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Un tour cittadino a Palermo all’insegna della cultura antimafia

Creato il 06 luglio 2013 da Nonsoloturisti @viaggiatori
Addiopizzo Travel nasce come una costola dell’omonima associazione di volontari che da quasi nove anni riuniscono le imprese siciliane che si oppongono all’estorsione mafiosa – il cosiddetto pizzo, appunto – con il preciso scopo di creare itinerari turistici che non si mescolino alle attività controllate da Cosa Nostra, e al tempo stesso diffondano consapevolezza e cultura antimafia nei partecipanti.

Tra le proposte dedicate ai singoli visitatori c’è un gradevole tour di Palermo da svolgere in mezza giornata. Trovandomi nel capoluogo siciliano per incontrare i ragazzi di Addiopizzo, non potevo certo rifiutare il loro gentile invito a partecipare a una simile esperienza, perciò un sabato mattina mi dirigo in centro per incontrare gli altri partecipanti e la nostra guida.

L’appuntamento è davanti al Teatro Massimo Vittorio Emanule, lungo l’arteria principale della città. Questo monumento storico è rimasto chiuso al pubblico per ben 23 anni, per l’incredibile ragione di un lavoro di restauro riguardante il sistema elettrico. A riaprirlo nel 1997 fu l’attuale sindaco di Palermo Leoluca Orlando, uno dei protagonisti della “primavera palermitana” che vide intensificarsi le attività di lotta alla mafia. Il teatro lirico, il più grande d’Italia e il terzo in Europa, è anche famoso per essere stato cornice di una scena de “Il padrino – Parte III”, un film che la nostra guida Stefano non sembra amare molto, anche perché adombra contemporaneamente di una luce inquietante la Sicilia e di un fascino incongruo la figura dei mafiosi.

Palermo - Teatro Massimo

Dal Teatro Massimo ci spostiamo verso il mercato del quartiere Capo, in Via Volturno. I mercati di strada sono alcuni degli angoli più suggestivi e caratteristici di Palermo. Qui si ha ancora l’abitudine di gridare a squarciagola per attirare l’attenzione dei clienti, tanto che Stefano ci raccomanda di non spaventarci, che è tutto normale. O almeno normale per Palermo. Aprendo una parentesi sulla vita popolare della città e sui piccoli commercianti, la nostra guida ci ricorda una celebre frase pronunciata dal super boss Bernardo Provenzano riguardo al pagamento del pizzo: “Fateli pagare poco, ma fateli pagare tutti.” L’estorsione mafiosa, in effetti, non raggiunge cifre paragonabili agli introiti generati dal traffico di stupefacenti e dal mercato degli appalti, ma è un modo per conservare il controllo sulla popolazione e per far avvertire come ineluttabile la presenza dell’organizzazione mafiosa.

Palermo - Mercato di Capo

Arriviamo così a Piazza della Memoria, proprio tra il vecchio e il nuovo tribunale di Palermo. Qui un memoriale ricorda l’estremo sacrificio dei giudici morti nel corso della loro lotta contro la mafia. Vittime di stragi mafiose, senza dubbio, ma anche dell’isolamento a cui spesso li hanno costretti le istituzioni statali.

Palermo - Piazza della Memoria

Passeggiando sotto un intenso sole primaverile, il nostro piccolo gruppo giunge in Via Beati Paoli per sfatare un altro luogo comune sulla mafia. I “paolini” erano infatti una setta segreta che nel XII secolo si muoveva in difesa del popolo colpendo i nobili che si rendevano colpevoli di soprusi. Non esistono documenti che ne diano una descrizione dettagliata e la loro attività è probabilmente circoscritta a pochi decenni, ciononostante molti clan mafiosi fanno riferire la loro origine proprio ai Beati Paoli, sottolineando così la natura necessaria della loro presenza. Un fatto, ovviamente, che non trova conferme né storiche né logiche.

Pochi metri ancora ed eccoci di nuovo su una delle vie principali di Palermo, Via Vittorio Emanuele,  su cui si affaccia anche l’imponente Cattedrale. Qui Stefano ne approfitta per ricordarci i rapporti controversi e disomogenei della chiesa cattolica con la mafia, dai martiri che si sono strenuamente battuti contro di essa, fino ai vescovi anticomunisti che per decenni hanno insistito nel ribadire come la mafia fosse soltanto un’invenzione della propaganda rossa.

Cattedrale di Palermo

Risalendo lunga Via Vittorio Emanuele arriviamo a Piazza Pretoria, dove è posta l’omonima fontana, anche nota come “fontana della vergogna”. Il motivo di questo soprannome è duplice: da una parte le nudità delle figure rappresentate mal si legavano alla pudica cultura isolana, dall’altra la vergogna è quella dei cattivi governanti, simboleggiati dall’adiacente Palazzo Pretorio che oggi è sede dell’amministrazione cittadina. La storia delle collusioni tra stato e mafia riempie interi libri – e ci sarebbe da scriverne molti altri – ma Stefano ci ricorda in particolare il periodo noto come “sacco di Palermo”, durante il quale l’allora sindaco Vito Ciancimino, noto esponente mafioso, ha elargito oltre 800 licenze edili con il preciso scopo di distruggere una moltitudine di ville storiche per costruire delle anonime palazzine. Il risultato è stato un danno al patrimonio storico e culturale della città semplicemente inenarrabile.

Palermo - Piazza Pretoria

Il nostro tour si conclude a Piazza Marina, dove un altro memoriale ricorda ancora una volta una vittima della mafia. In questo caso si tratta di Joe Petrosino, poliziotto italo-americano in servizio a New York. La mafia americana all’epoca non si poteva permettere di uccidere un poliziotto, quella italiana purtroppo sì, perciò hanno aspettato che Joe tornasse in patria nel corso di un’indagine riservata e lo hanno ucciso proprio a Palermo. Nonostante la segretezza della sua missione, la stampa americana aveva diffuso la notizia del suo viaggio pochi giorni prima che partisse, ma Joe pensava che neanche in Italia qualcuno avrebbe mai osato uccidere un poliziotto ed era partito ugualmente.

Un altro monumento in ricordo di un sacrificio che forse poteva essere evitato. Un’altra pietra miliare nella nostra memoria collettiva, per ricordarci che il diritto di discutere apertamente di un dramma che ancora oggi affligge l’Italia è costato sangue e sofferenza. E proprio in virtù dell’alto prezzo che è costato, fare uso di questo diritto per portare avanti la loro lotta è il nostro dovere più profondo.


Flavio Alagia

Flavio Alagia

Dopo una laurea in giornalismo a Verona, mi sono messo lo zaino sulle spalle e non mi sono più fermato. Sei mesi a Londra, un anno in India, e poi il Brasile, il Sudafrica… non c’è un posto al mondo dove non andrei, e non credo sia poco dal momento che odio volare. L’aereo? Fatemi portare un paracadute e poi ne riparliamo.

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