Un altro Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, eccetera? Basta!

Creato il 18 gennaio 2014 da Ilkomboloi @IlKomboloi

Ancora morti in carcere, questa volta è Alberico Di Noia, giovane di Zapponeta in carcere dal 2012 e pronto per essere trasferito in un altro carcere. Parla un ex detenuto che ha conosciuto Alberico in carcere.

“Cara mamma, qui mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Adesso ho soltanto un occhio nero, ma di solito…”. E ancora: “Mi riempiono di psicofarmaci. Quelli che riesco non li ingoio e appena posso li sputo. Ma se non li prendo mi ricattano con le lettere che devo fare”. E ancora: “Sai, mi tengono in isolamento quattro giorni alla settimana, mangio poco e niente, sto male”. Manuel Eliantonio – morto per “suicidio”.

Tre suicidi e 7 morti nelle carceri italiane dall’inizio del 2014. Ma giustamente viene ricordato: “I detenuti sono uomini, non numeri”.

L’ultimo in ordine temporale è avvenuto nel carcere di Lucera, Foggia. Il 38enne Alberico Di Noia, era da solo in cella da 5 giorni perché “aveva avuto un alterco con un agente penitenziario”, come riferito in una nota dall’Osservatorio permanente sulle carceri. L’uomo – a quanto viene riferito – stava per essere trasferito in un altro istituto di pena.

Domenico Mastrulli, il segretario generale C.o.o.s.p. (Coordinamento Sindacale Penitenziario), dice: “Esprimo vivo rammarico per i fatti e grande amarezza per il terzo decesso avvenuto dal gennaio 2014 nelle prigioni italiane. La mia solidarietà ai familiari della vittima, quale appartenente ad un corpo di polizia, ma l’inciviltà della struttura penitenziaria di Lucera deve diventare presto priorità per il ministro Cancellieri”.

I legali, Michele Vaira e Luigi Miccoli sottolineano come per oltre 36 ore dall’avvenuto decesso del proprio congiunto gli assistiti non hanno potuto avvicinarsi alla salma del loro caro, ne è stato loro consentito di accedere alla struttura carceraria. Che gli stessi hanno avuto modo di vederlo solo nel tardo pomeriggio di ieri,  rilevando una vistosa tumefazione sulla parte destra del volto, che non pare ictu oculi riconducibile a ipostasi.“


Si legge ancora “che gli stessi congiunti hanno informalmente appreso da agenti di polizia penitenziaria alcune circostanze che parrebbero divergere dalla ufficiale ricostruzione dell’infausto evento, che non ci risulta essere stato disposto alcun accertamento autoptico, né alcuna ispezione cadaverica sul corpo del defunto” – e continua -  “che non ci risulta che alcun magistrato si sia recato presso la struttura carceraria”.“

Tra i commenti ai tanti articoli che hanno trattato la vicenda uno balza agli occhi, quello di Oreste che scrive: “Ho conosciuto Alberico durante gli ultimi mesi della mia detenzione e posso confermare che non era assolutamente una persona depressa. Socievole e disponibile con gli altri detenuti e allo stesso tempo molto educato con le guardie; una persona che guardava con fiduciosa speranza al futuro, vogliosa di riscattare agli occhi della moglie e dei figli quell’amara realtà che stava vivendo e che aveva infangato il suo nome. Una realtà crudele ove la dignità umana viene calpestata. Soltanto una persona che ha vissuto sulla propria pelle tale infernale esperienza può capire cosa significa la parola “carcere”. Non credo in un suo suicidio per tante ragioni che quest’amara esperienza mi ha insegnato.”

Si legge nel comunicato Centro Studi di Ristretti Orizzonti. Nelle carceri italiane muoiono in media 150 detenuti l’anno, dei quali un terzo circa per suicidio (1.005 casi accertati, dal 1990 ad oggi), un terzo per cause immediatamente riconosciute come “naturali”, e il restante terzo per “cause da accertare”, che indicano tutti i casi nei quali viene aperta un’inchiesta giudiziaria. La morte di Stefano Cucchi, con l’emozione e l’indignazione seguita alla pubblicazione delle fotografie del suo corpo martoriato, ha avuto l’effetto di scoperchiare il “calderone infernale” delle morti in carcere, di far conoscere all’opinione pubblica un dramma solitamente relegato alla ristretta cerchia degli “addetti ai lavori”. Con il Dossier “Morire di carcere”hanno ricostruito centinaia e centinaia di vicende di detenuti morti, citando fonti, luoghi, nomi e circostanze. In alcuni casi i loro famigliari hanno inviato delle fotografie, come prova del fatto che le “versioni ufficiali” non raccontavano la verità, o la raccontavano parzialmente. Sono immagini che “parlano da sole”: morti per “infarto” con la testa spaccata, per “suicidio” con suicidio con ematomi e contusioni in varie parti del corpo. Quello che non è possibile vedere, ma a volte emerge dalle perizie mediche (quando vengono disposte e poi è dato conoscerne l’esito), sono costole spezzate, milze e fegati “spappolati”, lesioni ed emorragie interne. Questo è quanto emerge dalle cronache, dalle perizie, dalle fotografie (quando ci arrivano) e questo è quanto ci limitiamo a testimoniare. Se ci sono responsabilità per queste morti e, nel caso, chi sono i responsabili, non spetta a noi dirlo, ma alla magistratura.


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