Siamo fritti o poco ci manca

Creato il 10 novembre 2012 da Astorbresciani
La lettura dei giornali e la visione dei telegiornali, complice la triste atmosfera novembrina, contribuisce a peggiorare l’ulcera e la stenosi epatica di milioni di italiani. E già, perché la condizione del nostro stomaco e del nostro fegato non è poi così diversa da quella del nostro Paese. Siamo prossimi al travaso di bile laddove servirebbe un travaso di idee. Mi ha disarmato la mossa del nuovo presidente dell’Upi (Unione delle Province Italiane), Antonio Saitta, il quale ha dichiarato che le province ricorreranno al Tar per invalidare i tagli disposti dal governo e che per rappresaglia disporranno la chiusura degli impianti di riscaldamento nelle scuole. Mi ha disarmato, ripeto, perché di fronte a un comportamento così irresponsabile, un ricatto insulso, non ho nemmeno la forza di alzare il dito, puntarlo su questo strenuo difensore dei privilegi della casta politico-amministrativa e lanciare alla maniera di Dreyfus il mio inutile J’accuse. Che si tagli la lingua, la prossima volta, anziché chiudere i termosifoni! Di chiacchiere isteriche e minacce non abbiamo bisogno, né di tornare al tempo in cui si andava a scuola con gli zoccoli e la sciarpa pesante. Purtroppo non serve a nulla accusare questo Saitta salito alla ribalta per l’ennesimo attentato al buon senso e alla pazienza degli italiani, attività in cui i politici e gli amministratori pubblici eccellono. Quelli che stanno nelle stanze dei bottoni, qualsiasi sia il piano del palazzo in cui operano, continuano a fare i propri comodi e si ostinano a ritenere legittimi i loro privilegi. Ma come, il governo, dopo averci torchiati come olive, vara la politica di spending review e chi per primo dovrebbe adeguarsi, facendo parte del sistema che ci ha ridotti in rovina a causa degli sprechi, della furfanteria e dell’imbecillità, si oppone? Le province (o meglio, la lobby dei politici “provinciali”, quelli che sguazzano ai margini dello stagno fetido della politica regionale e della palude infida della politica nazionale) si sentono lese, i loro interessi sono in pericolo. Ci credo, hanno paura di perdere posti, privilegi, vantaggi. Ma i sacrifici non può farli solo la casalinga di Voghera, la cinghia della cintura devono stringerla tutti, anche gli uomini e le donne di panza. La riduzione delle province attraverso gli accorpamenti è una scelta logica e necessaria. Le province sono un baraccone che non possiamo più permetterci, dai costi assurdi; vanta 61.000 dipendenti (più l’orda dei consulenti esterni) e 3.600 auto blu. Poca cosa rispetto ai numeri delle regioni e dello stato, per altro. Cosa si aspetta a fare pulizia nelle sedi sibaritiche dei satrapi regionali? E a Roma, quand’è che sorgerà un nuovo Nerone per dare fuoco ai palazzi imperiali? A proposito, il fatto che si voglia cambiare la legge elettorale in corsa, innalzando la soglia per il premio di maggioranza al 42,5% mi sembra l’ennesimo excamotage della casta per tutelarsi dallo tsunami elettorale in arrivo. I nostri eroi stanno innalzando le barricate per impedire d’essere spazzati via. Basterà? Mi auguro di no. Mi auguro che la feccia sia rasa al suolo, che il sorriso si pietrifichi sulle loro facce di palta. È inutile negarlo, l’Italia è “una mantenuta costosa e scostumata”, come scrisse un giorno Indro Montanelli. In effetti, ci vorrebbe una nuova legge Merlin: chiudiamo tutti i covi del potere e le sedi dei partiti politici, sono un ricettacolo di prostitute e lenoni. Il fatto che i politici studino di notte come elaborare strategie sempre più sottili per non decurtarsi gli stipendi e le pensioni, per non dimezzarsi, per non varare leggi e riforme che limitino il malcostume e i benefits, è la prova del cuoco che siamo