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Srebrenica oggi: il sogno infranto

Creato il 21 luglio 2015 da Retrò Online Magazine @retr_online

Srebrenica all'ombra dei ricordi

Sono trascorsi ormai vent'anni dal massacro del luglio '95, eppure Srebrenica sembra non rialzarsi ancora da quei giorni bui di storia. La barbarie dei serbi è ancora ben impressa nella mente dei bosniaci musulmani della città, che paiono così tremendamente avviluppati al passato. L'economia di Srebrenica - incapace di risollevarsi - è la fotografia nitida di una società che ha lentamente abbandonato le speranze. Quella disillusione che fa male ai popoli, e si manifesta in una zavorra che ne frena ogni sorta di rilancio. Niente lavoro. Aziende che chiudono. Soldi accaparrati dai vertici. È questa la radiografia di un Paese che si trova a dover fare i conti - tra l'altro - con le tensioni altalenanti del Califfato balcanico.
Così, mentre la città affonda e con essa la sua gente, la diplomazia internazionale si interroga sulla storia passata. Qualcuno si chiede se non ci sia qualche intento ideologico sopito in questo dibattito all'Onu. "Noi abbiamo bisogno di rialzare la testa" racconta un anziano, che ci parla poi dei suoi figli, "Nessuno di noi vuole dimenticare il '95, ma il genocidio ormai è avvenuto vent'anni fa, e noi oggi viviamo il presente". Sono le parole di chi sente il bisogno di riportare l'attenzione del mondo alla Srebrenica e alla Bosnia di oggi. Quell'anziano ci racconta poi di come la tensione etnica sia ancora forte oggigiorno. "C'è molta delusione nelle parole della gente di qua" esclama, "Molti di noi hanno bandito dal vocabolario la speranza". Basta poi ricordare un momento l'entità dell'eccidio del luglio '95, che subito il vecchio ci riferisce di come serpeggi ancora l'odio e il dolore in quella terra insanguinata.
Gli chiediamo allora cosa sia il progresso per lui, se immagini insomma un progresso per Srebrenica. Subito tace. Ci fissa senza rispondere. "Manca l'entusiasmo negli occhi dei giovani" ci racconta, "Da vecchio desidererei il ritorno a una vita civile". Sono parole forti le sue. Le parole di chi ha in sé la consapevolezza di quel vissuto di sangue, che forse nessun bosniaco potrà mai scordare. Molti edifici testimoniano ancora la rovina della Guerra di Bosnia. Si vedono ancora i segni del disprezzo verso i serbi che misero a ferro e fuoco la città e l'intero Paese. Un giovane ci confessa di voler lasciare Srebrenica per l'Occidente. "Voi vi scannate, ma almeno tenete ancora un lavoro" si lamenta, "Che promesse potrò mai fare alla mia donna? Che speranze vedrò negli occhi dei miei figli?". Qualcuno ci racconta l'abitudine di conservare i soldi sotto il materasso. "La nostra moneta è povera e capitalizziamo poco singolarmente, ma molti di noi farebbero di tutto per ricostruirsi un destino altrove".

La Bosnia nella periferia d'Europa

L'Europa del Grexit. L'Europa dello spread. L'Europa dei bund, della Bce, di Bruxelles. L'Europa di Strasburgo, di Hollande e della Merkel. E poi la Bosnia lassù abbarbicata sulle Alpi Dinariche, dove si degusta la baklava di miele e frutta secca e si sorseggiano i distillati. L'Europa che si interroga ancora sul massacro di Srebrenica, e si domanda - in una querelle linguistica - se quell'eccidio fu un effettivo genocidio o qualcos'altro. "Cosa cambierebbe un'etichetta piuttosto che un altra?" ci chiede una ragazza sulla trentina, "L'Occidente sa qualcosa della nostra vita quaggiù? Oppure leggono i giornali e si abbandonano alla fantasia dei lettori?".

Questa giovane donna si chiama Zorica, ci fa sapere di aver vissuto sulla propria pelle il buio di Srebrenica. "In quel luglio maledetto ho perso mio padre e mio fratello maggiore. Come potrei mai dimenticare? Come potrei tacere il mio odio verso i serbi?". Ci fa dunque comprendere come la Srebrenica di oggi sia figlia di quel capitolo di storia ormai vecchio vent'anni. "Troppa gente ha ancora negli occhi quei giorni!" esclama con rabbia. Nel confessarci la sua opinione sull'Occidente, Zorica ci spiega che la tensione etnica a Srebrenica è ancora avvertibile come un tempo. "I musulmani e gli ortodossi vivono separati. L'integrazione è un'utopia alla quale ormai non crede più nessuno" ci fa sapere in una radiografia schietta di quel territorio. "I serbi hanno distrutto tutto" aggiunge ancora con un nodo in gola, "Si sono presi il destino di questa gente. Ci sono uomini che non lavorano da anni perché le aziende falliscono".
Molti giovani negli anni sono andati in cerca di fortuna a Sarajevo, nella capitale, dove sembrava che i soldi avessero risollevato l'economia. Ma niente. "I compensi che ti danno" racconta un ragazzo, "non bastano per sopravvivere". Srebrenica è forse ancor peggio. I giovani condividono la stessa casa coi vecchi, ma nella coscienza di questi ultimi si registra l'amaro di chi lascerà nelle mani delle nuove generazioni un Paese in rovina. E il Califfato è alle porte. "Ma l'Europa sa tutto questo?" ci chiede retoricamente il ragazzo, "I grandi signori sanno che il Califfato non è soltanto questione di Medio Oriente?".
Quel giovane, poi, ci racconta di come tutto sia cambiato in vent'anni. "Srebrenica ha cambiato volto dopo l'eccidio del '95" spiega con voce rotta, "Gli alberghi sono divenuti dei ruderi fatiscenti. Nei negozi si tocca con mano la povertà della gente. Ma l'Europa tutto questo lo sa? Oppure siamo soltanto la periferia di un continente che arranca?". Nei suoi racconti si ascoltano le testimonianze di vita delle vedove e delle orfane. Molte di loro sono divenute profughe all'indomani della guerra. "Non è stata la guerra a farle sfollare" ci dice, "È stata la miseria a portarle lontane da Srebrenica". Dopo la fine del conflitto le miniere hanno chiuso i battenti e le aziende agricole sono state progressivamente abbandonate. "Capite cosa significa tutto questo?" ci domanda ancora il ragazzo, "Hanno tirato via i serbi dalle nostre terre, ma a questa terra non hanno dato un futuro".

Srebrenica oggi: sogno infranto

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