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Taccuino del Roadburn: Day 3 & Afterburner

Creato il 17 aprile 2015 da Cicciorusso
kingdude

I say: what’s that love? Lucifer’s the love. Lucifer’s the love of the world…

 Day 3

CLAUDIO SIMONETTI’S GOBLIN: Zombi

Sul megaschermo del Main Stage scorre Zombi di Romero. Simonetti e i suoi ragazzi, tra i quali il metallarissimo Titta Tani, con lui dai tempi dei Daemonia, suonano la colonna sonora nel frattempo. Esatto, è una cosa meravigliosa. Me ne vado a metà film perché non posso perdermi King Dude. Ma lo faccio a malincuore.

KING DUDE

Lodi al Demonio in versione unplugged. E nella cornice paraecclesiale del Patronaat, attenzione. TJ Cowgill, che nella vita gestisce l’azienda di abbigliamento metal e dark Actual Pain, su disco sembra un’incarnazione neofolk di Johnny Cash. Dal vivo, beh, lo è. Cazzeggia e interloquisce col pubblico con la nonchalance e la placida ironia che ti aspetti dal personaggio. Dice che è allucinante che lo abbiano chiamato al Roadburn. Sei il primo a sapere che non è così, amico. Il 6 maggio viene a Roma al Dalverme. Lo stesso giorno suonano Blind Guardian e Goat. Per quanto mi riguarda, rischia di vincere il terzo incomodo.

MESSENGER

Psichedelia acida buttata sul progressive; è il mio genere solo fino a un certo punto. Non so bene come ci capito ma Roadburn significa anche e soprattutto ciondolare in giro nei momenti di pausa e incocciare gruppi sconosciuti random.

ENSLAVED

Dovrei vedermi gli Acid Witch ma non resisto. Un po’ meno coinvolgenti di ieri ma è una questione di scaletta. L’altra volta avevano suonato due pezzi da Frost, uno da Eld e nessun estratto dal nuovo In Times (bel disco ma inferiore alla media stellare alla quale ci hanno abituato i norvegesi), oggi rappresentato da tre pezzi. Va detto che, per un gruppo come gli Enslaved che non riuscirebbe a incidere un album brutto o insignificante nemmeno se ci provasse, stilare la scaletta non deve essere semplicissimo. Stavolta fanno pure Isa. That’s amore.

Roadburn-2015-Goblin-DOTD-1
THE HEADS

Al Roadburn sono sempre le quattro e venti.

BLACK ANVIL

Devastanti. I newyorchesi radono al suolo la Green Room un riff dietro l’altro. Dal crossover tra black metal e post-hardcore sono uscite parecchie cose interessanti ma i Black Anvil (insieme ai loro concittadini Tombs, che avevano suonato un’ora prima al Patronaat e mi ero perso) sono una spanna sopra tutti. E dal vivo sono anche molto meglio che su disco. Tra le sorprese del festival.

FIELDS OF THE NEPHILIM

Volevo andare ai Mugstar, che suonano tutto Ad Marginem, ma sai la fila per entrare al Patronaat a quest’ora.

ZOMBI

Li vediamo dalla galleria superiore (ce n’erano due, l’altra dotata di bar) del Main Stage. Un tizio prova a offrire la sua canna agli astanti circostanti ma nessuno accetta. Stanno tutti troppo a pezzi. La galleria superiore è il ricetto di coloro che sono troppo scoppiati per voler interagire e preferiscono isolarsi a riflettere in un ambiente meno affollato. Un refugium peccatorum che all’una di notte è la mia unica destinazione possibile.

Day 4 – Afterburner

WHITE HILLS

Vabbè, se mi fai iniziare la giornata coi White Hills, vuoi proprio abbattermi al primo colpo. A fine concerto quasi non riesco ad alzarmi, sto ancora vagando nello spazio.

