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Spending review

Creato il 13 luglio 2012 da Casarrubea

Le nuove norme sulla revisione di spesa dello Stato, più eufemisticamente chiamate dai politologi e giornalisti della carta stampata e delle nostre tv nazionali, Spending review, mi suscitano un'immagine che, più ci penso, più si consolida nel mio immaginario pessimistico dell'Italia e del mondo nel quale viviamo.

E' quella di un uragano. Un fenomeno che provoca alluvioni, scoperchia case, sdradica alberi, e genera disastri che un evento naturale come questo è, per suo statuto, portato a produrre.

Anche le forze politiche vi si riferiscono come una necessità, nonostante i concetti di review e di revisione siano uguali, in italiano e in inglese, e nascondano gli stessi effetti nefasti. Il primo è il loro mescolarsi trasversalmente, con tutte le proposte confusionarie che ne derivano in vista della futura campagna elettorale. Il secondo è la loro induzione artificiosa, voluta dall'uomo. Anzi, da un'identità che ha perduto il suo genere, la sua appartenenza alla specie di origine, ed è diventata qualcosa di lontano, irraggiungibile. Peggio delle più pessimistiche visioni orwelliane. Andiamo, infatti, verso un nuovo impero: un nuovo ordine mondiale, unico e solo nel suo comando, che detta legge e impone ai governi una precisa condotta.

La diagnosi del male è nei sintomi che vediamo, specie quando è esso stesso un fenomeno indotto, un segno che il giocattolo si è rotto e non funziona più come ci eravamo abituati prima.

Lo scenario, dunque, in cui si agitano insieme il male e l'ammalato è il primo segno che ci troviamo in una dimensione diversa rispetto al passato. Le prime due precedenti Repubbliche sono lontanissime. Si sono chiuse, rispettivamente, con il crollo del muro di Berlino e con la crisi del ventennio berlusconiano. Cioè quando sono crollati i vecchi miti e il capitalismo si è indirizzato verso la china della globalizzazione e della leadership di gruppi finanziari che agiscono su scala planetaria. Sono una ventina di grandi centrali: l'ICBC e altre banche cinesi, la britannica HSBC, la JP Morgan americana con tutte le altre sue sorelle, la brasiliana Itau Unibanco, la giapponese Mitsubishi UFJ, alcune banche francesi e spagnole o australiane. Un quadro nel quale l'Italia, con le sue banche UniCretit e Intesa Sanpaolo, e la stessa Svizzera, fanno appena capolino e su cui dominano il Fondo monetario internazionale e l'Organizzazione mondiale del Commercio, i veri padroni e controllori della finanza e dell'economia su scala planetaria.

L'Europa ne è coinvolta e travolta, con il suo euro in balia di venti imprevedibili per direzione e forza. E, quel che è peggio, per incapacità di scelte autonome, o di mancanza di coesione politica, di unitarietà di azione nel contrasto dei nuovi malanni che la travagliano e di cui le recessioni economiche sono solo un sintomo. Ma il vero malanno è ciò che cade sotto i nostri occhi ogni giorno: lo smantellamento dell'interesse collettivo, del senso del pubblico, dell'idea stessa di Stato e di Nazione. Il disvalore delle persone, dei più deboli, degli anziani, di quello che un tempo costituiva l'accezione più alta di Stato e Nazione: l'idea del popolo. Altre forze lo governano, come se ad esso non fosse mai appartenuta una sua storia, un suo diritto pubblico, una sua antica civiltà.

Si tratta di una decadenza generale in cui anche quella più specifica della sfera culturale è segnata dalla deresponsabilizzazione collettiva, dalla perdita di consistenza degli interessi che prima segnavano i tassi di civilizzazione e di sviluppo di un Paese. Non è un caso che questa sorte oggi tocchi a Paesi come la Grecia, l'Italia o la Spagna, e che qui, in modo particolare, l'andamento delle borse e dello spread, abbia sostituito le attenzioni per la storia monumentale e artistica.

Ne è una riprova, appunto, la spending review di Monti. A una prima occhiata risaltano subito l'inconsistente valore che hanno, agli occhi di questo governo, uomini e cultura. Anche il presidente della Confindustria Giorgio Squinzi se ne è preoccupato e ha definito l'operazione di Monti un'operazione di macelleria sociale. Un esempio: la riduzione degli organici della pubblica amministrazione, inclusi naturalmente gli Enti di ricerca ("riduzione degli uffici dirigenziali di livello generale e di livello non generale, e delle relative dotazioni organiche in misura non inferiore, per ciascuna dotazione, al 20 per cento di quelli esistenti"[...] "Rideterminazione delle dotazioni organiche del personale non dirigenziale, apportando una ulteriore riduzione non inferiore al 10 per cento della spesa complessiva relativa al numero dei posti di organico di tale personale. Per gli enti di ricerca la riduzione si riferisce alle dotazioni organiche del personale non dirigenziale esclusi i ricercatori ed i tecnologi"). La ricerca sembra essere assorbita dal grande carrozzone del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), un luogo di decantazione delle più disparate voglie partitocratiche e di spartizione: "Le funzioni attribuite agli enti di cui al comma 1 dalla normativa vigente e le inerenti risorse umane, strumentali e finanziarie, compresi i relativi rapporti giuridici attivi e passivi, nonché i beni mobili e immobili di proprietà degli enti soppressi sono trasferiti, senza che sia esperita alcuna procedura di liquidazione, neppure giudiziale, al Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), nei termini di cui al comma 3." Ne deriva che gli organici del Cnr "possono essere incrementati entro il limite di un numero pari alle unità di personale di ruolo trasferite, in servizio presso gli enti soppressi".

Sono quindi aboliti l'Istituto nazionale di astrofisica, il Museo storico della fisica, il Centro di studi e ricerche "Enrico Fermi'', l'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale, e non si sa cos'altro ancora.

Continuando di questo passo non ci dovremo più stupire se i governi faranno più danni dei disastri naturali e dei terremoti, mandando in soffitta la ricerca e il nostro patrimonio culturale, o addirittura destinandoli alla perdizione come è già successo a Pompei, agli Archivi nazionali, agli Uffizi di Firenze e ad altri luoghi che sono stati i santuari della nostra cultura e della nostra memoria.

Giuseppe Casarrubea


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