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Siracusa: intervista a Sara Zappulla, coordinatrice UDS Siracusa: vis-à-vis su scuola, conflitto generazionale e politica

Creato il 11 aprile 2014 da Giornalesiracusa

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Oggi Siracusa: Non si è trattato di un’intervista. Fu più che altro una conversazione. Quando la incontrai, in mente avevo chiaro soltanto il tema della discussione: la scuola nel siracusano. Tuttavia non avevo una lista ben strutturata di domande, non avevo dati alla mano, e temevo che non sarei riuscito a cavarle troppe informazioni di bocca. O a toccare i nodi della questione. Invece mi bastò piazzarle il problema, dire parlami-della-scuola, e da quell’incontro uscii con una registrazione vocale di oltre un’ora. Soprattutto, ciò che avevo ottenuto non erano discorsi programmatici, retoriche declamate, slogan davanti cui calare la testa, ma riflessioni genuine fatte da una studentessa che ha scelto di vivere la sua istruzione con consapevolezza. Da qui un’analisi ragionata, sotto un’ottica personalissima, dei mali della nostra scuola.

Una critica pronunciata però col tono della mamma che riprende bonariamente il figliolo adorato. Infatti, ciò che stupisce di Sara Zappulla, 17 anni, coordinatrice dell’Unione degli Studenti di Siracusa, nonché rappresentante d’istituto per il secondo anno di fila, è proprio il suo modo di parlare: dolce e appassionato a un tempo. È come se una pia madonna, con voce esile e dimessa, parlasse dal profondo del cuore di rapporti scuola-lavoro, della dialettica docenti-discenti, dell’ideale fraternità tra gli studenti: con l’animo toccato dall’alto senso della tragedia di un figliolo adorato messo in croce. Allucinante. Prima di questo incontro avevo avuto i miei dubbi, mi ero perfino convinto che l’immagine della pia madonna sindacalista dovesse essere un inganno, una chimera surreale. Forse era il luogo dell’incontro a creare l’allucinazione, il parco coi i pargoli, le chiare fresche et dolci acque, l’herba et fior etc. Tuttavia, sebbene cercassi il minimo retrogusto amaro del veleno nei suoi toni mielati, in quell’ora e più di conversazione non ne ho trovata traccia alcuna. Quindi o si tratta di una spregiudicata e abilissima dissimulatrice, oppure di una pia madonna che s’è tolta il velo e asciugata le lacrime per imbracciare la causa degli studenti di Siracusa, i suoi figlioli crocifissi. Sospendiamo il giudizio, ovvio, ma con ottimismo. Certo è che se poi dovesse rivelarsi vero il primo caso, sarebbe proprio una tragedia.

SARA ZAPPULLA. Dunque vuoi che parli dell’edilizia scolastica?

ANDREA TISANO. Beh… anche. Parlami della scuola a 360 gradi.

D’accordo, va bene. Però, sinceramente, io sono un po’ stanca di parlare di edilizia scolastica.

Stanca?

Aspetta, ti spiego anche perché. Quello della ristrutturazione dei locali è il problema classico, quello che a tutti viene subito in mente, e come sindacato ne abbiamo discusso tantissimo fra di noi e con le autorità. Per carità, è la condicio sine qua non della vita scolastica, ovvio, ma se non ci sono i fondi materiali, possiamo parlarne fino alla nausea − comunque inutilmente. Un discorso utile deve essere realizzabile, come questo: fino a quando i locali saranno quelli attuali, nelle condizioni attuali, quantomeno bisognerebbe gestirli con criterio. Ad esempio distribuendo gli studenti nelle classi dei vari stabili in modo da evitare che trenta ragazzi vengano rinchiusi in un buco di aula. Insomma, far sì che la scuola sia dignitosamente vivibile. Se poi invece vogliamo fare sulle infrastrutture scolastiche un discorso ampio e utopistico, il mio sogno è che si metta mano a un progetto per accentrare tutti gli istituti superiori in un unico polo. Una sorta di cittadella scolastica. Un centro simile lo si potrebbe creare alla Pizzuta, con strutture all’avanguardia o quantomeno al passo coi tempi, oppure si potrebbe trasferire il tutto a Ortigia, in edifici storici, e trasformare per una buona volta il quartiere in un centro attivo di cultura.

