Dio Santo, sono occhi quelli!Non è un’illusione, non può essere come quando la camicia appoggiata alla sedia ti appare come una persona accucciata, perché riconosco il bianco delle pupille. Sono due punti più chiari nell’oscurità della stanza, azzurrognoli per il riflesso della spia del mio cellulare in carica. È questo particolare a farmi capire che sono reali: riflettono la luce.Non devo muovermi. Non devo muovermi.Il resto della forma nera che sembra fissarmi, immobile davanti al nostro letto, è indefinita, ma quegli occhi e la paura – la paura, sì, è soprattutto lei a farmi registrare i particolari, per alimentarsene – mi suggeriscono contorni umani. Bambineschi. È una figura minuta, che arriva forse all’altezza del lato inferiore dello specchio alla parete. Le spalle cadenti, le braccia abbandonate lungo i fianchi, il capo riccioluto e rigido.Non ho il coraggio di muovere altro che gli occhi. Temo che possa accorgersi anche di quelli e pure del respiro che ha involontariamente cambiato ritmo, da quando mi sono svegliato e l’ho intravisto. Provo a rallentarlo, a inspirare ed espirare con la lentezza di chi dorme. Le lenzuola mi sono scivolate sulle gambe, lasciando scoperto il ventre. Persino la canottiera è risalita e quel piccolo rettangolo di pelle esposta mi fa sentire vulnerabile. Mi convinco che questa figura, chiunque sia, alla fine mi attaccherà proprio in quel punto, proprio per quel punto scoperto. Vorrei, dovrei coprirmi, nascondermi sotto le lenzuola fin oltre la testa, come facevo da bambino quando avevo paura dei ladri. Ma allora lo facevo al minimo rumore, al minimo, anomalo spostamento dell’aria, quando ero ancora in tempo. Oggi no, è tardi, chi può farmi del male è già al mio cospetto e se mi muovessi sarebbe ancora peggio. Perché saprebbe che sono sveglio e mi farebbe ancor più male.Non devo muovermi. Non devo muovermi.Vorrei aver lasciato la porta aperta. L’orario proiettato sul soffitto – lo raggiungo a malapena spingendo gli occhi all’insù, fin quasi a rovesciarli sotto le palpebre – dice che sono le cinque passate e forse a quest’ora le primissime luci del mattino mi darebbero un contrasto migliore, mi mostrerebbero questa figura per ciò che è davvero. Forse scoprirei che sì, nonostante tutto è la solita illusione ottica, troverei una spiegazione al riflesso su quelli che mi sembrano occhi e potrei rilassarmi.Ma la porta è chiusa e il buio profondo della stanza è rotto solo da quella minuscola lucina sul Samsung e dalla sua eco – sì, la definizione mi piace – dalla sua eco sdoppiata dagli occhi della figura. Così non posso dirmi con certezza se quello che mi sembra un braccio lo sia realmente, non posso tranquillizzarmi col pensiero che sto solo interpretando un addensamento di ombre. Non prima che la sveglia suoni, tra due ore, o che trovi il coraggio di accendere la luce.Non devo muovermi. Non devo muovermi.Non avrei dovuto chiamarlo bambino. Ora che l’ho fatto, non riesco a pensare che sia nulla di diverso. I bambini fanno paura. Quanto sono carini e innocenti alla luce del sole, tanto diventano terrificanti nel contesto sbagliato. Li usano un sacco nei film proprio per questo, credo. E questo è un contesto sbagliato: è la mia stanza, è notte fonda e non ho figli. Se anche li avessi, non se ne starebbero immobili, al buio, a fissarmi.

Voglio vederlo in faccia, prima.
