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Un giorno a Pantelleria, Boats4People esperienze e sensazioni

Creato il 19 luglio 2012 da Yellowflate @yellowflate

Un giorno a Pantelleria, Boats4People esperienze e sensazioni Pantelleria, 9 luglio 2012. Bint ar-Rīh, la “Figlia del vento”, è il nome originario di quest’isola la cui toponomastica ricorda quanto il suo cous-cous la posizione geografica e le sue relazioni storiche : 36°50 Nord, 11°57 Est, sullo stesso parallelo della capitale tunisina, a 40 miglia marine dalle coste del paese africano. È l’ultima tappa della goletta Oloferne prima di attraversare il Canale di Sicilia. Gli arabi dominarono l’isola dall’VIII al XIII secolo d.C., rilanciandone l’agricultura. Ora, i loro prossimi discendenti cercano di raggiungerla in barca, sperando di trovare un lavoro e una vita decente. Per raggiungere il loro scopo, devono sfidare la natura e le autorità, che impongono loro il rimpatrio a meno che non riescano ad ottenere l’asilo, non essendo state ancora assegnate nuove quote di ingresso ai vicini arabi che vogliono lavorare nel nostro Paese.
Dietro la società petroli D’Aietti, sono state abbandonate in un cimitero senza nome due imbarcazioni. La più piccola è ancora integra e porta il nome di az-Zawwālī, “Il poveruomo”, e l’altra, senza nome e senza lustro, mostra lo sventramento provocato dagli scogli sulla parte sinistra dello scafo. Su questa barca infausta di dodici metri di lunghezza, partita dalla Libia e arrivata per errore a Pantelleria il 13 aprile 2011, vennero ammassati 250 subsahariani. Tre donne, di cui la madre di cinque figli, vi trovarono la morte. Il naufragio avvenne a pochi metri dalla battigia, ma prese dal panico quelle donne si gettarono sul lato del mare aperto e nel disordine della fuga di quella massa di corpi l’istinto di sopravvivenza non fu sufficiente a sfuggire alla morte. Originari della Repubblica democratica del Congo, quei cinque figli vennero temporaneamente adottati dalle famiglie pantesche per poi ricongiungersi al padre, che decise di restare sull’isola. “Fa che i figli stanno bene e che Gesù li protegga. Come vi chiamate? Vi vorrei comoscere per favore [con la “m”, ndr]. Mi chiamo Elisa. 8 maggio 2012” – ha scritto una bambina su un foglio che ha lasciato sulla rete che cinge il cimitero delle navi, sotto un mazzo di fiori di plastica, due scarpine di bimbo ed un paio di scarpe di donna legate alla recinzione. “I panteschi hanno cercato di aiutare gli immigrati in tutti i modi, regalando pure materassi” – racconta una signora che vive in una casa a fianco della ex-caserma Barone, in cui venivano sistemati gli immigrati provenienti dal mare. Quest’apprezzamento non è condiviso da Salvatore Gambino, funzionario del Comune di Pantelleria che incontriamo la sera dello stesso giorno, quando ci apre gli uffici del Municipio per un colloquio, di ritorno da una riunione di lavoro a Palermo : “Vi è stata una corsa alla beneficienza nei confronti dei subsahariani, ma vi è indifferenza nei confronti degli arabi”. Se una delle ragioni può essere legata alla gravità dell’emergenza umanitaria provocata dagli sbarchi, per cui i subsahariani arrivano in grandi numeri, un’altro sbarco importante fu quello del 17 giugno 2011, e i tunisini in ordine sparso, questa non è sufficiente a spiegare tutto. L’altra ragione può essere la religione, i subsahariani essendo sovente cristiani. Uno dei due giovani carabinieri che partecipava alla riunione con il geom. Gambino, all’uscita dal Municipio si lamenta della nuova chiesa di cemento, “Un obbrobrio, era più bella quella vecchia” – secondo lui. Dopo quasi due ore di conversazione, siamo ormai in confidenza, e gli dico : “Eppure è bellissima, sembra una moschea”. Cubica come la Kaʿba della Mecca, luminosa come le finestre traforate di una Medina, rivolta verso il cielo con una copertura sferica e un campanile alto e stretto, che ricordano l’essenzialità di molti edifici religiosi del Nordafrica. Un’altra ragione è il comportamento adottato da molti tunisini sbarcati sull’isola: secondo l’altro carabiniere, che porta la divisa del servizio, molti sono stati i casi di tentato furto nelle case dei panteschi da parte di tunisini sbarcati sull’isola e inizialmente sfuggiti all’identificazione. Inoltre, sono stati dei tunisini ad aver dato fuoco nell’agosto del 2011 all’ ex-caserma Barone, che fungeva da centro di primo soccorso, accoglienza e registrazione. Una grande struttura a due piani, circondata da un muro di cinta con torrette di avvistamento e che gli immigrati arrivati sull’isola hanno probabilmente percepito come centro di detenzione, privo di adeguati servizi moderni, come riconosce lo stesso Gambino, uomo forbito e robusto che porta la coda di cavallo. “Gli immigrati saltavano il muro, alcuni per scappare, altri per andare a farsi un bagno a mare [che sta a 150 mt di distanza, ndr] e rientrare” – testimonia la signora della casa a fianco. “Alcuni se la sono vista brutta, come quel ragazzo che scappato dalla caserma saltò un’altra rete e si ritrovò tra i cani inferociti del canile municipale”. Rientrò terrorizzato alla caserma con la camicia a brandelli e la carne dolente.