Utopistico, ma bello. Sarebbe anche un modo per dare una scrollata al centro storico, che d’inverno sembra la città dei fantasmi, e a detta dei negozianti resta per metà disabitata.

Infatti. Ma al di là del luogo, lo scopo sarebbe di riunire gli studenti, di creare un clima di confronto, di collaborazione, di aggregazione… Riesci a immaginartelo? Potrebbe venir meno la tensione insensata alla rivalità fra istituti. E lo studente potrebbe tornare a essere protagonista della propria scuola.

Che intendi?

Parlo del problema della didattica passiva: i ragazzi non vengono fatti davvero partecipi di ciò che apprendono. C’è poca flessibilità nei programmi e nelle iniziative, che gli studenti quasi subiscono. Se c’è qualcosa che interessa particolarmente una classe, andrebbe approfondito, discusso. Ma purtroppo la possibilità di fare ciò dipende unicamente dalla sensibilità dell’insegnante. Invece, dare agli studenti l’occasione di mettere del proprio nei programmi aumenterebbe la partecipazione, che è proprio ciò che più manca in questo momento.

Pensi che sia questo il peccato originale della nostra scuola?

Ma in fondo sì… Possiamo star qui a parlare dei problemi delle infrastrutture e dei fondi, rivolgerci a prefetto sindaco e assessori,

fotoinsolera
ma se la protesta non viene dal basso c’è poco da fare. E, tragicamente, nessuno si impegna in prima persona per cambiare le cose, non c’è protesta che vada al di là delle lamentele quotidiane. Ne è un esempio il rapporto perverso tra liceo e università. La scuola pubblica italiana non offre le basi per prepararsi a dei test sempre più settoriali, e che si debbano spendere 3000 euro per frequentare i corsi di Unimed o Kàtane, è un sintomo tragico di questo fallimento. E se gli studenti non fanno un collettivo, non organizzano un corteo, una manifestazione, è segnale che non è nel loro interesse cambiare questa situazione. Una scuola del genere non è più un luogo di condivisione, ma di conflitto. Di questo passo tra non molti anni la scuola sarà diventata l’arena di una lotta allucinante: fra studenti per aggiudicarsi i pochi posti disponibili all’università, fra istituti per accaparrarsi il maggior numero possibile d’iscritti, delle famiglie per potersi permettere di pagare un futuro ai figli. Già adesso soffriamo dei sintomi di un personalismo sconsiderato che domani vivremo a caro prezzo. Nelle scuole, lo stesso orientamento è diventato un tramite per pubblicizzare le università, piuttosto che uno strumento per guidare i ragazzi, accompagnarli verso il loro percorso di vita, seguirne le attitudini. Ma insomma, qual è il fine ultimo della scuola?

Qual è?

Ma è quello di creare all’interno dello studente una coscienza critica e una maggior consapevolezza di sé, fargli capire che il futuro è domani. Invece c’è tanta paura del domani. Guarda, non è cosa da poco il dubbio in cui vivono i giovani di oggi – in cui viviamo noi – il conflitto tra ciò che vorremmo scegliere e ciò che sentiamo di dover scegliere perché ci sembra più giusto. Dove peraltro il giusto è imposto convenzionalmente da non so bene chi sulla base di non so quali criteri. Come se medicina o ingegneria fossero le uniche zattere cui aggrapparsi, e come se fossero idealisti un po’ matti tutti coloro che vorrebbero fare altro nella loro vita, dalla matematica al giornalismo alle scienze politiche! A sentirti parlare delle tue aspirazioni sembra che la gente non riesca a trattenersi dallo sgranare gli occhi e sospirare stralunata e un po’ ebete ma-poi-che-fai. Io concordo, una certa dose di praticità è necessaria a sopravvivere, però non si può nemmeno pretendere che tutti gli studenti italiani si omologhino a un unico stereotipo. Ma d’altronde non ci si può attendere altro da una società che intende giudicare la maturità dei giovani sulla base di fredde nozioni e di crocette austere. È tragico. Allucinante.

