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Troppo facile dire terroristi

Creato il 30 dicembre 2015 da Monsieurenrouge @MonsieurEnRouge

Nell’opinione pubblica e nel linguaggio giornalistico esiste un consenso trasversale nel definire “organizzazione terroristica” il gruppo jihadista salafita noto come Stato Islamico, Daesh o ISIS. Per come è definito il concetto di terrorismo, sarebbe più corretto affermare che l’ISIS, anche se adotta strategie e tattiche tradizionalmente associate al terrorismo (attentati indiscriminati alla vita umana, ricerca dell’attenzione mediatica tramite azioni a elevato valore simbolico, rivendicazione politica successiva), non si può semplicemente definire come organizzazione terroristica tout court, come si sarebbe potuto fare con il predecessore gruppo di Al-Qa’eda.

Il gruppo dell’ISIS nasce come costola di Al-Qa’eda e se ne rende autonomo con una scissione da quest’ultima. L’ISIS si sviluppa come ala destra di Al-Qa’eda, si fa promotrice di rivendicazioni di natura sociale e non solo politica. Le due organizzazioni sono profondamente diverse: Al-Qa’eda rappresentava il classico gruppo terroristico, suddiviso in cellule militanti, operava in clandestinità, isolato dal resto della società, non ambiva a diventare un soggetto politico in grado di porsi alla pari del potere statale; l’ISIS non agisce in clandestinità, ma come soggetto facilmente riconoscibile dalla popolazione e integrato nel tessuto sociale, da cui riceve appoggio e di cui ricerca il pieno consenso, controlla un territorio delimitato da confini in espansione ma definiti all’interno dei quali agisce come istituzione che amministra l’educazione, la propaganda, l’esercizio della legge, è dotato di un proprio esercito e di un servizio informativo tramite cui difendere quei territori da minacce interne ed esterne, si muove nello scacchiere internazionale come un’entità statale. In poche parole, l’ISIS è un gruppo di militanti che da anni è attivamente impegnato in un processo di state building: nei territori che occupa e per la gente che li abita, è un’istituzione, non un’organizzazione terroristica (si guardi The Islamic State finora l’unico documentario girato nei territori dell’ISIS). Bisogna distinguere tra l’ISIS nei territori occupati e le cellule clandestine che pianificano ed eventualmente attuano attentati in paesi tradizionalmente non islamici (come la Francia): secondo i servizi di intelligence, le ispira ma probabilmente non le coordina, così come i “terroristi rossi” occidentali negli anni Sessanta e Settanta non erano necessariamente a stretto contatto con l’URSS, sebbene in essa trovassero un riferimento ideologico e politico: questo fatto, ovviamente, non è sufficiente per tacciare l’URSS di essere terrorista né quei gruppi di essere al servizio del governo sovietico, e non si capisce perché lo stesso non dovrebbe valere per quanto riguarda i rapporti tra l’ISIS e il terrorismo jihadista (ugualmente chiamato “ISIS” dalla stampa e dall’opinione pubblica).

L’osservazione più comune contro la definizione dell’ISIS come istituzione è che nei territori da esso governati l’ordine è mantenuto attraverso la paura e questo fatto basterebbe a considerare l’ISIS un’organizzazione terroristica. Eppure, la paura quotidiana provata da un musulmano non “ortodosso” o da un non musulmano che vive nei territori dell’ISIS non deve essere molto differente da quella che un curdo prova in Turchia o da quella che un palestinese prova in Israele: sono tutte situazioni in cui un soggetto politico di natura statale o parastatale discriminano, attraverso la giurisdizione o nell’applicazione fattiva delle leggi, una minoranza su base etnica o religiosa. Se la discriminazione su base etnica o religiosa si considera come particolare caso di una discriminazione operata sulla base dell’appartenenza a un gruppo minoritario, allora quella paura non è neanche diversa da quella che un militante di sinistra poteva provare in Cile dopo il colpo di Stato del 1973 o in Italia durante la strategia della tensione. Lo Stato è violenza, sempre, semplicemente l’ISIS la esercita in una forma (del resto non così rara) diversa da quella che ci hanno insegnato a non vedere o a non riconoscere come tale.


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