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Sui giudici anti-Erdogan

Creato il 02 aprile 2015 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali
800px-Flag_of_Turkey_svgdi Michele Marsonet. L’attentato terroristico del 31 marzo a Istanbul, terminato con un bagno di sangue, e gli eventi successivi hanno messo in ombra una notizia che alla lunga potrebbe rivelarsi ancora più importante. Parlo sempre della Turchia, e della sentenza con cui l’alta corte penale di Ankara ha assolto tutti i 236 imputati del cosiddetto “golpe Martello” (Balyoz in lingua turca).

Per chiarire di cosa si tratta occorre andare con la memoria al 2003 quando, dietro evidente ispirazione del premier Recep Tayyip Erdogan, il vertice dell’esercito turco venne letteralmente decapitato con l’imputazione di aver ordito un complotto contro lo stesso Erdogan e il suo partito d’ispirazione islamica, l’AKP.

Tra gli assolti troviamo un gran numero di generali e di ufficiali di rango elevato delle forze armate, secondo l’accusa coinvolti in un tentativo di destabilizzazione del Paese che avrebbe dovuto portare a un cambiamento di governo.

I giudici hanno considerano inconsistenti le prove addotte nel processo e, nel rifacimento iniziato nello scorso mese di novembre, hanno aggiunto che i diritti degli imputati sono stati violati in modo grave. Di qui l’assoluzione piena, per motivi ovvi nient’affatto gradita a Erdogan.

Per capire che non si tratta di un evento normale, di uno dei tanti processi che ogni giorno si celebrano nel mondo, è opportuno rammentare che il padre della patria Mustafa Kemal detto “Ataturk”, negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, aveva abolito il califfato ottomano procedendo inoltre a una laicizzazione del Paese condotta a marce forzate.

Tra le basi primarie di tale svolta si possono citare il controllo statale delle organizzazioni religiose, il suffragio universale, la piena parità tra i sessi, la proibizione del velo nei locali pubblici, l’adozione dell’alfabeto latino e del sistema metrico decimale.
Con questo Ataturk intendeva portare la Turchia nell’ambito delle nazioni occidentali senza tener conto – questa è una delle accuse principali che gli vengono mosse – dei sentimenti religiosi di buona parte della popolazione. E infatti si appoggiò, per realizzare il suo progetto, alla borghesia e agli ambienti occidentalizzanti delle grandi città come Istanbul e Izmir (l’antica Smirne). Nelle campagne il kemalismo non penetrò mai sino in fondo, e non a caso Ataturk decise di spostare la capitale da Istanbul ad Ankara, nel bel mezzo dell’altopiano anatolico.

Alle forze armate assegnò il ruolo di garanti della laicità dello Stato, compito che esse accettarono con molta serietà. Dopo alcuni tentativi di presa del potere da parte di formazioni politiche islamiche, la grande svolta si ebbe per l’appunto con Erdogan. L’AKP, considerato inizialmente un partito religioso sì, ma moderato, si è trasformato sotto la sua guida in formazione sempre più radicale, con obiettivo la piena islamizzazione del Paese.

Per realizzare i suoi propositi l’attuale premier doveva innanzitutto sbarazzarsi degli ufficiali eredi del kemalismo. Operazione che, con una certa sorpresa da parte dell’Occidente, gli riuscì, e il succitato e lungo procedimento penale lo dimostra. Sembra tuttavia che Erdogan non abbia fatto i conti con l’indipendenza dei magistrati, che hanno riabilitato tutti gli imputati.

Il verdetto apre indubbiamente scenari interessanti. Pur facendo parte della Nato, la Turchia ha assunto nell’ultimo decennio un atteggiamento molto ambiguo nei confronti del fondamentalismo islamico, e non ha più esercitato pressioni per entrare nell’Unione Europea.

Difficile prevedere se le forze laiche troveranno negli ufficiali assolti un nuovo punto di aggregazione. Non bisogna infatti scordare che Erdogan e il suo partito godono tuttora di un vasto consenso popolare confermato nelle ultime tornate elettorali.
Mette però conto rimarcare che, a differenza di quanto si pensa in molti ambienti sia italiani che stranieri, non sempre generali e forze armate svolgono un ruolo negativo. Com’è avvenuto in Egitto, giusto per citare il caso più eclatante, possono costituire l’unico argine atto a contenere la diffusione del fondamentalismo e dello jihadismo che talora al primo si accompagna.

Featured image, Turkish flag.

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