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Un contadino ci salverà?

Creato il 20 agosto 2014 da Il Gazzettino Del Bel Mondo

contadinoCapita ancora di cogliere ironia, da parte di certi fautori di una finta modernità, nei confronti di chi, abitando le valli del nostro entroterra appenninico, non ha abbandonato abitudini, considerate bizzarre e poco trendy. Nella migliore delle ipotesi si scomoda la categoria dell’arretratezza; nella peggiore ci si muove tra imbarazzato disprezzo e ipocrita pena. Però, intanto, tali soloni se la ridono nell’incapacità di comprendere quei gesti, per fortuna ancora alieni da una realtà globalizzata. E destoricizzata. Sì, perché basterebbe andare un po’ indietro per ricordare che quei contadini (non solo liguri, ma anche  piemontesi, emiliani e toscani) hanno salvato l’Italia delle città durante l’ultima guerra, accogliendo i cosiddetti “sfollati”. E non credo nemmeno di esagerare affermando che, grazie alla lotta partigiana salvarono la futura Italia democratica, sacrificandosi in nome di ideali, magari, non studiati a scuola, ma vissuti nella comunità di appartenenza.

Ora, però, non bisogna nemmeno fare del razzismo sociologico al contrario e colpire con la stessa arma chi, in fondo, non capisce perché non vuole o non può capire. Ma la questione resta sospesa e mi viene in mente Pasolini, quando accennava alla mutazione antropologica derivante dai danni prodotti in seno alla società dei consumi. Tutto vero.

Spesso, simili sbeffeggiamenti non arrivano da chi, socialmente, appartiene a classi abbienti, ma da chi ha compiuto un percorso partendo da molto lontano (mi verrebbe da dire “dal basso”, ma non vorrei essere fraintesoe finire anch’io nel calderone del classismo). Chi eravamo 100 anni fa? O contadini o pescatori (e, poi, semmai, operai). Eppure questo piccolissimo particolare si dimentica perché c’è stato chi, prima di noi, ci ha – in un certo senso – emancipato, quasi perché non sentissimo il peso delle battaglie.

Mio nonno materno era un contadino che sapeva a mala pena leggere e scrivere, ma aveva un senso pratico dalla vita, quel senso pratico che sentivo nell’aria quando tornava dall’orto, dopo avere dato il verderame alla vigna. E lo sentivo con il naso, perché quello era l’odore acre del sudore. Mia nonna, al ritorno dai campi, lasciava i suoi frutti in cucina sulla tavola, ingentilita dal vezzo inutile di una cerata ricevuta in regalo da chi in città “lavorava a servizio”. Alla sera ci scaldavamo tra i vapori di una minestra e al mattino era il latte della mucca, maldestramente agitato nell’unica bottiglia di vetro adatta alla bisogna, a scendere nelle nostre coppette. Il pane? Mai comprato. C’era la farina e la stufa. E potrei continuare… Un dato resta: sono infinitamente orgoglioso di provenire da quella pianta, benché la mia storia biografica (e biologica) abbia messo nuove radici altrove, ma quelle vecchie radici – che fanno parte di milioni e milioni di Italiani – sono nel mio DNA, per questo non riuscirò mai a sorridere di fronte ad uno di questi giovani contadini che vive (e fa vivere) il presente indipendentemente da Internet o dal capo firmato.

Lo ammetto. Probabilmente, mi sono lasciato un po’ andare e qualcuno potrebbe avanzare che, sotto sotto, mi stia rifugiando in un’ottica reazionaria, nostalgica e del “si stava meglio, quando si stava peggio”, però, – non so se si è colto – io sto anche facendo riferimento ad un’identità di un Paese che è cresciuto grazie a quella gente di terra. E che ora è fermo perché la maggioranza se la ride. D’altra parte per farsi un selfie, mica bisogna piegare la schiena. [R.S.]


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