei. La pace. Una discesa di roccia, una serie di scogli accatastati che si gettano nel mare. Non c’è nessuno, solo noi tre.

E’ ventoso, è difficile arrivarci sei pigro con la maggioranza della gente, non è comodo come sdraiarsi sulla sabbia. Anche in acqua non c’è nessuno. Spesso è meta di barche, ma il mare è mosso. Le barche sono tutte al porto. Il mare è mosso, non è giornata, niente bagno oggi. Pazienza. Prima un giro sugli scogli, ci affacciamo sulla caletta. Le onde si infrangono potenti contro le rocce, alzano muri d’acqua per metri. Spettacolare e pericoloso allo stesso tempo.

Sentiamo una risata. Dietro ad una roccia c’è un ragazzo partorito direttamente da uno stereotipo: lunghi dredd biondo scuro, canotta bianca sporca e stracciata, costume da surfista californiano verde acceso. Se ne sta in una culla di sassi a leggere Murakami mentre fuma sostanze poco lecite, bagnandosi le labbra di quel che sembra vino rosso in una vecchia bottiglia di Gatorade. Troviamo una nicchia lontano da loro. Stendiamo gli asciugami e relax. Il sole è forte ma il vento non lo fa sentire, si chiacchiera tanto. Si mangia e si beve da lattine di birra di un litro ciascuna, comprate il giorno prima.

Anche se da un litro non ci vuole tanto a finirla. Per smaltirla decido di fare un po’ di esercizio. Salto da una roccia all’altra spensierato. Riesco quasi a immaginarmi in altri posti, in un’avventura nello spazio per esempio. Torno bambino. Il mare si è calmato, dopo un astio iniziale sembra invitarmi a sé. Mi avvicino. Mi ritrovo in piedi su uno spuntone di roccia che sporge verso l’acqua, mi sento un po’ Will il coyote. Davanti a me solo mare fino alle Ponza.

L’acqua ha fatto il suo lavoro, le rocce sono più lisce, riesco a togliermi le scarpe. Le lascio alle mie spalle, in alto. Nel posarle vedo dei sassi ovali, piatti, perfetti da far rimbalzare sulla superficie dell’acqua. Così lascio lo spuntone e salgo di mezzo metro. Tiro un paio di sassi, arrivo quasi a fare tre rimbalzi, record di una vita. Il vento è piacevole, un’onda scavalca le rocce sotto di me e arriva a bagnarmi i piedi. Un’altra onda.

Più massa d’acqua si infrange contro le pietre sotto di me, si alza un muro che vedo nascere, crescere e superarmi in altezza. Poi la gravità vince, finisce l’ascesa e si ripiega contro di me, una forza dirompente mi travolge. Questo succede quando una forza irrefrenabile incontra un oggetto movibile, l’oggetto è spacciato. Impotente sento il mio corpo muoversi. Riesco all’ultimo momento utile a coprirmi il viso.

Non posso vedere, ma sento perfettamente le rocce contro il mio corpo. Non c’è ancora dolore. C’è tempo per quello, per ora c’è solo adrenalina e la consapevolezza di non essere al sicuro. Sono a terra in una gola bassa. Respiro a fatica, da bocca e naso esce più acqua che aria. Un’altra onda si infrange, un altro muro d’acqua si alza. L’acqua entra direttamente nel corridoio di pietre, incanalata in quello stretto corridoio prende forza, come l’aria nella metro quando arriva il treno è un pistone. Mi spinge via. Sbatto, struscio contro le pietre appuntite. Almeno cinque metri di scivolo, come un acqua park foderato di carta vetrata. Sento gli urti, sento la pelle aprirsi, sento il sale bruciare sulle ferite. Cerco un appiglio, solo rocce appuntite. Solo tagli e pezzi di unghie che partono, poi il mare.

Sott’acqua. Silenzio. Nuoto. Respiro ancora. Non faccio in tempo a sentirmi libero che mi travolge una terza onda. Trovo una roccia levigata cui aggrapparmi. Faccio calmare le acque.

Riesco a risalire all’asciutto. Percorre all’inverso la gola. C’è una scarpa. Solo una. La prendo comunque. Risalgo, mi arrampico. Trovo la seconda scarpa. Sento le ferite tirare, le gambe fanno male. Ma l’adrenalina pompa forte e salgo. I miei amici mi guardano a bocca aperta, sono ancora spaventati, più di me. Si assicurano che io stia bene, li tranquillizzo, prendo dell’altra birra e mando giù un sorso. Mi siedo, mi calmo, l’adrenalina scende.