A causa dell’incendio, la caserma è tuttora inagibile, ma la sorte ha voluto che i grandi sbarchi dell’anno scorso non si siano più ripetuti. Nella caserma, si assicuravano assistenza sanitaria e ristorazione. I venti carabinieri di stanza sull’isola, che raggiunsero la settantina nei momenti più critici, registravano le generalità degli immigrati, mentre la Guardia di Finanza appoggiava il lavoro dei Carabinieri nelle funzioni di vigilanza. Gli immigrati, quando il numero delle presenze contava le centinaia, restavano sull’isola anche fino a una settimana, prima di essere trasferiti a Trapani per le operazioni di identificazione e espulsione , o di temporanea accoglienza fino al completamento dell’istruttoria della richiesta di asilo. Ora, che arrivano in poche unità, l’ultimo sbarco risale a circa una settimana fa, non restano più di sei ore. Secondo il giovane carabiniere in maglietta, che parlicchia anche il francese e può dunque dialogare con Nicanor Haon, il coordinatore di Boats4People, se somali e congolesi devono farsi convincere per dare le loro generalità, per timore di essere denunciati alle autorità del loro paese, i tunisini danno sovente un falso nome, ma incappano negli archivi elettronici delle forze dell’ordine italiane, a cui magari la volta precedente avevano dato il loro vero nome o un’altro. “Sono due anni che sono qui, e alcuni dei giovani tunisini li riconosco ormai a prima vista, per essere sbarcati due o tre volte”. Per evitare la denuncia di accesso alle acque territoriali senza autorizzazione, si fermano con i loro scafi a poche miglia dal limite, chiamano con un cellulare il 112 e chiedono soccorso, poi gettano il GPS e il motore in mare poco prima dell’arrivo della Guardia costiera italiana. “Chi sa qual’è la sorte che spetta loro, il rimpatrio, viene con l’intento di guadagnare tempo e tentare di darsi alla clandestinità, una volta arrivati in Sicilia” – continua il carabiniere.
Perché dunque tanto accanimento? Perché questo oneroso gioco del gatto e del topo? Perché quest’ossessione della fuga dal proprio paese? È questa purtroppo la domanda più importante, ed è questa la sola che le nostre forze dell’ordine non si possono fare per non perdere la concentrazione necessaria ad espletare il proprio servizio; ma la naturale simpatia verso l’agire disperato di molti immigrati emerge nel tono e nei commenti di quei due giovani carabinieri. Quello in divisa non li qualifica mai come “immigrati”, bensì come “cittadini di altri paesi”. Quello in maglietta trova eccessivo il numero di mezzi di pattugliamento a disposizione per una piccola isola: quattro battelli ed un elicottero della Guardia costiera, due battelli della Guardia di Finanza, un battello dei Carabinieri ed un’aereo di Frontex, messo a disposizione dall’Italia, dal Portogallo o dalla Danimarca. Anche per loro, forse, è squalificante doversi trovare a fare la parte dei portieri dell’Unione europea; non era sicuramente ciò a cui ambivano quando decisero di arruolarsi.
Il nome del geom. Gambino ci era stato dato alla Guardia costiera dal tenente di vascello Ida Montanaro. Avremmo dovuto incontrare l’ing. Piazza, il commissario straordinario che fa le veci del sindaco, arrestato due mesi fa per favoreggiamento in concorso pubblico,ma purtroppo non era sull’isola. Il tenente è molto disponibile, facciamo una chiacchierata cordiale al nostro arrivo in mattinata e ci trova un posto sul molo commerciale, dove ormeggieremo gratuitamente. Grazie alla mediazione del capitano dell’Oloferne Marco Tibiletti, il tenente accetta di visitare la goletta sul molo e di scambiare due chiacchiere davanti a macchina fotografica e telecamere. Per il tenente, che è originario di Brindisi, questa visita di attivisti internazionali a Pantelleria è una prima assoluta, inconsueta per un’isola solitamente toccata dalle imbarcazioni di pescatori, velisti e immigrati. Tra segnali di cortesia e breviario diplomatico, ci limitiamo a parlare della nostra missione. Il tenente ci informa che le funzioni di polizia di frontiera a Pantelleria sono espletate dai Carabinieri e non dalla Polizia di Stato, ma si dimentica di suggerirci di andare a vedere le due imbarcazioni che stanno dietro la D’Aietti. Le scopriremo per caso, cercando l’ex-caserma Barone sotto il sole del pomeriggio. Quelle due imbarcazioni sono ancora là perché sotto sequestro per accertamenti, è il caso della piccola az-Zawwālī, o perché assurte a simbolo, è il caso della scialuppa dei cinque congolesini. Una volta dissequestrate, le imbarcazioni vengono riconsegnate ai proprietari se questi ne hanno denunciato il furto alle autorità tunisine, oppure vengono triturate da una società specializzata. Per i giovani carabinieri, sarebbe forse più utile venderle, per alcuni di noi, forse farne un museo della memoria o della diaspora, o lasciarle nelle mani di artisti che ne interpretino la forza che si cela dietro ogni dramma umano. Due mesi prima, ero stato a Benghazi, dove avevo visitato una mostra di artisti che avevano trasformato la ferraglia delle armi della rivoluzione contro Gheddafi in sculture antropomorfiche, attorno cui si erano raccolti artisti britannici e libici sotto la bandiera dell’arte per il cambiamento. Per cui: non è forse giunto il momento di trasferire i verbali di queste storie di fuga dagli uffici giudiziari del trapanese agli atelier di artisti e pensatori? Se 7600 sono gli abitanti di Pantelleria, solo una quindicina sono i subsahariani e poche unità gli arabi che sono rimasti su quest’isola, bella come un miraggio tropicale. Perché deve essere ora associata ad un’avamposto di difesa militare come lo fu il suo castello di Barbalata, quando potrebbe essere un luogo di creazione e scambi? Punto di giunzione tra due zolle continentali, dove il magma degli inferi sottomarini e il lavoro umano hanno creato una terra di vigneti, questa montagna verde rischia di diventare una base operativa degli strateghi della chiusura delle frontiere dell’Unione europea.