Sì, e…

ortigia-classico
E poi, poi questi insegnanti, che si dicono anticonformisti, anti-sistemici, eppure sono così dogmatici da pretendere che gli studenti si adattino ai loro metodi come una massa informe da plasmare! Sono questi insegnanti che si chiudono al dialogo, che rimangono rigidi nei loro schemi. Che si lavano le mani dal fallimento dei giovani, dal disinteresse e dall’ignoranza dei loro studenti. Entrano in classe coi loro programmi, le loro metodologie, i loro compiti, la loro vita, e non fanno un passo verso lo studente, non fanno nulla per entrare davvero in comunicazione con lui. Non capiscono che i ragazzi non sono creta nelle loro mani, che hanno i loro problemi, i loro tempi, i loro metodi d’apprendimento. Certo, ogni insegnante ha la sua sensibilità, ma è un fatto che nelle scuole di Siracusa c’è il pregiudizio che debbano essere gli studenti ad adattarsi, in una sorta di selezione naturale… e in alternativa, il liceo privato. E da qui le migrazioni di studenti, classi decimate, istituti che vengono razionalizzati, con ulteriori cali nell’efficienza. Senza che il corpo docenti si senta mai minimamente responsabile per l’insuccesso degli studenti, o noti la necessità di correggersi. Allucinante quanta poca elasticità ci sia. Alla fine risulta che ogni istituto superiore di questa città ha la sua etichetta stereotipata, una tradizione su cui si è adagiata, trasformando il pregiudizio in verità: perciò per avere un pezzo di carta inutile puoi andare al classico, se vuoi subito lavorare devi andare al Fermi, se non hai la testa per studiare vai al Rizza e così via…

Ma è un fenomeno diffuso in tutta Italia questo? Intendo la distinzione quasi classista fra scuole. La distinzione per cui sarebbe inconcepibile che il figlio d’un medico o di un avvocato frequenti un istituto tecnico, o che il figlio di un elettricista faccia il classico. Quasi un’onta sociale.

È una mentalità che esiste solo al Sud. Lo dico per esperienza, perché conosco tantissimi ragazzi dell’UDS nazionale che frequentano istituti tecnici, e non perché non fossero bravi alle scuole medie o altro. Qui invece, ed è comune fra insegnanti e genitori prima che fra gli studenti, il liceo è sopravvalutato rispetto al professionale, e si è venuta a creare una sorta di apartheid: con gli insegnanti dei licei del tutto privi di stimoli perché in una realtà (anche sociale) più tutelata, e quelli degli istituti tecnici che si rassegnano e dunque si fossilizzano in senso opposto. Ciascuno sedimentato nel proprio stereotipo. Soltanto in ambienti ben eterogenei e dinamici è possibile un’evoluzione sia del docente che dello studente.

Continua a parlarmi degli istituti tecnici.

È tragico il fenomeno degli accorpamenti che, laddove l’uso dei laboratori è fondamentale, danneggiano gravemente la didattica, come nel caso dell’Insolera che divide i locali col Quintiliano. Poi, parlando con ragazzi di alcuni di questi istituti, mi sono resa conto che manca loro una gestione davvero competente e specializzata. A un professionale servono dirigenti con competenze specifiche per organizzare i giusti progetti, gestire i contatti con le aziende locali e promuovere gli stage. E gli stessi ragazzi sembrano non rendersi conto di quanto sia fondamentale l’esperienza pratica in un istituto che, paradossalmente, resta troppo teorico. Anche nel campo più attenzionato, quello turistico, alle ragazze è insegnato come fare accoglienza nei loro tailleurs da hostess, non a sviluppare competenze manageriali. È uno svilimento del ruolo del turistico.

