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Stevenson e il teatrino di Skelt

Creato il 26 aprile 2014 da Lundici @lundici_it

Difficile sfuggire all’incanto che i romanzi e i racconti dello scozzese Robert Louis Stevenson riescono a produrre nell’animo del lettore. Ogni sua trama narrativa ti pone di fronte all’enigma: da dove riesce a prendere questo intreccio, come fa a creare un personaggio così intrigante, com’è possibile che ogni sua pagina si legga con una velocità impressionante e che ogni sua descrizione risponda a quell’imperativo di Hemingway secondo cui «devi descrivere il personaggio nel solo ed unico modo in cui si manifesta la perfezione»?

Le storie

Fernanda Pivano, una delle più grandi studiose di letteratura nord-americana e grande amica di Ernest Hemingway, una volta raccontò che il grande scrittore le permise di assistere ad una sua seduta di scrittura. Batteva a macchina velocemente uno, due, tre fogli; poi si fermava e rileggeva, correggeva, ribatteva a macchina. Una volta lesse una pagina, corresse a penna una sola parola; rilesse la pagina e la strappò. Fernanda gli chiese perché mai avesse buttato una pagina per colpa di una sola parola che non gli piaceva e l’amico gli rispose: «Non è questione di una parola, che mi piaccia o meno. Sostituendola, sconvolgi l’equilibrio di quella pagina e non va più bene».

Non so se Hemingway leggesse e amasse Stevenson, ma certo lo scrittore scozzese (1850-1894) incarnò la migliore esemplificazione di questo perfezionismo stilistico. Tutte le sue storie – o forse la maggior parte – riflettono questo empito verso la perfezione narrativa, quella sublime sintesi fra intreccio e capacità narrativa di cui Stevenson si fece paladino nella sua breve e burrascosa esistenza.

Jean-Louis Barrault interpreta Messieur Opale in una versione di

Jean-Louis Barrault interpreta Messieur Opale in una versione di “Jeckyll e Hyde” diretta da Jean Renoir nel 1959

Nel celebre “The strange case of Doctor Jekyll and Mr. Hyde” (1886), Stevenson sembra scoprire quasi l’essenza del meccanismo della suspense, costruendo un perfetto meccanismo di disvelamento della verità. La storia è troppo nota perché io la ripercorra, per cui mi limiterò a far notare al lettore come la progressione del racconto non avvenga affatto per merito del protagonista (o dei protagonisti) che danno il loro nome al titolo ma per merito di quello che il cinema chiama «attore non protagonista» e cioè il legale Utterson. Alla fine la terribile vicenda del dottor Jekyll e di Mr. Hyde è raccontata proprio da Utterson, grazie ad una serie di documenti e relazioni che svolgono la funzione di «sospendere» l’attenzione del lettore e convogliarla verso l’ inaspettata scoperta che, in realtà, Jekyll e Hyde sono la stessa persona.
In uno dei racconti più sconvolgenti di Stevenson (ampiamente saccheggiato da versioni cinematografiche non sempre all’altezza), “The Body Snatcher” (“Il trafugatore di salme”, 1884), il meccanismo narrativo è molto simile. Due giovani dottori, Fettes e Macfarlane, assistenti del famoso professor K., hanno il compito di rifornire di cadaveri il banco di anatomia dell’Università. Le lezioni del professor K., infatti, sono seguitissime dagli studenti e da quell’incarico i due protagonisti non potranno che trarne grande profitto futuro. Senonché, una notte, Fettes scopre che uno dei cadaveri portatigli da furtivi esecutori, in realtà, è quello di una allegra prostituta che lui ha incontrato nelle ore precedenti.

