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Un opinione

Creato il 25 maggio 2010 da Astonvilla
UN OPINIONE
L’Avana- Il lungomare dell’Avana è un affascinante percorso che non affaccia semplicemente sul mare, ma su quell’altra Cuba, quella che non si vede, che da Miami libra il proprio canto delle sirene. Più che il profumo del mare, si sente il richiamo dei dollari, dell’opulenza, di quell’american dream di cui la vicina città nord-americana è l’esempio più lampante per un’isola che ha fatto atto di abiura verso la ricchezza materiale. La Cuba di oggi non sarebbe quello che è se non ci fosse stata Miami, paradiso dei fuoriusciti cubani, zoccolo duro dell’ anti-castrismo. Qui viene decisa la politica di Wasghinton sul vicino indisciplinato. Ma al tintinnio del denaro risponde la fierezza del mito intramontato delle rivoluzione cubana, che non si sintetizza né nel “Che” ( icona mondiale) né in Josè Martì (icona indipendentista), bensì in colui che tutti chiamano semplicemente Fidel, o meglio nella sua barba: lunga, bianca, residuo del tempo di guerriglia che fu, garanzia visiva contro la deriva dei valori, per un classe dirigente cubana accusabile di tutto, ma fiera di esser rimasta attaccata a certi principi rivoluzionari, egualitari e popolari.
Cuba è anche adesso la Cuba di 50 anni fa, con tutta la poesia di una panorama urbano non deturpato dai segnali del capitalismo latinoamericano, dall’aggressività dei cartelloni pubblicitari, dal traffico insopportabile, dalle periferie disastrate, dalla delinquenza. L’Avana è un’altra cosa: pochi negozi per le strade, poca delinquenza, e un centro storico coloniale tra i più belli al mondo, ricordo di quando l’Avana era il porto più importante delle americhe.
Cuba è rimasta aggrappata ad un sottile filo rivoluzionario che la lega al suo primo Annus Domini, il 1959. Allora i giovani rivoluzionari dalla barba incolta vinsero, e quella vittoria moltiplicò all’ennesima potenza le parole di Fidel, che nella suo discorso di auto-difesa dopo il colpo di stato fallito del 1953 (assalto al Moncada) disse: “ Condannatemi, la storia mi assolverà”. Parole profetiche, e se la storia ancora non si è pronunciata è semplicemente perché il comandante dalla scena internazionale non è mai più uscito, diventando il presidente in carica con più anni di governo, quasi 50, e ancora tanta voglia di governare. Era un altro mondo quello di Fidel giovanotto, in quegli anni l’America Latina cresceva, il mondo era diviso in due blocchi, e la distanza economica tra gli Stati Uniti e Urss era minore di quella degli anni ’80. Ma se la storia non si è pronunciata, a pronunciarsi, facendo la fortuna del socialismo caraibico, è stata la geografia. Il vero asso nella manica per l’esperimento cubano è stato vivere a poche miglia dall’impero capitalista, poche quanto bastano a rappresentare una delle postazioni geopolitiche più appetibili negli anni della guerra fredda. Allora era l’Unione Sovietica ad approfittarne, arrivando addirittura a piazzare i propri missili sulle sue coste con il conseguente pericolo di un conflitto atomico, adesso è la Cina, nuovo motore della storia, a voler sostituire i decaduti cugini sovietici con la propria minacciosa presenza. Il diavolo rosso gioca a fare la superpotenza, senza ancora esserlo, partendo proprio da Cuba, ricucendo un rapporto che nel passato era un po’ appassito a causa della via preferenziale che legava l’Unione Sovietica al paese tropicale.
