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Un thè con K. (pensieri sciolti su un pomeriggio passato immerso nei racconti di Kafka)

Creato il 14 febbraio 2015 da Giuseppe Armellini
Un thè con K. (pensieri sciolti su un pomeriggio passato immerso nei racconti di Kafka)Erano anni che non lo riprendevo tra le mani.
E dire che se dovessi scegliere una lettera che sia copertina della mia adolescenza sarebbe la sua, la K.
Difficile esprimere quello che la lettura di Kafka mi regalava, io giovane ragazzo abbastanza casinista, molto vitale ma sempre portato ad un eccesso di malinconia che, fortunatamente, non mi ha mai abbandonato.
Oggi dopo parecchi anni vedo per sbaglio nella libreria il suo nome e senza nemmeno accorgermene mi ritrovo a letto con lui.
Ma non con il Kafka più famoso, bensì quello di una meravigliosa (e molto piccola) raccolta di racconti, perlopiù brevissimi, Un Medico di Campagna.
14 racconti, dalla mezza pagina di lunghezza a, massimo, una decina di pagine.
Lo leggo e rimango sbalordito.
C'è tutto Kafka, e a pillole così piccole e intense da restarci secchi.
C'è il Kafka del padre, quello della rassegnazione, quello del sogno, quello dell'impossibile raggiungimento della felicità, quello del terrore dell'autorità e quello dalla graffiante ironia.
Ho deciso di leggere i racconti dimenticando completamente quello che (non) so di lui, tutti gli studi, tutte le letture del passato, così, come se lo leggessi per la prima volta.
Quello che ho notato non è l'assenza di speranza, ma il triste constatare come questa sia irraggiungibile.
A tal proposito ho trovato, pur nella loro marcata diversità, quasi identici per tematiche due bellissimi racconti come Davanti alla Legge e Un Messaggio dell'Imperatore.
In entrambi i casi c'è sì un'attesa vana che non porterà a nulla, in entrambi ci sono sì delle difficoltà insormontabili (in uno l'impossibilità di aprire anche solo il primo degli innumerevoli portoni che conducono alla Legge, nel secondo quella di uscire dal Palazzo Imperiale) ma in tutti e due in qualche modo si parla di una speranza che esiste e che addirittura, non è universale ma esclusiva.
"Questo ingresso era destinato solo a te": dice il guardiano della prima porta.
E quella lettera, scritta di suo pugno dall'imperatore in persona, era scritta proprio per te.
Ma non riusciremo mai a sapere nè cosa si cela dietro a quel portone nè cosa c'è scritto in quella lettera. E non serve niente aspettare alla finestra come il destinatario della lettera o, al contrario, fare di tutto per corrompere il guardiano, il risultato è lo stesso, c'è qualcosa destinato a noi che non riusciremo mai a raggiungere, e affannarsi o aspettare inermi è lo stesso.
Ovvio, c'è forte anche la tematica dell'impossibile "contatto" tra potente e debole, tra Autorità e suddito (Imperatore/Legge con Suddito/Contadino), ma più che altro io c'ho visto la rassegnazione di sapere che anche se esiste una salvezza per noi, questa c'è preclusa.
Anche perchè il popolo, le persone semplici, i sudditi, molte volte sono lasciati a sè stessi a combattere battaglie per la sopravvivenza che da soli non possono affrontare, come in Un Vecchio foglio, dove mentre l'Imperatore si limita ad osservare dalla finestra, un popolo di nomadi assalitori prende il possesso della piazza (terribile l'immagine del bue dilaniato a morsi).
Il racconto che dà titolo alla raccolta, Un Medico di Campagna ha i connotati dell'incubo, magnifico.
Sembra tutto un sogno, quasi impossibile  ricercare una qualche linearità. Lo stalliere che appare sulla stalla dei maiali, i cavalli che partono d'improvviso, il viaggio di andata che pare durare pochi secondi. E poi quel malato che invece non lo è, poi la ferita mortale che sembra quasi apparire dal nulla, il medico che viene spogliato, i cavalli che nitriscono, la fuga quasi nudi e la sensazione di aver perso, in una sola notte, tutto quello che si aveva nella vita. Ma non è forse ammantata dal sogno quasi tutta la produzione kafkiana? Il sogno è quasi per definizione terreno dell'impossibile, del non afferrabile, del non comprensibile e nessuno come lo scrittore boemo sa raccontare queste sensazioni.