Una scena del film

Una scena del film “Burke & Hare – Ladri di cadaveri” (2010) diretto da John Landis, ispirato al racconto “The Body Snatcher”

Le salme non sono prelevate dai cimiteri, come riteneva, ma sono i cadaveri di persone uccise per l’occasione, dato che, per le dissezioni dimostrative, si rende necessario materiale fresco. Ne parla con Macfarlane ma questi gli impone il silenzio. Il commercio continua fino a quando i due giovani assistenti, in una terribile notte torrentizia, prelevano un cadavere appena deceduto in un cimitero di campagna e, nel trasportarlo in città, si accorgono che si è trasformato in quello del precedente, che Macfarlane aveva ucciso il giorno prima e il prof. K. dissezionato nella lezione mattutina.

Il «sublime necrofilo»

Stevenson trascorse gran parte della sua vita combattendo contro la malattia che lo avrebbe ucciso a soli 44 anni: la tubercolosi. È forse per questo che i suoi racconti (che qualche ingenuo lettore definisce noir o gotici, ma che non hanno assolutamente nulla di entrambi questi generi) sono germinati da quel senso di una morte occludente e ineluttabile che, forse, a parte Joseph Conrad, nessun altro scrittore inglese rappresentò con così grande perizia.

Un esempio rimarchevole lo troviamo nel finale di un racconto interamente ambientato in una strana isola la cui baia custodisce il terribile segreto di un naufragio. Il racconto si intitola “Merry Men” e fa parte di una raccolta di storie, “The Merry Men and Other Tales and Fables” (“Gli allegri compari ed altri racconti e favole”, 1887). Nel finale, lo zio del protagonista, che racconta in prima persona, viene inseguito da un uomo di colore e insieme a lui sparisce nei flutti correntizi della baia, «il negro si sollevò per un attimo con un grido strozzato ma la corrente li prese e li gettò verso il mare aperto», scrive Stevenson sembrando mimare dei versi alla Withman.

Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton (1874-1934) – autore di una sorta di saga poliziesca, con al centro il famoso padre Brown – nel 1927, in un libro interamente dedicato a Stevenson, suggerisce l’ipotesi che, in realtà, tutte le sue storie si alimentino del «teatrino di Skelt», cioè di un gioco, assai in voga ai tempi dell’infanzia dello scrittore scozzese, che ruotava attorno a pupazzi di cartone acquistati a cadenza settimanale nelle edicole e prodotti dall’editore Skelt, con le quali il gracile fanciullo di Edimburgo cominciò ad immaginare e a costruire i suoi personaggi.

Chesterton, con il suo ottimismo cattolico, non vede in Stevenson quella spaventosa ombra necrofila che lo pervade, ma ne scorge un fondo piuttosto sostanzioso di paganesimo. «Non è un’esagerazione sostenere – scrive Chesterton – che egli passò la vita tentando di insegnare al mondo che cosa aveva imparato proprio da quelle figurine».

Chesterton vuol rivalutare una figura di scrittore che da sempre viene relegato ai margini della letteratura ottocentesca, come cattivo epigono di Scott, secondo il giudizio tranchant che di lui diede F.R. Leavis. E per farlo scuote nelle fondamenta la sua ispirazione, probabilmente trovandovi anche ciò che non c’era. Ma basterebbe ricordare l’ammirazione che lo scrittore scozzese nutriva per Feodor Dostoewskij per comprendere come il mondo che narrò e, soprattutto i suoi personaggi, furono la mirabile rappresentazione della complessità umana, di fronte all’ineluttabile destino che disegna il nostro futuro.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
R.L. STEVENSON, Romanzi, racconti e saggi, Mondadori, «I Meridiani», Milano, 1982
R.L. STEVENSON, I «Merry Men», in Racconti di vento e di mare,  a cura di G. Bertone, Einaudi, Torino, 2010
D.K. CHESTERTON, Robert Louis Stevenson, Rubettino, Soveria Mannelli, 2012
E. CECCHI, Robert Louis Stevenson, in «Scrittori inglesi e americani», vol. I,  Il Saggiatore, Milano, 1962

 


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