La Cina è il nuovo grande partner di Fidel, gli fornisce gli elettrodomestici che sostituiscono quelli made in Urss, e lui, il lider maximo, si è dimostrato ancora un volta bravo come nessuno (forse come il concorrente Woytila) a muoversi sullo scacchiere internazionale per costruire strategie capaci di mantenere in piedi la rivoluzione. Oltra alla Cina però c’è anche il Venezuela. La “piccola Venezia” paradossalmente è il paese latinoamericano più nordamericanizzato (per i petrodollari) e contemporaneamente cubanizzato (per la retorica chavista) del continente, si è avvicinato con Chàvez al socialismo tropicale, rivendicando una fratellanza tra popoli che in verità non è mai stata forte. Cubani e venezuelani sono diversissimi per abitudini e mentalità. Sono questi ultimi quaranta anni ad averli resi diversi: il venezuelano è impregnato fino al midollo di consumismo, a qualsiasi classe appartenga ha una sola ossessione, fare affari, che sia mettere un banchetto per spremere arance, o metter in piedi una banca. A Cuba, invece, il periodo speciale, dopo l’embargo statunitense, ha abituato il popolo a conservare caro il poco che ha, e a diffidare dello spirito imprenditoriale (maggiore apertura c’è stata dopo la crisi dell’Unione Sovietica). Il venezuelano è abituato alla libertà declinata in tutte le sue forme,tra cui quella di viaggiare, il cubano vive sotto un forte controllo statale che lascia poco spazio all’individualismo. Ai vertici, invece, il feeling è stato immediato. Chavez e Fidel sono in perfetta sintonia, entrambi hanno un fallito colpo di stato alle spalle, entrambi volevano mettere fine ai sistemi politici del passato, riuscendoci, entrambi hanno pronunciato due frasi storiche dopo il primo tentativo fallito di raggiungere il potere. ”La storia mi assolverà” dell’assalto al “Moncada” di Fidel, equivale al “por ahora” di Chàvez, pronunciato al fallimento del colpo di stato del 4 febbraio1992 ("abbiamo fallito...per adesso").
Eppure nonostante questo, la rivoluzione bolivariana è anni luce distante da quella cubana, e non potrebbe essere altrimenti. E’ cambiato tutto da allora: economia e geopolitica.
Non esistono più i due blocchi contrapposti, e per rimanere sul treno della modernità il Venezuela sa che non può isolarsi dal mondo, a livello informatico e tecnologico. Tre sono le differenze sostanziali tra la nuova sinistra chavista e quella cubana di un tempo (oltre alla diversa maniera in cui sono arrivate al potere).
Innanzitutto in Venezuela non c’è lo strapotere del partito unico tipico del comunismo, ma una serie di movimenti che si creano e si disfano alla velocità della luce, con una sola costante, il riconoscimento del proprio leader, una eredità tipica del caudillismo latinoamericano. La rivoluzione in Venezuela non coltiva l’idea di uccidere il mercato, ed infatti a Caracas aprire un’impresa è facilissimo. La nuova sinistra latinoamericana coltiva il multiculturalismo, la vecchia ideologia comunista rimaneva legata all’ateismo.
Ma al di lá delle distanze quello che di più unisce i due comandanti è la buona sorte: sempre dalla loro parte.
Fidel, più di Chavez, non solo è scampato ad una serie di attentati, ma è riuscito a creare nei Caraibi qualcosa che, nel bene o nel male, è per alcuni aspetti miracoloso e soprattutto impensabile, stando a certi pregiudizi caraibici che vedono questi paesi centroamericani incapaci di governarsi fuori dall’abbraccio degli Stati Uniti. Castro di miracoloso ha soprattutto una serie di vittorie consecutive. Non è stato sconfitto dall’embargo, durissimo, degli Stati Uniti; non è caduto dopo il ‘91, come è successo agli altri regimi comunisti; ha sconfitto gli Stati Uniti nella guerra in Angola, quando dimostrò anche di agire indipendentemente dai comandi di Mosca. Ha resistito anche dopo la visita dell’anti-comunista papa Woytila, che nel ‘98 lanciò la sfida più grande e difficile al regime: aprirsi. In quell’occasione si incontrarono due giganti del ventesimo secolo, come sostenne in copertina il Time, e Castro ancora una volta ebbe la meglio. Certo, vittorie pagate a caro prezzo, per un popolo costretto a vivere sacrificandosi, e chiuso in un regime che non può negare il suo carattere illiberale. In ogni caso, come ammettono anche i nemici della rivoluzione, l’Avana se paragonata all’Honduras o a qualsiasi altra città disastrata centroamericana continua ad essere un gioiello. Il regime ha garantito la salute e l’educazione secondo livelli inconsueti per l’America Latina. Se difatti Chàvez si è avvicinato alla esperienza cubana il motivo è semplice : questi ultimi venti anni in America Latina sono stati disastrosi. Dopo il decennio perduto degli anni ‘80, e i disastrosi anni ’90, l’America Latina si è trovata con più disuguaglianze, città ingovernabili, livelli di insicurezza da guerra civile, narcotraffico, e miseria. A queste condizioni, certi risultati di Cuba sembrano un vero successo. Certo, se in questi ultimi vent’anni l’America Latina fosse diventata l’Europa di oggi, i giudizi sarebbero stati diversi.