Se questi istituti non sanno più creare ponti col mondo del lavoro, che accade dopo il diploma?

Eh. Vediamo. Allora, c’è una categoria di fortunati, cioè quelli che hanno fatto una scelta scolastica ben ponderata per poter lavorare in tranquillità nell’azienda di famiglia. Ci sono poi quelli che sperano di trovare un posto nella zona industriale…

E lo trovano?

Ovviamente no. D’altronde, come potrebbero se si parla di smantellare la zona industriale? Senza investimenti mi pare difficile che possano esserci assunzioni, o

bonifiche o alcunché. Però ogni discorso sul futuro qui resta privo di fondamenta, perché alla politica attuale manca il senso di un progetto a lungo termine, una guida. Non abbiamo punti fermi.

Se dici così mi sento sperduto. E pensare che un domani sarà la nostra generazione a essere messa alla prova. Dovremo essere noi le guide.

Tragico ma vero. Ah, noi giovani siamo così strani! Mi chiedo come sia possibile per noi essere ancorati a vecchie ideologie. Allucinante, ma vero.

Forse è perché giochiamo a fare i grandi. Dimmi Sara, tu credi che ci sia speranza di ripresa? Per la scuola, per l’Italia, per i giovani?

Così, di punto in bianco? Mah, io spero di sì, ovviamente, anzi credo di sì. Però non credo che esistano ricette salvatrici o salvatori miracolosi. Per deformazione vitale non riesco a fidarmi di lui. Di Renzi. Non solo non è preparato e come gli altri non ha un progetto organico, ma la mia impressione è che abbia più a cuore le sue sorti che non quelle dell’Italia. Inoltre gli mancano il coraggio e l’interesse per cambiare davvero ciò che va cambiato.

Già. Ma ora ci tocca tornare alla scuola. Dimmi il problema più grave che ti sei trovata ad affrontare.

Più che un problema un dispiacere: nel vedere che i docenti sottovalutano qualsiasi attività portata avanti dagli studenti che non sia inerente al libro di testo e alla lezione del giorno. I presidi, gli insegnanti, e di conseguenza anche molti studenti, hanno ridotto la funzione di iniziative come la Giornata dell’Accesso al Sapere o “Siracusa’s got Talent” a pure “caliatine”. È una tragedia, perché significa che davvero non c’è comunicazione fra il banco e la cattedra. E la conseguenza a livello nazionale di questa incomprensione di fondo è stata la proposta della legge Aprea. Legge che intendeva eliminare la componente studentesca dai consigli d’istituto e aprire il varco alla privatizzazione della scuola pubblica. Sul primo punto ha fallito, ma sull’altro… Poco alla volta i privati hanno sempre maggior presa sul pubblico, e ogniqualvolta la scuola ha bisogno del finanziamento di un privato, e questo ha anche la più infima pretesa sul merito dell’iniziativa, fosse anche la grafica di un volantino, si verifica una tragedia. Perché è un passo della trasformazione della scuola in un’azienda.

Un esempio di questa tragedia in atto?

(Sussurrando) Le Olimpiadi di Astronomia…

Ahi-ahi-ahi.

Proprio nella nostra scuola! Ma d’altronde senza i fondi necessari… A questo deve provvedere lo Stato! Sarà un esempio banale, ma resta una tragedia. È proprio una tragedia.

Quindi, tirando le somme?

Tiriamole. Innanzitutto lo studente siracusano deve ritornare a essere protagonista, o perlomeno partecipe, della vita scolastica. Gli istituti devono concentrarsi non tanto su programmi didattici e numero di iscritti quanto più sugli studenti come singoli individui, offrendo loro un ponte verso il futuro. E non solo un futuro universitario, ma già direttamente lavorativo ampliando le opportunità di esperienza per gli istituti professionali. La scuola, insomma, deve tornare a offrire possibilità. Altrimenti, è davvero una tragedia.

 


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