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Un eroe borghese

Creato il 28 febbraio 2014 da Povna @povna

C’è stato il ‘nuovo’ governo (visto l’uso calibrato del Cencelli, la coazione malintesa al rimpasto, e certe scelte quanto meno discutibili le virgolette sono d’obbligo). E, tra le varie teste illustri che cadono sotto la falce della smania di potere dell’ex reuccio di Firenze, c’è quella di Maria Chiara Carrozza. “Per una volta che avevamo un buon ministro” – è il commento più gettonato in sala professori, in questi giorni. E alla ‘povna la mosca al naso salta subito, perché, tra coloro che parlano, i colleghi che hanno detto bene dell’operato dell’ex rettore del S. Anna, in questi mesi, sono stati proprio pochi. Alla fine non ce la fa, e sbotta: “Come no, un buon ministro, e ora tutti a lamentarsi. E prima invece dove eravate, sempre con la critica massimalista in bocca? La verità è che voi, la suora di Scelta Civica, ve la meritate tutta. Peccato che ora, a farvi compagnia nel contrappasso, ci siamo pure noi, che il cervello lo tenevamo acceso, e la coscienza pronta. E dire che è molto ingiusto è ancora poco”.
Ma tanto va così; il Paese riparte dall’istruzione, ha detto a Treviso Matteo Renzi. “E allora mi spieghi perché almeno lì non hai tenuto il punto?” – vorrebbe rispondergli la ‘povna (al posto suo, però, lo ha fatto la Testarda, che gli ha scritto). Ma tanto la risposta è cosa nota.
Si consola con il quotidiano, che è bello, e pazzo, come sempre. I Merry Men discettano di Bodin e stato assoluto come se non avessero fatto altro dalla culla. Con gli Anatri si organizza la gita in Appennino e si fanno delle grandi orge a poesia lirica. Le Giovani Marmotte, domani, tornano dalla gita. La ‘povna prepara i materiali per tutti, studia per il corso da tenere ai genitori, sul registro elettronico (e si fa accompagnare alla stazione in motorella, così, per fare un po’ la strulla), ma riesce anche, all’occasione, a occuparsi del suo proprio quotidiano.
Ed è così che, tra pubblico e privato, riprende in mano un piccolo capolavoro del giornalismo di inchiesta (sì, quello che aveva già donato a Steerforth); e, siccome le sembra un esempio da seguire (sempre, ma anche e soprattutto adesso), parla del caso Ambrosoli al venerdì del libro.

Con la lucidità di una prosa limpida, ma nello stesso tempo avvolgente e viva, Stajano rinnova la tradizione del pamphlet socio-politico che fu già di Sciascia, e lo fa con un libro/inchiesta/denuncia su una delle tante lunghe ombre della nostra Italia dalla memoria corta: il caso del liquidatore dell’impero Sindona Giorgio Ambrosoli. Mentre il filo rosso di questo eroe “borghese” (uomo di stato nel senso più profondo del termine, anticomunista, moderato, profondamente onesto, intuitivo e capace) dipana la sua trama dagli esordi al circolo monarchico (mai rinnegati) fino alla morte ammazzata, la storia dell’Italia politica degli anni bui (da piazza Fontana fino alla vigilia della nouvelle vague craxiana) svolge le sue spire di doppie e mezze verità, parastato, complotti intorno alla vicenda del caso Sindona. Appare chiaro, con il senno di un “poi” di ben vent’anni, il motivo che spinse Stajano a scrivere questo libro nel 1991, alla vigilia di una stagione. Più sconcertante, forse (se appunto non si fosse consapevoli dell’atavica, censoria, smemoratezza dell’italico popolo), rileggerlo nel 2011, e constatare non solo (banalità ovvia) come i misteri restino ancora non risolti e molti di quei personaggi siano ancora sulla breccia, ma soprattutto che le dinamiche economiche, le bolle finanziarie, i crack, le crisi internazionali e globalizzanti (dalla Parmalat, a Fazio, a tutti gli altri) sono anch’esse già state raccontate tutte, per chi ha voglia di ascoltare. Utile memento per chi, ancora adesso, declama convinto il suo “si stava meglio quando si stava peggio”, o la pretesa superiorità morale di molti uomini dei partiti tradizionali. La verità, invece, e il caso Sindona, tra i tanti, lo dimostra, è che in Italia è ancora e sempre la massima gattopardiana a vincere. E solo quando il paese tutto scoprirà di voler davvero camminare con la testa in avanti qualche cosa, dal profondo, potrà cambiare.
Unico appunto in un libro (quasi) perfetto: pur avendolo nelle pagine precedenti criticato duramente, quando passa a parlare del suo rapimento persino Stajano si concede il passo falso: perché no, non si può proprio tollerare, la parola “statista” affiancata al nome di Aldo Moro.


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