Magazine Politica Internazionale

Shell estrae “heavy crude oil” in Canada, ma si impegna a limitare l’impatto ambientale

Creato il 31 ottobre 2013 da Giacomo Dolzani @giacomodolzani

heavy-oildi Giacomo Dolzani

In un comunicato ufficiale, diffuso recentemente dall’ufficio stampa di Shell, il colosso olandese degli idrocarburi annuncia che a breve cominceranno i lavori per la realizzazione del progetto Carmon Creek, nella zona del fiume Peace, in Alberta, nel Canada centro-orientale.
A progetto ultimato il sito, secondo le previsioni, avrà una capacità produttiva di 80mila barili al giorno che sarebbero però di quello che è chiamato “heavy crude oil” o semplicemente “heavy oil”, più viscoso e quindi più difficile da estrarre e trasportare del petrolio prodotto in giacimenti convenzionali, oltre che essere più ricco di inquinanti come solfuri, vanadio e nichel.
Secondo quanto riferito dalla compagnia, il progetto che sta per prendere il via porterà benefici economici alla popolazione dell’Alberta e dell’intero paese per una durata di oltre 35 anni inoltre, tramite l’uso di cogeneratori, l’energia prodotta dal gas naturale estratto insieme al petrolio verrà immessa nella rete, fornendo elettricità a circa mezzo milione di case, per una potenza totale di 630 megawatt.
Nonostante l’impegno preso da Shell a “limitare l’impatto sull’ambiente”, l’estrazione di questo tipo di petrolio implica processi molto più inquinanti rispetto a quelli utilizzati per lo sfruttamento dei normali pozzi; l’aspetto positivo costituito dalla relativa vicinanza alla superficie dei giacimenti (a volte si trovano a profondità inferiori al chilometro sotto la superficie terrestre) è infatti vanificato dalla maggiore quantità di energia necessaria per estrarre un fluido molto pesante e ad alta viscosità. Quest’ultimo problema viene risolto con un processo chiamato Steam-assisted gravity drainage (Sagd); il metodo prevede l’utilizzo di due tubazioni parallele, inserite orizzontalmente all’interno del giacimento e poste una sopra l’altra ad una distanza di pochi metri, l’immissione di vapore ad alta pressione dalla tubazione superiore scalda il petrolio rendendolo meno viscoso e gli consente di fluire più facilmente all’interno di quella inferiore per essere poi pompato in superficie.
Le difficoltà che si presentano nell’attività estrattiva ma anche nel trasporto e nella raffinazione, per i quali vengono utilizzati procedimenti ad hoc, causano un incremento fino al 200% delle emissioni di anidride carbonica (derivante principalmente dalla combustione del gas naturale) oltre alla quantità enorme di acqua necessaria per la produzione del vapore.
Per limitare l’impatto ambientale la compagnia ha annunciato che, oltre allo sfruttamento del gas per produrre energia, quando si verrà raggiunto il pieno regime, il vapore verrà prodotto quasi unicamente riciclando l’acqua derivante dall’estrazione del petrolio.
Benché per la loro conformazione questo genere di giacimenti sia sfruttabile solo in minima parte, spesso molto meno del 30% del loro contenuto totale, percentuale che varia a seconda della composizione chimica del greggio, i giacimenti di heavy oil, secondo una stima di Total, costituiscono tra il 20 e il 25% della disponibilità mondiale di petrolio e che, sempre secondo questi calcoli, in un mondo in cui la richiesta di energia da parte di paesi in rapido sviluppo come Cina, India e Brasile è in costante crescita, corrisponderebbero approssimativamente ad altri 20 anni di disponibilità di idrocarburi.
Le maggiori riserve di heavy oil si trovano in Venezuela e, appunto, in Alberta, per un totale di circa 3 trilioni di barili, di cui però solo 440 miliardi effettivamente estraibili, almeno con le tecniche di cui disponiamo oggi.

da Notizie Geopolitiche



Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :