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Umberto Lenzi: Scalera di Sangue

Creato il 11 gennaio 2012 da Fabriziofb

Umberto Lenzi: Scalera di Sangue

Luglio 1945; la guerra è finita, e Bruno Astolfi, reduce da un anno di militanza tra i partigiani della Brigata Malatesta in alto Veneto, torna a Roma con l’intenzione di riprendere la sua attività; ma la città che lo accoglie non è più quella di un tempo: la “nuova” Roma è livida, desolata, quasi spezzata dalla miseria, e le strade pullulano di segnorine e sciuscià. E, se pure la cronaca nera registra “quasi ogni giorno un numero crescente di furti, rapine estorsioni” e “risse per motivi futili”(1), un investigatore privato non ha poi molte speranze di procurarsi un ingaggio… per fortuna il regista Mario Camerini ha un incarico che sembra fatto apposta per Astolfi: sorvegliare l’attore Andrea Checchi, impegnato sul set di Due lettere anonime, e valutare i rischi connessi alle sue strane frequentazioni notturne.
Il semplice lavoro di routine si trasforma, però, in una lunga e complessa indagine, quando un assassino apparentemente intenzionato a saldare qualche vecchio conto fa la sua comparsa sulla scena…

Quarto romanzo della serie dedicata alle avventure di Bruno Astolfi, Scalera di Sangue, non si allontana, da un punto di vista stilistico, dal precedente Morte al Cinevillaggio: la lingua è sempre quella, essenziale ma precisa; il lessico in uso nei dialoghi e nella narrazione è volutamente polveroso, ma mai stonato, innaturale o altisonante; le frasi sono ben costruite, ben strutturate, ma mai barocche.
Gli ambienti sono quelli romani che ben conosciamo; ambienti ai quali Lenzi ritorna, dopo la pausa veneziana di Morte al Cinevillaggio, con rinnovata cura per i particolari(2), tradendo un solido ed esteso lavoro di documentazione(3) preliminare.
Anche la formula narrativa sembra, a prima vista, quella usuale: il romanzo si apre con un’indagine “semplice” che ha a che fare con il mondo del cinema, e che si complica sempre di più man mano che l’intreccio procede, per poi sciogliersi, anche grazie all’intervento di alcuni adiuvanti di riguardo (in questo caso, fra gli altri, Rossellini, Camerini, Fellini, Pratolini e Cassola)(4). Ma, se ad un occhio poco attento la nuova avventura di Astolfi può apparire come la riproposizione di una serie di meccanismi ormai collaudati e perfettamente funzionanti, è doveroso rilevare come in questo Scalera di sangue l’originario spunto kaminskiano(5) sia ridotto ad una vaga reminiscenza; segno che l’autore, pur attraverso una serie di impercettibili modulazioni, ha definitivamente compiuto la sua emancipazione(6) dagli illustri predecessori, ed è ormai pronto a raccontare liberamente, con l’occhio partecipe del testimone e lo sguardo storicamente informato dell’osservatore contemporaneo, un intero periodo storico.
E, servendosi del cinema come pretesto narrativo -pretesto importante, certo, ma pur sempre un pretesto…- Lenzi fa proprio questo: racconta un momento di transizione cruciale per la costruzione della realtà contemporanea, molto più e molto meglio di quanto non lo facesse l’intero ciclo delle avventure di Toby Peters.
E poi, ormai, il tono del racconto è completamente diverso: meno scanzonato, più serio, più duro, appena stemperato dall’ironia della splendida voce del protagonista-narratore; e, ancora, il racconto post-moderno alla Kaminsky è trapassato in una moderna rivisitazione delle trame del poliziesco “classico”, nella costruzione delle quali Lenzi non teme rivali.

Il romanzo Scalera di Sangue è edito da Coniglio editore.

(1)Umberto Lenzi, Scalera di sangue, Coniglio editore, Roma 2011, p. 8.
(2)Dai brani musicali ai modi di dire, dalle consumazioni al bar all’immaginario pugilistico, e così via fino alle canzoni alla radio, in Scalera di sangue, tutto è rigorosamente d’epoca…
(3)Gli increduli diano pure un’occhiata alla bibliografia (pp. 197-198).
(4)Da notare come questi personaggi, oltre a facilitare lo svolgimento della trama, contribuiscano a rafforzare l’effetto realtà ottenuto grazie alla precisa ricostruzione ambientale.
(5)Citato da De Cataldo nell’introduzione al volume Terrore ad Harlem (Coniglio editore, Roma, 2008), e dallo stesso Umberto Lenzi nel corso di diverse presentazioni, il ciclo di avventure di Toby Peters, di Stuart Kaminsky, è la principale fonte d’ispirazione letteraria dei romanzi di Bruno Astolfi.
(6)La definitiva rottura sembra segnalata dall’evocazione, da parte di Cassola, di Raymond Chandler. Proprio Chandler, infatti, svolgeva funzione di adiuvante nel memorabile Murder on the Yellow Brick Road (Stuart Kaminsky, Assassinio sul sentiero dorato, Einaudi Stile Libero, Torino 2005), e qui il “Chi è, un filosofo?” con il quale Astolfi ribatte alla domanda “Ha mai letto Chandler?” (p. 109), sembra, più che una semplice risposta ironica o storicamente motivata (la grande notorietà, l’autore di Il lungo addio, l’avrebbe raggiunta, in Italia, solo nel 1953, con la pubblicazione del volume Philip Marlowe investigatore, curato da Alberto Tedeschi e Ida Omboni -così, almeno, stando alla cronologia del volume primo delle Opere di Chandler nei Meridiani Mondadori-, e la versione cinematografica de Il grande sonno sarebbe uscita solo nel 1946, un anno dopo il presente del racconto, è dunque verosimile che un personaggio come Astolfi potesse, nel 1945, ignorare l’esistenza di quell’”americano scrittore di gialli” che il colto Cassola citava già come esempio), una volontaria presa di distanze dell’autore dai modelli americani…


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