Gambe, braccia e schiena percorsi da linee di sangue. Sul costume si allarga una chiazza di sangue dietro la coscia sinistra. Inizio a tremare. Non controllo il mio corpo. Sono costretto a posare la lattina di birra a terra. Mi alzo a fatica. Cammino un po’, mi ritrovo dietro un cespuglio in tempo per liberare un fiotto di vomito di birra e pizza non digerita.

  • Ti ha salvato il suo odio Zio!-

Dietro di me il fricchettone surfista. Mi passa dell’acqua. L’accetto. Mi sciacquo la bocca e sputo il misto di acqua, saliva e schifo vario.

-Che cazzo hai detto?-

-Il mare Zì! L’hai preso a sassi. Ti odia. Per questo ti sei salvato. Eri là. Tu e lui. Hai fatto un passo indietro vero, ma saresti tornato, ma ti saresti fatto avanti ancora. Se non l’avessi preso a sassate e non ti avesse respinto saresti stato sul quel pezzo di roccia che ora non c’è più e sprofondato.-

-Ma vaffanculo, Zì!.-

Torno dai miei amici. Totò è calmo apparentemente, propone di andare via, di cercare un ospedale. Rifiuto. Prima di tutto sono solo graffi e l’acqua di mare ha già fatto il suo dovere come disinfettante, altro motivo: conosco gli ospedali di Latina, meglio fuori che dentro. Do un ultimo sguardo. L’hippie aveva ragione. Nel panico non ci avevo fatto caso, ma lo spuntone di roccia non c’è più. Portato via dal mare. Travolto dal mare. Sarei stato inghiottito anche io.

Risaliamo la scala. Arriva il dolore. Sule gambe si gonfiano i primo bozzi. I piedi sembrano esplodere. Il sangue si allarga attraverso il tessuto delle scarpe. Le bretelle dello zaino vanno a toccare i tagli su spalle e schiena. Salgo in macchina con molta calma. Ce ne andiamo, ma non guido più io.

Siamo a casa in breve tempo, invece del lungo mare gli faccio prendere la statale. Nessuno ha più voglia di fare un giro turistico. Salgo le scale della vecchia casa dei nonni a fatica. Butto lo zaino da una parte e mi chiudo in bagno. Togliere i vestiti non è cosa facile. Prima le scarpe. Devo prendere le forbici da unghie nel mobile e tagliare il tessuto per toglierle. Sento le fibre del cotone staccarsi dal sangue. Il costume va via facile, con la maglietta si replica la situazione delle scarpe. Nudo, di fronte allo specchio riesco per la prima volta a quantificare i danni. Lividi interrotti da graffi superficiali e ferite più profonde. Le gambe sembrano uscite da un frullatore. Gonfie e sanguinanti.

Cerco del disinfettante nell’armadietto, solo dell’alcol etilico, entro nella doccia apro la boccetta dell’alcol e lo butto sulle gambe. Ci vogliono almeno tre secondi prima di sentire bruciare. Mi sembra di sentire i tessuti sulle ferite sfrigolare con pancetta sulla padella. Apro l’acqua che, ghiacciata, da un po’ di sollievo. Vado poi io sotto l’acqua corrente, è un sollievo per l’animo. Dopo la doccia mi asciugo con calma, passo delicatamente l’asciugamano sulle ferite, inevitabilmente una volta finito la stoffa è mezza colorata di rosso. Vestirmi è anche peggio. Andiamo a fare la spesa, sotto la doccia ho avuto la brillante idea di fare una cena, una fatta bene.

Tra cubetti di ghiaccio nel bicchiere, il whiskey riempie il resto. Finito l’alcool decido che sia ora di dormire e lasciarsi alle spalle questa giornata. Qualcosa però non va. Il respiro accelera. Il cuore pompa. Mani, braccia, gambe e piedi formicolano Tremo ancora. La vista si offusca. Il salotto, illuminato da una lampada da tavolo fioca, sembra rimpicciolirsi.

Poi paura, che diventa terrore. Sento il sale in bocca, sento l’acqua che mi riempie il naso e non mi respirare, sento il dolore delle gambe, torna quella sensazione d’ impotenza. Controllo il respiro, mi siedo. Respiro lentamente, mi calmo. Si riparte dall’ultimo salvataggio.


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