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“Sorelle Mai”, Val Trebbia mon amour

Creato il 03 gennaio 2012 da Onesto_e_spietato @OnestoeSpietato

“Sorelle Mai”, Val Trebbia mon amour

Il Trebbia come il Gange. Farci il bagno racchiude un senso di rinascita, pace, catarsi, casa dolce casa. Che sia il tuffo da acerba e sensuale sirena della Finocchiaro o quello rabbioso, dolente e commosso di Bellocchio junior o ancora quello solenne (che ricorda il finale di Respiro di Crialese) in abito lungo e tuba di Gianni Schicchi, l’acqua del sassoso fiume è una calamita che non lascia scampo. Il Trebbia è un buco nero che tutto accoglie e tutto risucchia, simbolo dell’eterno circolare di nascita e morte, stagioni della vita che si susseguono imperiture proprio come una generazione tira ed incatena l’altra nei vicoli stretti e soleggiati di un paese che, come afferma Giorgio, esiste dall’alba dei tempi e non è mai cambiato.
Vedi Bobbio e poi muori. Anzi la vedi, la abiti, la vivi e non la lasci più. Giorgio e Sara cercano di andarsene, ma è un’utopia con le gambe amputate. La metropoli milanese ha il suo fascino, ma se il cuore rimane in paese c’è poco da fare. E il potere magnetico di Bobbio è così forte che anche i panni sporchi, ovvero i debiti, si torna a lavarli a casa.
Tutto questo è il profondo significato che Marco Bellocchio spalma e tiene vivo in questo suo lungometraggio, frutto di 10 anni di workshop del suo amato “Fare Cinema”. E riesce ancor di più nel suo intento contagiando i sempre diversi collaboratori con il suo sterminato affetto per la terra natia. Bobbio imprigiona anche gli esterni, come nel film accade per la maestrina Rohrwacher.
Pur con delle lentezze evidenti ed identificabile come buon film e non un capolavoro (su questo vorrei essere chiaro!), è un tassello che i bellocchiani non possono perdersi. Insomma, distorcendo le maiuscole del titolo: sorelle mai, ma Bobbio per sempre.



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