Come per esempio in Sciacalli e Arabi, quasi una fiaba con morale dal forte retrogusto messianico.
Gli sciacalli aspettavano da millenni colui che li avrebe liberati dagli arabi. Ma proprio quando il protagonista avrebbe dovuto uccidere quegli uomini gli stessi sciacalli si tuffano sul cammello morto loro offerto dagli arabi. Anche qui torniamo al punto di cui sopra, ossia l'impossibilità di raggiungere quella luce, quel cambiamento, che in teoria sembra alla portata. Gli sciacalli alla fine cedono alla loro natura, che non è solo natura carnivora di mangiatori di prede, ma anche di animali al servizio degli arabi. Kafka sembra ribadire ancora una volta che ognuno ha il proprio ruolo, quasi impossibile andargli "oltre". Leggere una lettera, aprire un portone, uccidere gli Arabi, è lo stesso.
Anche se nell'ultimo racconto, Una relazione per l'Accademia si narra proprio di chi, una scimmia, ha deciso di abbandonare la propria natura per farsi uomo. Sì, ma lo fa solo per salvarsi, per non morire, odiando in realtà di fondo il genere umano. Come se l'unico modo per salvarsi sia uniformarsi ad una massa che in realtà si odia. La libertà non è essere sè stessi, ma diventare come gli altri.
Tonando agli sciacalli forte, come in Davanti alla Legge, anche la sensazione che l'uomo è portato ad obbedire, a non alzare la voce, carico di paura e rispetto.
E ovviamente non possiamo così non finire al Padre, la prima autorità incontrata in vita e, probabilmente, l'unica in grado si segnartela per sempre quella vita.
Nei 14 racconti forse quello che affronta più da vicino la questione è 11 figli, l'apparentemente innocuo e quasi amorevole racconto a mò di elenco che fa un padre dei suoi figli.
Eppure c'è una sensazione sgradevole, quella che, per ogni figlio, nessuno escluso, il padre non possa fare a meno di rimarcare almeno un difetto, quasi a ricordare ancora una volta questa mancata storia d'amore tra padre e figlio, questa armonia irraggiungibile.
Anche se nessun racconto, nessun romanzo, nessuno scritto kafkiano (nemmeno Lettere al Padre) riguardo l'argomento ha la forza, quasi devastate di La Condanna.
Leggere questo racconto è quasi terrorizzante, ma in poche pagine così raccolte c'è così tanto Kafka.
Un figlio che crede di ben comportarsi, anzi, quasi esagerato nel farsi qualsiasi scrupolo.
Una lettera da scrivere ad un amico lontanto, nient'altro.
E un consiglio da chiedere al padre.
Quasi senza che ce ne accorgiamo, come in un incubo, l'atmosfera cambia, l'immagine di questo padre che urla in piedi nel letto è devastante. In realtà è come se il figlio stesse urlando a sè stesso, è il suo senso di colpa che grida, e il padre ne è la maschera più adatta.
La condanna, insensata, terribile, arriva all'improvviso.
E non ci sarà nemmeno tempo per controbattere, l'autorità è troppo forte, il senso di colpa lo stesso. Così forte da gridare "piano" (quasi con vegogna): "Cari genitori, pure vi ho sempre amati".
Il dramma di un uomo e di uno scrittore raccontato in 10 pagine, qualcosa di impressionante.
Il Villaggio più Vicino
“Mio nonno soleva dire: “La vita è incredibilmente breve. Oggi, nel ricordo, mi si accorcia a tal punto che a malapena, per esempio, riesco a concepire come un giovanotto possa decidere di recarsi a cavallo fino al villaggio vicino senza il timore che, a prescindere da accidenti sfortunati, il tempo stesso di una vita normale e serenamente vissuta sia di gran lunga inadeguato a tale viaggio”

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