Magazine Diario personale

Ultimo saluto al papà Antonio.

Da Gattolona1964

Caro papa’, questa non e’ una lettera d’addio, ma voglio pensare che sia una di quelle letterine che ti scrivevo da bambina per la festa del papa’,mettendotela sotto al piatto, in modo che tu la trovassi, una volta tornato dai campi. Il solito rituale di ogni anno, per la festa del papà. Arrivavi trafelato ed affamato e pretendevi di mangiare subito, stanco com’eri! Comincerò ricordando con gratitudine enorme la ferrea e rigidissima educazione, che tu e mamma mi avete insegnato. Sei stato forte, determinato, cocciuto, non affettuoso quando ero piccolina, dedito comunque solo alla famiglia e al tuo lavoro di onesto contadino. Non andavi mai al bar alla sera a giocare a carte o al bocciodromo, com’era consuetudine dei nostri compaesani, eri sempre in casa con noi, ed andavi a letto molto presto la sera,“con le galline”, come dicevi sempre tu. Eri e lo sei stato fino all’ultimo, attaccato visceralmente alle tue figlie, anche se non sei riuscito a dimostrarcelo per tempo. Quando lo hai fatto, eri già molto ammalato, ed era forse troppo tardi per costruire con noi due figlie, un rapporto da papa’ affettuoso e tenero come tanti altri papa’.Solo e sempre campi e lavoro, mucche e maiali, terra e uva, trattore e fieno, casello e latte, orzo, frumento e mais, erba, balle di fieno e raccolti di frutta. Con la maturità di oggi, penso che tu ci abbia ugualmente amate,eri felice di avere due figlie femmine e non due figli maschi. Ci hai guardato con occhi imploranti fino a quando ci hai riconosciute, occhi che chiedevano di toglierti quei dolori insopportabili che avevi. Noi due inermi,impotenti, incapaci di aiutarti. La tua lunga vita l’hai vissuta tutta appieno,come un attore che recita un film e qualsiasi cosa gli accada, non può fermare lo spettacolo. Ma non c’era finzione. Non c’era la trama fasulla di un film. E’ stato tutto vero e reale, tu eri l’attore principale del film della tua vita. La perdita della tua mammina in tenerissima eta’, alla quale ti attaccavi sempre, tirandole un lembo del grembiule, quasi come se non volessi staccare da lei il cordone ombelicale, come se tu presagissi che l’avresti persa molto presto. Tu, ultimo figlio, di una covata di undici, tu maltrattato da tutti e calciato in un angolo, come si calcia un oggetto da buttare via, qualcosa che non serve. Hai trascorso sei anni di lunga,pericolosa e crudele guerra, sei stato congelato al fronte,con meno venti di temperatura,hai rischiato di morire diverse volte,in quella stra maledetta guerra, ti hanno anche sparato, ma niente! Non era ancora la tua ora. Avevi solo vent’anni e una vita davanti. Poi l’abbandono del tuo paese natale,andando via su un camioncino traballante, con tua moglie e la tua bimba di due anni, con quei tre mobili vecchi e rotti e le valigie di cartone. In sottofondo come saluti,le risa feroci dei tuoi fratelli che invece di augurarti buon viaggio e buona fortuna, ti hanno augurato altre cose. Sei così arrivato in un paese nuovo,cattivo,chiuso,freddo e comunista,che ti e’ stato ostile per anni. Tu democristiano e cattolico, nipote di tre parroci di Langhirano, pronipote di due suore,mezzo possidente terriero e aspetto importante, non reggiano. Erano gli anni del dopoguerra e questa terra non era la tua terra, i tuoi vicini di casa ti hanno bruciato i campi e ucciso Lupo. Quanto odio in queste teste quadre di noi Reggiani! A volte mi vergogno di esserlo, di essere nata a Reggio Emilia, perchè so e conosco a menadito tutto il  male che hanno fatto a te e alla mia famiglia. Poi penso che la amo questa città, ci sono nata, le diatribe tra Reggio e Parma, o Reggio e Modena, ci sono sempre state e sempre ci saranno! Che sciocchezze, quando dovremmo essere tutti uguali e aiutarci l’un l’altro. Non ti hanno mai chiamato per nome e cognome, ma per tutti eri solo “al pramsan”, cioè il parmigiano,una cosa e non una persona. Colui nato a Langhirano di Parma. Un essere da disprezzare e da odiare, un” paria”, diverso da noi reggiani testa quadra, una persona da distruggere psicologicamente e anche fisicamente. Tu diverso da loro, in quegli anni duri del dopo guerra, tu onesto lavoratore, tu credente in Dio e non comunista, tu desideroso solo di lavorare e creare qualcosa, tu non Reggiano. Avevi la colpa di essere nato in un altro Paese, peraltro Italiano, ad un tiro di schioppo da Reggio Emilia. Un pazzo ubriacone nel 1953 ci ha anche provato ad ucciderti, preparando l’agguato nella cellula rossa, che altro non era se non il bar vicino a casa tua,dove tu andavi a comprare le sigarette. L’hanno preparato bene il colpaccio, prima facendolo ubriacare poi inculcandogli che eri un mostro da eliminare. Ti ha sferrato sette coltellate tutte vicine al cuore, tutto quel sangue che hai perso, il processo e poi l’indulto e lui libero. Hai rischiato di morire, ma non era ancora la tua ora. La tua mamma ancora non ti voleva lassù con lei. Hai superato tutte le malattie che hai avuto negli ultimi quasi 30 anni della tua vita, tosto che eri! Tempra d’acciaio, ragazzo forte e coraggioso, uomo con quella dote, che oggi tante persone non conoscono e non hanno nel loro vocabolario: dignità. Hai sempre falciato le erbe cattive e velenose che si presentavano sul tuo cammino,come facevi quando a larghe bracciate tagliavi l’erba nei nostri maestosi campi. Pero’il campo non era mai pulito, mai in ordine, mai raso bene al suolo, sempre erbacce da estirpare davanti a te, sempre steli cattivi da tagliare, sempre spighe di grano marcio da bruciare. Tutto questo fino alle diciassette dell’otto dicembre, dove il tuo cuore ormai stanco e logoro, ha detto basta e si e’ finalmente stancato di battere, permettendoti di riposare. Ora sei sicuramente in braccio alla tua mammina, che hai rimpianto e cercata per tutta la vita, ora ti sta coccolando e ti sta dando tutti i baci che non ha potuto darti quando eri piccolino. Ora non dovrai soffrire e piangere più. Ho ancora sulla mia guancia, il profumo di un bambino piccolo, di pulito e di borotalco che ti hanno dato le infermiere. Ho accostato per l’ultima volta il mio viso al tuo, sapendo benissimo e sentendo dentro di me che non ti avrei mai più rivisto vivo. Odo ancora le tue ultime affannose ma chiare parole ”sto male”.Quante volte me l’hai detto,  io ti ho promesso fino all’ultimo che saresti guarito presto. Mentivo. Ciao dolce papa’ Antonio, grazie per tutto quello che hai fatto per noi. Mi mancherai moltissimo, adesso che stavo imparando a conoscerti e ad amarti.

Io, G., B., G., C., G., R., A.A., non ti dimenticheremo mai.

Vetto d’Enza, 09 dicembre 2007.


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