Startup italiane, è ora di prendere l’aereo!

Creato il 03 dicembre 2012 da Intervistato @intervistato


Caro Intervistato, 

lo so è passato qualche tempo, ma questa lettera è nata nell’istante in cui ho messo un piede sulla scaletta del mio volo verso Boston

Come coccolato speaker dell’evento “Wake Up Italia”, organizzato dal gruppo NOVA di Boston a metà Novembre, ho avuto l’opportunità unica di visitare l’epicentro della forza economica e innovatrice del mondo occidentale (Harvard e MIT), conoscere studenti e startupper italiani (ma non solo) che hanno deciso di studiare e/o stabilirsi nella East Coast, ed elaborare una punto di vista decisamente diverso dal piovoso panorama Milanese (e qui se ti piace trova pure la metafora che preferisci).
Partiamo da lontano: Cambridge, l’area universitaria che si affaccia sulla riva opposta del Charles River di Boston, può essere tranquillamente considerata La Mecca delle università, un luogo che a differenza dei nostri atenei tratta gli studenti come preziosissimi investimenti da far crescere - e non come costi da ridurre.
Qui gli studenti vengono da molti Paesi del mondo, vivono Cambridge come una tappa di passaggio, perché poi tornano a casa e mettono in pratica quanto imparato.
Dalle strutture sportive ai dormitori, dai luoghi di studio agli incubatori, tutto nasce col chiarissimo obiettivo di forgiare leader di livello internazionale. Nel caso di Harvard parliamo di finanza e soprattutto politica, voci che qui non ci si preoccupa di trattare come strettamente correlate; mentre al MIT, che si presenta con un track record di 77 Premi Nobel, è davvero evidente quanto il processo d’innovazione sia circolare e costante, dalle semplici rastrelliere per il bike sharing alle sofisticate infrastrutture di trasmissione digitale oggi utilizzate per il MIT OpenCourseware.
I benefici sono due: da un lato vengono calamitati gli studenti più ambiziosi, i quali trattano il MIT (o Harvard) come “prima scelta”, dall’altro è pressoché impossibile che una mente di talento rimanga inespressa, anzi viene costantemente spinta e trascinata dalla forza dei popolosi gruppi di studio e
approfondimento, persone geniali che spostano in alto l’asticella dei temi trattati. Scordatevi Jersey Shore o MTV e stupitevi dell’assenza (o quasi) di McDonalds!
Caro Intervistato, il biglietto che andrebbe preso è lo stesso di molti studenti qui, ovvero andata e ritorno: nessuno di noi, nella “piccola Italia”, ha nulla da invidiare ai cervelloni che affollano vialetti e corridoi del MIT o di Harvard. Anzi un’esasperata ricerca della specializzazione porta via quella vision nei confronti della realtà e del mercato, quella curiosità a tutto tondo che trasforma
un eccezionale studente in un imprenditore alla Zuckerberg (o Amar Bose se preferisci). Certo parlare di vision in un luogo che contiene la più alta concentrazione di Premi Nobel al mondo, e che poco più in là in termini di leadership offre 7 presidenti degli Stati Uniti, appare anche a me assurdo. Ma una volta messa la sciarpa (fa freddino), cominciato a stringere mani e avviato un po’ di sano networking, è chiaro come non siamo noi italiani ad aver bisogno del loro modello socio-economico, ma loro della nostra mentalità curiosa, aperta e a tratti romantica, che non riconduce tutto a soldi o competitività.
Caro Intervistato, è arrivata l’ora di mollare spaghetti e mandolino per cominciare a parlare inglese, pubblicare i listini in dollari e attaccare frontalmente un mercato che non vede l’ora di comprare un
prodotto “visionario” e soprattutto Made in Italy. Il prodotto americano è bello senz’anima, l’unica eccezione che ti senti citare ha una mela morsicata di colore bianco e il suo fondatore non ha mai studiato da quelle parti.
È ora di ridimensionare gli obiettivi nel provinciale mercato italiano, per vari motivi:
- Perché da noi, per quanto capillare e “ben compreso”, il mercato vale una frazione di quello statunitense (e tutto l’indotto culturale ad esso collegato).
- Perché in Italia e in Europa la crisi non offre prospettive paragonabili - senza contare che un piccolo successo negli USA garantisce autorevolezza anche nel Vecchio Continente e perfino in Italia!
- Perché la concorrenza (specialmente nel settore IT) è culturalmente di stampo americano, e imparare a batterla significa trovare la strada per la leadership sul mercato internazionale.
- Perché il “nuovo consumatore” invece è in Europa, e saper perseguire obiettivi di business sostenibile (qualcosa che in America sembra ancora dietro l’angolo) non può che essere vincente già nel medio periodo.
- Perché in Italia sappiamo fare le cose con stile. E anche se stilisticamente facciamo una schifezza, possiamo sempre dire che è “Made in Italy” e gli conferisce un’anima!
Caro Intervistato, per le startup è giunto il momento di prendere l’aereo e guardare l’America da vicino. Perché nulla in questo momento mi toglie dalla testa che se da noi c’è una crisi finanziaria, da loro ce n’è una delle idee.
Stefano Pepe | @jimmy3dita