fritti o poco ci manca. Nella primavera 2013 andremo a votare ma al momento, più di 4 italiani su 10 non intendono esercitare il loro diritto elettorale e gli altri sono in balia dei suonatori di piffero di Hamelin, degli imbonitori di piazza che sanno di offrire merce avariata, degli scaltri venditori di illusioni riciclate. Allegria! – esclamerebbe Mike Bongiorno se fosse ancora vivo. Ma come si fa ad essere allegri alla notizia che Emilio Fede (81 anni) e Iva Zanicchi (72 anni) si candideranno alle elezioni politiche mettendosi a capo di due liste i cui nomi mi fanno sbellicare dal ridere. “Vogliamo vivere” e “Adesso basta”. Ma per favore, un briciolo di serietà! Vogliamo vivere lo possono dire i pensionati e i nuovi poveri, che sono tanti, troppi, e Adesso basta lo suggeriamo noi alla Zanicchi, che con “OK il prezzo è giusto” ha spalleggiato e giustificato l’ascesa del piccolo Cesare di Arcore. In politica, si continuano a preferire le scorciatoie e le varianti della retorica alla via retta. In fondo, come diceva Ennio Flaiano “in Italia la linea più breve fra due punti è l’arabesco”. Toc toc, ma c’è qualcuno che può salvarci, anche in extremis? Se penso che l’anno prossimo potremmo salutare come nuovo come capo del governo Grillo, Bersani o la mummia di Berlusconi, mi viene voglia di scappare in Amazzonia. Piranha e anaconda mi fanno meno paura di chi vorrebbe trasformare il post-Monti nell’atto finale della nostra discesa agli inferi. E già, perché a sentire le fonti autorevoli (l’OCSE) il Pil del nostro Paese dovrebbe crescere solo dell’1,4% di media nei prossimi 50 anni, il che significherebbe che la crisi economica e annessi non risparmierà le prossime due generazioni. Povere le mie nipotine, appena nate sono già piene di debiti e prive di speranze! D’altra parte, fra 50 anni l’Italia sarà vecchissima, non solo logora e ridotta a discutere di politiche economiche comuni con l’Ecuador anziché la Germania. Si prevede che il 40% della popolazione avrà più di 65 anni. Poco male, trasformeremo gli asili nido in ospizi. Per il momento, continuiamo a massaggiarci lo stomaco e curare il fegato nella speranza che ignorino la notizia che la disoccupazione è salita all’8,9%, che crescerà all’11,8% entro il 2014 e che un giovane su tre si gira i pollici tutto il giorno perché non trova uno straccio di lavoro. Se non altro, i pollici li tiene allenati con lo smartphone, l’i-Pad e la consolle dei videogiochi. Allegria! – ripeterebbe con meno zelo Mike Bongiorno dopo avere letto che i politici non sono gli unici scellerati di cui la povera Italia è piena. Sul litorale romano, nel tratto fra Civitavecchia e Nettuno, la Guardia di Finanza di Roma ha scoperto 207 falsi poveri, gente che ha ottenuto agevolazioni e prestazioni a carico dello stato pur vivendo in ville da sogno con piscina e viaggiando su auto di lusso. Ma vergognatevi, finti barboni! La vergogna, purtroppo, non la conoscono gli impuniti che evadono regolarmente le tasse, circolano con l’auto immatricolata all’estero pur abitando in Italia, speculano sui bisogni e le difficoltà altrui, truffano gli ingenui avvalendosi come scudo delle leggi dello stato. 
Che altro aggiungere? Se non siamo fritti poco ci manca. Ho già sostenuto in un mio sfogo precedente che ci vorrebbe la rivoluzione. Forse è l’unico rimedio per medicare la rabbia crescente, per guarire il malessere collettivo. Ogni altra soluzione (io non credo agli uomini dalla faccia pulita ma dal sorriso furbetto come Renzi né agli uomini della provvidenza) è un semplice, inutile palliativo. Non è certo di effetti placebo né di finire sulla brace che abbiamo bisogno per saltare fuori dalla padella in cui ci hanno fritto con pessimo olio di palma.

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