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Sulla strada per Bissau

Creato il 12 giugno 2013 da Gianfrancodv @Gdv1964
Bissau, Guinea Bissau, agosto 1992

Il viaggio tra la Gambia e la Guinea Bissau è un'esperienza particolare. In poche ore - si percorrono all'incirca 300 chilometri - si attraversano tre Stati : Gambia, Senegal e Guinea Bissau. Ma, la cosa che rende singolare questo percorso è che questi tre stati rappresentano le tre più importanti modalità del colonialismo europeo in Africa: una ex-colonia inglese (Gambia), una ex-colonia francese (Senegal) ad una ex-colonia portoghese (Guinea Bissau).
Queste differenze si notano non solo nel linguaggio, ovviamente evidente soprattutto nei cartelli pubblicitari lungo le strade, ma nelle architetture e nel disegno urbanistico delle città , in questo caso Banjul, Ziguinchor e Bissau, che si incontrano lungo il percorso. Tutte città piccole dove ancor di più è evidente lo stile costruttivo che ha caratterizzato la presenza europea in Africa.
Certo i confini africani furono tagliati con il righello e, nonostante tra i popoli non vi siano grandi differenze, le frontiere vi sono, eccome. Frontiere vere e proprie come quelle sulle strade principali, sempre ben presidiate. Poco più in là, da un villaggio all'altro, ci si sposta tranquillamente da uno stato all'altro, senza che nessuno ti degni nemmeno di uno sguardo. Ma anche questa è Africa.
Per chi viaggia il paesaggio rurale è assolutamente uguale. I villaggi che sorgono lungo la strada sono nati e cresciuti grazie al piccolo commercio che si svolge nelle soste. Un pullulare di commercianti ambulanti che possono offrire qualsiasi cosa: una bevanda, qualche spuntino, le sigarette, il pane, la frutta e molto di più.

Sulla strada per Bissau

strada per Varela nel 2008, dalla rete

Dopo una sosta a Sao Domingos, poco oltre il confine, ci avviammo, attraverso una strada fangosa resa a tratti difficile dalla pioggia, verso Varela. Varela è uno dei tanti esempi dello spreco della cooperazione italiana degli anni 80-90. La cooperazione italiana aveva progettato di costruire un grande villaggio turistico per favorire il turismo. Il luogo scelto era da premio Nobel del turismo. Di difficile accesso con ogni mezzo. Gli oltre 50 chilometri di strada sterrata si sviluppavano tra lagune e fiumi (con alcuni passaggi fatti su tavole di legno). Una volta percorsi l'aereoporto di Bissau distava qualche centinaio di chilometri e quello di Ziguinchor, circa la metà, ma era in un altro stato. Poco più a nord, in Senegal sorgevano le strutture turistiche della Casamance, ben servite allora da mezzi di trasporto e con vicino un aereoporto. La zona era malarica, il piccolo villaggio di Varela viveva in un isolamento quasi totale. La scelta pare sia stata dettata dal fatto che esso era il villaggio natale di qualche pezzo grosso governativo della Guinea Bissau.
I lavori erano iniziati e proseguiti nonostante le difficoltà. Poi si erano improvvisamente interrotti.La scena che allora si presentava era surreale. Un fantastica spiaggia deserta (del resto arrivarci era assai complicato) con palme e ricca vegetazione alle spalle. Poco più in là le rovine di una grande struttura alberghiera, di decine e decine di bungalow, di una grande arena coperta e di una (o forse più) piscine vuote e in parte coperte di terra. Tra i bungalow e all'ombra di altre strutture pascolavano le mucche. Ai lati del cantiere una magnifica esposizione di mezzi da lavoro edilizio (due gru, di cui una smontata, trattori, scavatrici e auto), tutte rigorosamente targate IVECO e FIAT.  Tra questa ferraglia arrugginita dal salso e dall'acqua, viveva in una piccola capanna il custode. Un vecchio (che forse così vecchio non era) pagato regolarmente da qualche anno per vigilare sulle macerie della stupidità e della sciacallagine umana.

Sulla strada per Bissau

un'immagine dei resti, dalla rete

Quello di Varela è un piccolo, piccolo esempio di cosa ha significato, soprattutto in era pre-tangentopoli, la cooperazione governativa italiana all'estero. Lavori inutili mai conclusi, lavori costati un'enormità di denaro, tangenti che hanno ingrassato funzionari africani disonesti e ditte appaltatrici italiane, materiali inutili acquistati in Italia e forniti all'Africa (e non solo), "cooperanti" pagati cifre astronomiche e bilanci truccati e mai controllati. 

Il giorno dopo a Bissau, città dove la decadenza portoghese si sentiva nell'aria ad ogni angolo, visitai l'Ospedale. Nel retro giacevano, nascoste, forse per l'imbarazzo, una quarantina di ambulanze, equipaggiate di tutto punto con defibrillatori manuali, materiali da rianimazione e da piccola chirurgia. Erano Fiat 238 E (forse quelli della mia età le ricordano), fornite negli anni '80 dal FAI (Fondo Aiuti Italiani) e naturalmente inutili in un paese dove non vi erano strade asfaltate (già allora tutte le ambulanze erano Land Rover o comunque autoveicoli alti e con quattro ruote motrici). Un infermiere mi raccontò che dopo che le prime si erano rotte ai primi chilometri, furono abbandonate. Alcune non avevano mai percorso nemmeno il vialetto dell'ospedale.

La Guinea Bissau era, ed è ancora uno dei paesi più poveri dell'Africa, agli ultimi posti nella classifica dello Sviluppo Umano. Il sogno di Amilcar Cabral di farne una nazione fiera si è interrotto ancora prima di iniziare. Oggi la Guinea Bissau è la centrale africana del commercio di droga. I potenti cartelli sudamericani della droga, con la complicità di politici e miliari guineiani, hanno colonizzato quest'area facendola diventare la rotta privilegiata (perchè poco controllata e lontana dalle nazioni ricche) per il commercio verso l'Europa e verso il mercato africano emergente.

Sulla questione del traffico internazionale di droga in Guinea Bissau, vi linko questo post su Linkiesta di Davide Vannucci

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