Italian startups, it's time to take the plane!
Dear Intervistato,
I know it's been a while, but this letter was born the instant I stepped on the stairs of my flight to Boston. As a speaker of the "Wake up Italia" event, organized by the NOVA group in Boston in November, I had the unique opportunity of visiting the epicenter of the economical and innovative force of the western world (Harvard and MIT), knowing Italian students and startuppers who decided to study and/or settle on the East Coast, and elaborate a point of view that is definitely different from the rainy Milan landscape.
Partiamo da lontano: Cambridge, l’area universitaria che si affaccia sulla riva opposta del Charles River di Boston, può essere tranquillamente considerata La Mecca delle università, un luogo che a differenza dei nostri atenei tratta gli studenti come preziosissimi investimenti da far crescere - e non come costi da ridurre.
Qui gli studenti vengono da molti Paesi del mondo, vivono Cambridge come una tappa di passaggio, perché poi tornano a casa e mettono in pratica quanto imparato.
Dalle strutture sportive ai dormitori, dai luoghi di studio agli incubatori, tutto nasce col chiarissimo obiettivo di forgiare leader di livello internazionale. Nel caso di Harvard parliamo di finanza e soprattutto politica, voci che qui non ci si preoccupa di trattare come strettamente correlate; mentre al MIT, che si presenta con un track record di 77 Premi Nobel, è davvero evidente quanto il processo d’innovazione sia circolare e costante, dalle semplici rastrelliere per il bike sharing alle sofisticate infrastrutture di trasmissione digitale oggi utilizzate per il MIT OpenCourseware.
I benefici sono due: da un lato vengono calamitati gli studenti più ambiziosi, i quali trattano il MIT (o Harvard) come “prima scelta”, dall’altro è pressoché impossibile che una mente di talento rimanga inespressa, anzi viene costantemente spinta e trascinata dalla forza dei popolosi gruppi di studio e
approfondimento, persone geniali che spostano in alto l’asticella dei temi trattati. Scordatevi Jersey Shore o MTV e stupitevi dell’assenza (o quasi) di McDonalds!
Caro Intervistato, il biglietto che andrebbe preso è lo stesso di molti studenti qui, ovvero andata e ritorno: nessuno di noi, nella “piccola Italia”, ha nulla da invidiare ai cervelloni che affollano vialetti e corridoi del MIT o di Harvard. Anzi un’esasperata ricerca della specializzazione porta via quella vision nei confronti della realtà e del mercato, quella curiosità a tutto tondo che trasforma
un eccezionale studente in un imprenditore alla Zuckerberg (o Amar Bose se preferisci). Certo parlare di vision in un luogo che contiene la più alta concentrazione di Premi Nobel al mondo, e che poco più in là in termini di leadership offre 7 presidenti degli Stati Uniti, appare anche a me assurdo. Ma una volta messa la sciarpa (fa freddino), cominciato a stringere mani e avviato un po’ di sano networking, è chiaro come non siamo noi italiani ad aver bisogno del loro modello socio-economico, ma loro della nostra mentalità curiosa, aperta e a tratti romantica, che non riconduce tutto a soldi o competitività.
Caro Intervistato, è arrivata l’ora di mollare spaghetti e mandolino per cominciare a parlare inglese, pubblicare i listini in dollari e attaccare frontalmente un mercato che non vede l’ora di comprare un
prodotto “visionario” e soprattutto Made in Italy. Il prodotto americano è bello senz’anima, l’unica eccezione che ti senti citare ha una mela morsicata di colore bianco e il suo fondatore non ha mai studiato da quelle parti.
È ora di ridimensionare gli obiettivi nel provinciale mercato italiano, per vari motivi:
- Perché da noi, per quanto capillare e “ben compreso”, il mercato vale una frazione di quello statunitense (e tutto l’indotto culturale ad esso collegato).
- Perché in Italia e in Europa la crisi non offre prospettive paragonabili - senza contare che un piccolo successo negli USA garantisce autorevolezza anche nel Vecchio Continente e perfino in Italia!
- Perché la concorrenza (specialmente nel settore IT) è culturalmente di stampo americano, e imparare a batterla significa trovare la strada per la leadership sul mercato internazionale.
- Perché il “nuovo consumatore” invece è in Europa, e saper perseguire obiettivi di business sostenibile (qualcosa che in America sembra ancora dietro l’angolo) non può che essere vincente già nel medio periodo.
- Perché in Italia sappiamo fare le cose con stile. E anche se stilisticamente facciamo una schifezza, possiamo sempre dire che è “Made in Italy” e gli conferisce un’anima!
Caro Intervistato, per le startup è giunto il momento di prendere l’aereo e guardare l’America da vicino. Perché nulla in questo momento mi toglie dalla testa che se da noi c’è una crisi finanziaria, da loro ce n’è una delle idee.
Stefano Pepe | @jimmy3dita


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