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Se non fosse che

Creato il 23 febbraio 2015 da Diletti Riletti @DilettieRiletti

 

Mi chiamano che è già tardi: aggressione, omicidio. Via G. M., dall’altra parte del mondo. Cazzo, speravo di andarmene presto oggi, che Marco mi ha chiesto di andare al cinema insieme. E invece salto in macchina e via.

Traffico, sirena a palla, controllo l’ora, magari ce la faccio. Accelero un altro po’. Sotto il condominio  ambulanze, fotografi, colleghi in borghese che riconoscerei lontano un miglio. E curiosi, mani in tasca e sguardo vigile, gente affacciata alle finestre a controllare i movimenti di ognuno: quando la morte chiama il risultato è sempre lo stesso. Lungo le scale due donne, una abbraccia l’altra che mugola nella sua spalla “ma erano così innamorati, così innamorati…”; continua a ripeterlo come un vinile inceppato sullo stesso solco. Prendo nota di tornare a parlare con quelle due, ma dopo. Ora salgo.

La scientifica è già all’opera, infilo i copriscarpe ed entro nell’appartamento: luce giallastra, soffitti bassi, centrini infilati sotto ogni soprammobile; la foto di un gesù bello e capellone osserva dall’alto, rimproverandomi la confusione che regna tra quelle mura ordinarie. A disagio per una colpa che non ho, mi avvicino ad un medico che parla a bassa voce indicandomi una porta, dietro di lui intravvedo già le tracce rosse che segnalano il congedo da una vita. Un ometto anziano è steso sul letto matrimoniale in canottiera e pantaloni sbiaditi ma freschi di bucato, le braccia stese lungo i fianchi. È sbarbato di fresco: ha l’aspetto rilassato, se non fosse per il coltello da pane che gli spunta dalla gola inchiodandolo al materasso. Se non fosse per il sangue che ha intriso il cuscino, disegnato coralli morenti su muri e pavimento, se non fosse per lo sguardo sbalordito fisso sul soffitto.

La lama è bella larga e ha fatto bene il suo lavoro, quasi sicuramente troncando la carotide, ma l’omino deve aver sofferto parecchio prima di arrivare al riposo finale. Un colpo da maestro per averlo seccato così, comunque, con una botta sola. Prima di arrivare a fare mentalmente i complimenti a chi l’ha assestata, mi riscuoto e vado a parlare con la pazza che ha ridotto così questo povero cristo. È in cucina, mi dice il collega, che mi dà alcuni appunti.

In cucina c’è solo una donnina magra magra e con una crocchia di capelli bianchi, seduta davanti ad un bicchiere di tè ormai freddo. Potrei scambiarla per la zia Santina, se non fosse per lo sguardo perso nei disegni della tovaglia plastificata, se non fosse per le macchie rosso scuro sulla vestaglia. Macchie fissate per sempre alla sua vita.

Non si muove e non parla, è sotto choc, ovvio. Sa quello che ha combinato, la cara zietta? Vediamo un po’.

Le parlo, le faccio domande, cerco di scuoterla alternando cautela e pressioni: leggo che si chiama Anna, che erano sposati da pochi mesi, un matrimonio tra anziani soli, una vita tranquilla bruscamente troncata da un palmo di metallo nel posto sbagliato. La signora non risponde, non mi guarda, niente. Fissa la tovaglia e tace.

Io penso a mio figlio che mi aspetta per andare al cinema, mio figlio che avrei affidato senza remore ad una nonna come lei, se non fosse che la fragile vecchietta ha appena dissanguato il marito, se non fosse che non abbiamo nonne affettuose nei paraggi, se non fosse che Marco e io siamo soli in questa città.

Rinuncio e sto per uscire, quando mi vengono in mente le due donne sulle scale.

– Ma non vi amavate, Anna?

Lei solleva lo sguardo, finalmente, due occhi acquosi sui quali galleggia lieve un sorriso.

–  Oh sì. Sì, cara. Tanto. Tutto il giorno insieme e la sera, ogni sera, mi aspettava a… – ha un’esitazione, storce la bocca, non capisco se la blocca il pudore o il ribrezzo- a letto. Io non sapevo che fosse così, il matrimonio. Pensavo alla vecchiaia insieme, che ci saremmo fatti compagnia, capisci? Mano nella mano. Invece, ogni sera mi aspettava. Capisci?

Annuisco; non ho capito, no, ma voglio che continui a parlarmi per sapere se devo affidarla ai sanitari o ai colleghi. Lei riprende a parlare, con pazienza:

– Osvaldo mi amava tanto. Ma troppo, troppo, e non ce la facevo più. Non mi ero mai sposata, prima di lui, ma è un inferno. Ogni sera lì, ad aspettarmi. Ogni sera… come fate a sopportarlo, voi giovani? Ogni sera…

Ho paura di capire, ora, ma continuo a star zitta per vedere come va a finire. Davanti alla mia incomprensione, la nonna scuote la testa, si alza e apre la vestaglia: nuda, ha un corpo secco, rosicato, un ventre floscio e smorto, i seni cascanti, le cosce ossute. Davanti a quello sfacelo sbarro gli occhi, non so se per lo stupore, per la vergogna o per l’orrore di una vecchiaia incombente che aspetta anche me dietro l’angolo.


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