Il geom. Gambino ci spiega che aveva presentato al governo italiano un progetto di riqualificazione dell’ex-caserma Barone, già inadeguata per le funzioni di accoglienza che doveva svolgere prima dell’incendio. Il progetto era stato finalmente approvato nel marzo 2012, con l’obiettivo di dotare la struttura dei servizi necessari per ospitare una sessantina di persone, per poi essere cancellato perché lo stato di emergenza imposto dopo gli arrivi massicci dei primi mesi del 2011 era nel frattempo stato levato. ”Abbiamo poi presentato un progetto molto meno costoso per ospitare ventiquattro persone, e stiamo ora aspettando la risposta del Ministero dell’Interno” – spiega il geometra. Anna Bucca, presidentessa dell’Arci Sicilia, è felice di questa decisione, perché teme che un grosso investimento a Pantelleria trasformerebbe quella struttura in qualcosa di simile al Centro di primo soccorso e accoglienza di Lampedusa, che si rivelò un affare per i gestori della struttura, prima che chiudesse: trattenevano gli ospiti per molto tempo, guadagnando attraverso i fondi pubblici assegnati per numero di presenze giornaliere. “La gestione dei fondi concessi dalla Protezione Civile in Sicilia non è stata sempre rispettosa dei criteri di un’accoglienza dignitosa, dotata di servizi necessari, e mirante a costruire percorsi di autonomia per i nuovi arrivati. Io sono contraria al principio dei grossi centri, soprattutto sulle piccole isole, la cui funzione non è chiara, e preferirei che l’accoglienza avvenisse in modo diffuso”. Anna ricorda i centri di Riace, Caltagirone e di alcuni comuni del Ragusano, dove vengono accolti dalle amministrazioni locali piccoli gruppi di richiedenti asilo, che possono così più facilmente apprendere l’italiano, interagire con la comunità locale, promuovere attività pubbliche su temi interculturali, ricevere percorsi scolastici adeguati, che hanno addirittura permesso a alcuni istituti scolastici di non dover ridurre il personale per riduzione del numero di allievi locali, e evitare situazioni di detenzione e ghettizzazione. I fondi assegnati alla sorveglianza delle frontiere e alla gestione dei rimpatri potrebbero secondo Anna essere utilizzati per investimenti decentralizzati per l’accoglienza e l’integrazione dei nuovi arrivati, generando circoli virtuosi di economia locale.
Quello che avrebbe dovuto essere uno scalo tecnico a Pantelleria, si conclude con una cena a base di zuppa di pesce di scoglio, preparata da un lombardo-veneto e un parigino in viaggio sulla goletta, prima di salpare nel buio della notte diretti a Monastir. Pura follia di commistione interculturale, tra tanti siciliani che sanno cucinare a occhi chiusi. Lo scambio dei ruoli è una delle sfide dell’Oloferne. Prima di lasciare gli uffici del geometra con la coda di cavallo, i due carabinieri prendono nota dell’indirizzo di posta elettronica di Boats4People: chissà che non comincino anche loro a mandare informazioni di prima mano al progetto di monitoraggio popolare del transito degli immigrati via mare lanciato dalla campagna, Watch The Med. I cartografi arabi solevano raffigurare il Mediterraneo al contrario, con le coste africane nella parte alta della carta e quelle europee nella parte bassa. Questo ci insegna che nella storia dell’Umanità, il Nord non sta sempre sopra e il Sud sotto. Se oggi i “poveruomini” prendono una barchetta in direzione dell’Europa,non è detto che fra qualche decina d’anni non possa succedere il contrario. È bene ricordarselo, se non vogliamo preparare le condizioni per nuovi conflitti.
END

Gianluca Solera


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