ARGUS

Simpatico gruppo metallozzo della Pennsylvania (sul momento, non mi vengono in mente altri gruppi della Pennsylvania) dedito a un power all’americana tinto qua e là di doom e death svedese. Il cantante ricciolone cicciottone è talmente fomentato che gli vuoi subito bene, anche perché somiglia un po’ a Gerre dei Tankard. Lo ribeccheremo più volte, nel corso della serata, a pavoneggiarsi con le tipe. Mi pare giusto.

BONGRIPPER

Che fai, non te li rivedi?

GNAW THEIR TONGUES

Uno dei concerti più surreali e grotteschi ai quali abbia mai assistito. Ne scriverò in un articolo a parte che uscirà la settimana prossima perché il mondo deve sapere. Per ora vi dico solo che vedere dal vivo gli Gnaw Their Tongues mi ha fatto diventare un’altra persona. Non necessariamente migliore.

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CLAUDIO SIMONETTI’S GOBLIN: Suspiria

Questa volta non mi voglio perdere manco un fotogramma. Quando parte la lugubre nenia del tema principale sento un brivido vero scorrermi per la spina dorsale. Mi pento di aver rivisto il film alcuni mesi fa, me lo sarei goduto di più altrimenti. Ma ero talmente fomentato nell’attesa di questo concerto che non ero riuscito a resistere. Non saprei che cosa scrivere che non suoni scontato, è tutto splendido.

ANATHEMA

Sulla carta è il concerto definitivo degli Anathema. Viene toccata tutta la discografia a ritroso, partendo quindi da Distant Satellites, con una o più canzoni per album, tra hit obbligatorie come Untouchable e qualche recuperone da lacrime come Pressure e Sunset of the age (no, non hanno fatto Restless oblivion). Non mi esalto come speravo. Una cosa è se ti vedi gli Anathema in un club abbracciato a una donna, in mezzo a un pubblico adorante ed entusiasta, un’altra è se ti capitano durante un festival dedicato ai riffoni, ai caproni e alla droga, per quanto cerchino di adattarsi il più possibile al contesto arrangiando i pezzi di conseguenza (distorsioni più pesanti, riff reiterati allo spasimo). Dopo One last goodbye sale sul palco Duncan Patterson, che suonerà il basso per il resto dello show, su quei brani che sono anche figli suoi. La scaletta è effettivamente da sogni proibiti. Quattro estratti da Alternative 4, tutta Eternity. Dopo aver rivisto la mia adolescenza passarmi davanti agli occhi su A dying wish, sale sul palco Darren White, il frontman originario degli inglesi, che poi diede vita ai The Blood Divine. È in forma, è visibilmente emozionato e canta ben sei canzoni (quattro da Serenades, due da Pentecost III), tutte in una versione fedele all’originale, salvo They (will always) die, virata in acustico come su Falling Deeper. Oggi non sono nello stato mentale giusto per gli Anathema, a prescindere da quanto li ami, ma vederli eseguire Kingdom, Lovelorn Rhapsody o Sleepless (Sleepless!) con Darren White alla voce è qualcosa che non ti lascia emotivamente indenne.

THE GOLDEN GRASS

Tra un’ora è tutto finito. Si va a cazzeggiare nella green room è c’è questo power trio retro-rock sessantiano con il batterista che canta. Carini ma di gruppi così ce ne sono a centinaia, anche molto migliori. A ‘sto punto potevate chiamare, che so, gli Ape Skull.

THE OSIRIS CLUB

Ci passiamo giusto perché gli egregi fratelli Greco ci avevano dato appuntamento là per ribeccarci. Sono vestiti da medici della peste con tanto di maschere veneziane (gli Orisis Club, non i fratelli Greco) e suonano una specie di new wave con i chitarroni alla Killing Joke. Provo a trovarli interessanti per qualche minuto ma poi desisto. Ho già la testa al Roadburn 2016 (Ciccio Russo).

Se vi eravate persi la prima parte del report (Day 1 & Day 2), potete recuperarla a questo link.



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