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Ti ho partorito domani

Creato il 19 luglio 2014 da Diletti Riletti @DilettieRiletti

Davanti allo specchio si guardava e si contorceva: le mancava un premolare e per questo studiava smorfie ed espressioni che le consentissero di parlare, ridere, mangiare senza che il buco si vedesse. Capelli nero corvino lunghi fino alle spalle e un trucco pesante le nascondevano il viso un tempo bello, ora segnato dalle lampade, dal sole d’agosto preso senza protezione, dal fondotinta scadente usato senza parsimonia. Faceva caldo e i capelli di Nunzia erano tenuti da un mollettone leopardato mentre, senza un lamento, preparava la cena davanti ai fornelli. Qualche goccia di sudore marroncina le imperlava il volto, arrestandosi nella piega del mento per poi correre in picchiata verso la generosa scollatura. Con un coltello dal manico rosso pelava patate aspettando il rientro di Michele, suo marito, e di Davide, l’unico figlio. Con le mani impiastricciate d’amido Nunzia aveva un occhio rivolto al lavello e uno alla tv: Ridge e Brooke si sposavano, di nuovo. Patatine fritte, con tutto quel caldo, Davide le desidera e le merita. Avere un figlio studioso, in quel quartiere, era cosa di cui Nunzia non smetteva di vantarsi: liceo era parola mai circolata tra le sue conoscenti. Classico, poi. Lei aiutava un’amica che rivendeva vestiti di dubbia provenienza, Michele faceva gli imbrogli con le assicurazioni e proprio a loro due era toccato un figlio forse avvocato o ingegnere, magari persino dottore. Leggeva, leggeva sempre Davide, e Nunzia pensava gli avrebbe fatto male tutto quello stare chino, tutta quella luce artificiale. Romanzi, racconti e chissà cos’altro avevano cominciato ad entrare in casa, questa massa di fogli rilegati aveva preteso mensole, scaffali, una libreria, rubato il posto ad una gondola veneziana, a soprammobili vari, persino a quadri, spostati dalle pareti su cui giacevano da anni. Nunzia mondava le patate come stesse erigendo un monumento al figlio e sorrideva; svestiva quelle pepite e nude le consegnava all’olio bollente in un tributo alla carne della sua carne che così poco le assomigliava, che le diceva di truccarsi di meno, di non tingere i capelli. E allora, anche se faceva un caldo da morire, a Nunzia scappava di essere felice.

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Il quartiere fu squarciato da urla, terrificanti. Riecheggiavano tra i muri, nelle strade, il suono si infilava in ogni vicolo; Nunzia trasalì così sorpresa che il coltello le scivolò dalle mani e le trafisse un palmo, lama traditrice mentre la trapassava da parte a parte, e la ferita prese a sanguinare. Ma le urla non cessavano, come chiasso d’animali, e chiamavano lei. I vicini, le pietre, i muretti, le fioriere, le cacche di cane, tutti chiamavano lei e lei si ritrovò intontita dal dolore, dalla vista del sangue e da quel richiamo angosciante. Prese uno strofinaccio sporco e si avviò verso la finestra, lenta, come se il tempo avesse perso i confini, capace di dilatarsi e restringersi senza regole, solo a misura della paura. I capelli corvini si fecero strada tra le tendine, il mezzo busto di Nunzia si tese verso l’esterno,e lei guardò giù prima con i sensi e poi con gli occhi: tutto, dalla pelle alle ossa, sapeva che ad attenderla c’era qualcosa di orribile. Da basso una folla agitava le braccia e un coro di voci le annunciava quel che era accaduto, gridavano Davide, ma Nunzia non sentiva non capiva non voleva. Sentì una parte di lei morire, vide l’anima staccarsi dal suo corpo per precipitare tra quella gente e lasciare che la dilaniassero, la divorassero, la facessero a brandelli. Ma non aveva capito niente. Le luci blu in lontananza si avvicinavano fendendo quell’orgia di occhi e di lingue, con colpi intermittenti si facevano strada e a ogni metro lei sentiva il suo mondo precipitare; il suo essere madre cambiava da quel momento per sempre: i carabinieri o venivano ad annunciare disgrazie o ad arrestare. E suo figlio non era tipo da mettersi nei guai, lui leggeva Pirandello, lo aveva spiato sulle copertine. Dalla folla si levò una voce che le parve comprensibile: diceva d’un coltello. Nunzia si guardò il palmo della mano trafitto e vide Davide, il petto squarciato, per una rapina forse, vide il corpo freddo del suo più grande amore privo di respiro giacere in un vicolo nero, i capelli biondo infanzia intrisi di sangue; l’essere perfetto da lei generato steso nel piscio di qualche ubriacone. Non poteva fare a meno di pensare a come lo avrebbe vestito per la bara. Quando i due appuntati varcarono l’uscio di casa lei era già vuota e si preparava come poteva ad accogliere la notizia: raccogliendo tutta l’aria del mondo nei polmoni per poi di nessuno. E invece lo era ancora, ma non sapeva di chi.

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“Signora Auriemma, suo figlio Davide ha accoltellato un ragazzo, e quello è morto” così, d’un fiato.


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