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Una giornata Terra Terra

Creato il 22 aprile 2012 da Albertocapece

Una giornata Terra TerraAnna Lombroso per il Simplicissimus

Impercettibile dalle coscienze e dai radar della politica come dell’opinione pubblica sempre più privata, soffocato dalla paura dello spread, della crisi, del default l’ambiente sembra sempre di più un pensiero optional per anime belle, o per chi si distrae dalla catastrofe grazie all’apocalisse.
La Giornata della Terra assume così l’edificante significato di una delle tante giornate della memoria, talmente celebrativa da diventare commemorativa e nostalgica di quando si pensava a un futuro affrancato dal ricatto del profitto e dall’ipoteca di una crescita illimitata, pazza e dissipata. E l’impegno, da responsabilità, diventa scrupolo se non vergogna e si raccolgono un po’ di lattine, ci si mette al bavero la spilletta, ci si ricorda una tantum di spegnere la luce.

Ha vinto la decrescita infelicissima dei nuovi poteri: una miseria condivisa da quasi tutti e, insieme, l’arricchimento folgorante di pochissimi. Anche per chi non ne era un fan la decrescita non significava pauperismo, austerità e regressione, ma una diversa qualità della produzione e dei consumi, capace di rispettare le risorse naturali e di impedirne la distruzione. Ora coincide con la recessione, con la depressione che le manovre finanziarie stanno imponendo ai paesi deboli del Sud dell’Europa.

Sviluppo sostenibile si riduce a una formula arcaica riposta ragionevolmente in soffitta insieme alle idee e alle utopie, attrezzi ammuffiti ma che per chi ci governa sono minacciose quanto certi vecchi fucili e qualche pistole che i partigiani più preveggenti non si erano risolti a consegnare. Finisce così che lo esorcizzino in nome del pragmatismo, dell’utilitarismo, della necessità che deve farci recedere da tutto, dai diritti come dal futuro, dalla speranza come dalla bellezza.
Con buona pace di Benjamin, ci volevano i tecnocrati per riportarci a una visione anacronistica di una tecnica diretta al dominio della natura e alla volontà di potenza su di essa fino ad esaurire le risorse elementari della vita, regressiva rispetto all’aspirazione ad un rapporto armonico tra l’umanità e la natura, finalizzata necessariamente all’incremento smisurato delle quantità prodotte, non alla qualità delle relazioni umane fra produttori.
Mentre si dovrebbe agire prima che sia troppo tardi imponendo un limite accettato e accettabile nel rapporto con la natura, che non venga cancellata, ma intensificata, rispettandone le energie primarie ed elementari.

È finita l’opulenza privata per i molti, lasciando immutata una miseria pubblica sorretta malignamente dall’ideologia del liberismo che si racconta una narrazione falsa, mitologica e sviante della realtà, che impedisce di capire quello che succede nel mondo e, soprattutto, fa da copertura a interessi – scientemente o inconsapevolmente protetti – che stanno portando il pianeta, e la sua economia, verso il disastro. Una cultura egemone, ma tanto stupida e pericolosa che qualcuno proprio a causa della sua ottusità ha definito efficacemente come “dittatura dell’ignoranza”.

Per chi non fosse ancora convinto abbiamo a disposizione un caso di studio esemplare: il ministro Passera ha ridotto drasticamente gli incentivi per le fonti rinnovabili (che hanno eroso gli incassi degli impianti di termogenerazione) mentre persegue l’aberrante intento di riempire il paese di trivelle per estrarre altro petrolio e metano (se c’è), pronto alla conversione definitiva al nucleare. La pubblica motivazione è che quegli incentivi costano troppo: la verità invece è che sono stati elargiti estemporaneamente e arbitrariamente, senza alcuna programmazione. Sono stati per anni i più alti del mondo (non ce n’era alcun bisogno) e sono finiti in gran parte in mano non a società energetiche, ma a finanziarie, in gran parte estere. Senza peraltro adempiere alle loro finalità: coprire fabbisogni energetici di abitazioni e piccole imprese (fotovoltaico) o di comuni e zone industriali (eolico e biomasse) di prossimità.

È vero che con quegli incentivi sono stati finanziati oltre 400mila impianti fotovoltaici; ma quattro quinti della potenza installata è esclusa dallo «scambio sul posto»;. Così l’energia prodotta non è stata indirizzata a soddisfare un fabbisogno locale, ma è andata tutta in rete, a costi maggiori di quella generata da impianti termici e, per lo più, dopo aver espiantato campi e frutteti per ricoprire intere vallate di assai più redditizi (grazie agli incentivi) pannelli solari, eliche o impianti a biomassa, alimentati non da residui agroforestali di prossimità, ma da olio di palma importato.

Eppure il nostro futuro, ma anche il nostro presente, è dominato dalla crisi ambientale: dai mutamenti climatici, dalla scarsità di acqua e suolo fertile (non a causa della loro limitatezza naturale, ma dell’inquinamento e della devastazione a cui sono sottoposti); dalla distruzione irreversibile della biodiversità; dall’esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi; dall’esaurimento di molte altre risorse, sia geologiche che alimentari; dall’inquinamento degli habitat umani che riduce progressivamente la qualità della vita e delle relazioni interpersonali. A molte di queste minacce c’è chi pensa di poter fare argine con l’innovazione: nuovi materiali; nuovi processi; nuove tecnologie. Un’illusione, non solo perché se fosse possibile farlo su una o alcune delle grandi questioni ambientali, loro interconnessione in un sistema unico e complesso impone invece un approccio globale. Ma è soprattutto una menzogna convenzionale in aree del mondo e in particolare da noi, dove è stata annichilita l’istruzione, la ricerca applicata, la conoscenza e la scienza.
E dire che la crisi ambientale potrebbe offrire all’economia delle opportunità, quelle di una conversione ecologica di produzioni e consumi verso beni e servizi meno dipendenti dai combustibili fossili, meno devastanti per la biodiversità, e verso la qualità e la disponibilità di risorse primarie; le potenzialità di una occupazione maggiore e diversa, caratterizzata a una più estesa valorizzazione delle facoltà personali e della cooperazione.

Ma tutto questo fa parte dei diritti e di quella gamma di diritti dei quali stanno espropriandoci con più determinazione, legati alla qualità del lavoro e della vita, al godimento dei beni comuni, al sapere e alla coesione sociale. E anche alla facoltà per lo stato e per i cittadini di dettare le linee guida di una politica di sviluppo anche industriale e quindi delle scelte che determinano o orientano le decisioni su che cosa, quanto, con che cosa, come e dove produrre, scelte che non possono essere lasciate al mercato, cioè al libero gioco della domanda e dell’offerta; perché nessun mercato è in grado di cogliere tutti i segnali che provengono dalla complessità del contesto ambientale, da cui non si può più prescindere.
Per questo riprendere in mano e riconquistare la facoltà di parola e di decisione in materia di beni comuni è decisivo, da lì riparte la possibilità di riprenderci, con le scelte quotidiane, il diritto all’autodeterminazione, la sovranità e la politica.


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