Eppure i risultati positivi della rivoluzione non possono occultare che quello di Castro è un regime illiberale, che il governo giustifica come necessario a causa dell’aggressività degli Stati Uniti. Il Lider maximo ha annichilito tutti i poteri che nel tempo avrebbero potuto contrastarlo. Economici, nonostante la maggior liberalizzazione dovuta alla crisi del ‘91, e soprattutto i poteri mediatici: non c’è nessuna libertà di stampa, e Cuba uno dei paesi peggiori dal punto di vista delle libertà di espressione (inesistenti le edicole). Ma troppo poco spazio c’è anche per le libertà individuali: di movimento, di associazione, di espressione, d’impresa. Una società chiusa a causa della paura verso infiltrazioni statunitensi. Una Cuba isolata dal mondo.
Ma quanto potrà rimaner isolata Cuba, porto di mare e quindi naturalmente aperto? E’ il turismo libero, liberato dalle chiusure tipiche di regime per necessità economica, a costituire uno dei principali problemi per l’isola di Hemingway. Turisti, spesso giovani, arrivano dal tutto il mondo e sono il libero contatto con la popolazione autoctona, l’effetto è scontato: ragazzi cubani iniziano a chiedersi perché un giovane peruviano possa decidere di lavorare, risparmiare e viaggiare, e loro no, intrappolati in un paese in cui anche gli spostamenti tra città interne è difficile, per non parlare dei viaggi all’estero ( o ti sposi, o ti invitano pagandoti tutto, o ci vai per meriti). Il turismo, croce e delizia, ha portato tantissimi dollari allo Stato, diventando una delle voci principali del bilancio, ma questi dollari sono stati intercettati anche da una embrionale nuova borghesia cubana, fatta da fittacamere, tassisti, lavoratori nel turismo, prostitute, nuovi ricchi che si aggiungono a quelli che hanno i parenti all’estero. Questa classe borghese, zoccolo duro e silenzioso della rinnovazione liberale, ha potuto in questi anni risparmiare ed ora, con un buon potere d’acquisto nelle mani, vorrebbe godere di maggior libertà per poter fare i propri affari, viaggiare, mandare i figli all’estero, consumare, come le borghesie di tutto il mondo. E’ proprio questa classe borghese a creare molti problemi all’egualitarismo promosso da Fidel. Ha un potere d’acquisto ancora inespresso, che la rende politicamente pericolosa. E già è visibile la differenza tra loro e il resto della gente: possono permettersi il frigorifero nuovo, lo stereo, la pentola a pressione. Per sopprimere questa invidia di classe Fidel Castro ha promesso che in questi mesi fornirà a tutti i lavoratori, che massimo possono guadagnare 30 dollari al mese, prodotti nuovi scontandoli dallo stipendio mensile. E’ un semplice cessione di stipendio, ma per i cubani è una scoperta felicissima.
Il progetto liberale Varela, a cui Fidel ha chiuso le porte con un’ondata di condanne, è frutto di questa nuova classe, che lamenta anche l’assurdità di certe regole, per esempio non è possibile andare in alcuni posti riservati ai turisti, non si possono ospitare amici stranieri, se non nelle case in cui è permesso, non si possono dare passaggi in macchina,ecc..
L’ apartheid turistica rappresenta un’altra spina nel fianco per l’egualitarismo cubano: come giustificare che il mondo si è arricchito mentre Cuba è rimasto a guardare.
Cuba continua ad essere il migliore tra i regimi comunisti esistiti, ma è anche una società chiusa che nell’epoca dell’informazione è isolata dal resto del mondo: la diffusione di internet è molto ridotta, le chiamate internazionali costosissime, viaggiare una chimera, la stampa e la televisione totalmente controllate. Certo, è una nazione consapevole di esser condannata ad uno stato d’emergenza perenne per le poche miglia che la separano da Miami. Stato d’emergenza ben sintetizzato dal lungomare dell’Havana: è tagliato nel mezzo da 138 bandierone nere, alte ognuna una decina di metri, sorrette da spessi piloni d’acciaio. Un monumento funebre d’impatto, costruito in tempi record per volontà di Fidel, in memoria “degli oltre 3400 morti dovuti al terrorismo degli Stati Uniti”. Un monumento grottesco nato come contro-provocazione verso gli Stati Uniti, piazzato davanti alla loro officina d’interessi, un palazzone di vetri dispettoso, che aveva iniziato a mandare messaggi luminosi, attraverso un tabellone, contro il regime comunista. Fidel li ha oscurati così, è una trovata delle sue per una guerra che va avanti da quasi cinquanta anni, ma che l’avvocato rivoluzionario non ha intenzione di perdere.
PIERO ARMENTI

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