Una storiaccia sul femminicidio

Creato il 06 aprile 2013 da Matteobortolotti @bortolotti

Qualche tempo fa scrissi-e-lessi una Storiaccia per Radio24 che mi è tornata alla mente leggendo la cronaca nera dei giorni passati. Parla di femminicidio, anche se io preferisco chiamarlo omicidio. Uno dei più spregevoli. Così, avevo voglia di regalarcelo per questa domenica insieme.


Strangola e mura la compagna: arrestato

12 giugno 2008

Il ramo somiglia al tronco, non fa che ripeterselo mentre sente il bambino dormire nell’altra stanza. Il ramo somiglia al tronco, qualcuno una volta gli aveva detto che non si può scappare. Il figlio somiglia al padre, ed è così per tutto, anche per tutto il resto. Il senso della vita è che c’è un principio. Il senso della vita è che noi siamo figli di quel che ci ha preceduto. Anche se quello che ci ha preceduto era merda.

Suo nonno, forse a dirlo è stato suo nonno molto tempo prima, di quel tempo adulto che gli è toccato. Adulto e solo, quel tempo che si è mangiato tutte le incertezze, quel tempo che gli ha calcificato la vita addosso. Il tempo del così sia, poco prima del tempo che è cominciato stasera: il tempo dell’amen.

Abbatti un muro per costruirne un altro migliore, adatto alle nuove esigenze, ideale perché l’umidità non tormenti la tua casa. Abbatti per costruire, distruggi per creare. Anche se tutto quello che hai creato è merda.

«Nessun posto è bello come casa mia,» dice un vecchio film alla televisione. Perché è stato costretto ad alzare il volume, anche se è sicuro di sentire il bambino che dorme nell’altra stanza, è sicuro di sentire il silenzio che fa la donna sul divano. Il silenzio che gli entra nelle orecchie come il fischio del bollitore. Si prepara un caffé americano, lo mescola piano. Niente zucchero, ma rimane a mescolarlo guardando la donna e il suo silenzio che adesso si può vedere. E’ colorato di bianco, quasi blu.

Quando ha posteggiato l’auto davanti all’ingresso, lasciando buio attorno a se, vede ancora il vecchio film nella televisione, l’uomo di latta ha chiesto un cuore per potersi dire vivo, ma lui lo sa, che si può vivere anche senza il cuore. Te lo strappano, oppure lo limano come si fa con una gabbia, e piano piano, quello che tratteneva, non lo trattiene più. Anche se quello che tratteneva era merda.

Quattro anni per scoprire che il ramo era un innesto, e il lavoro di lei, quel lavoro di lima, quel nido d’amore, la nuova casa da sistemare, per distrarlo da tutto, per passare dal tempo del così sia al tempodell’amen.

L’uomo non prova niente. Non ha provato niente quando lei gli ha detto col suo accento peruviano, quell’accento che all’inizio gli sembrava spagnolo, il figlio non è tuo, io non ti ho amato, ma ti ho voluto bene. Quattro anni per scoprire che amare è la stessa cosa di odiare, e poi una presa stretta del collo, e il corpo piccolo di lei, che quando facevano l’amore gli sembrava sempre di farle male, e gli piaceva questa cosa, di farle male, e le sue mani che si poggiano agli avambracci mentre scarica tutto il peso sullo sterno di lei, che si piega come carta di giornale.

Ci fa un cappello con la carta di giornale, la carica sull’auto e poi fa quel che deve fare. Ha abbattuto e ora deve costruire. La casa nuova è ancora aperta, l’acido ha sciolto il viso della donna, perché non poteva dirle addio guardandola in faccia, non con quella faccia così bella, la faccia di una stella. La casa nuova ha il soppalco da murare, verrà bene con lei dentro, a far da guardia ai topi, e al figlio che ancora dorme dall’altra parte della città. Un figlio che adesso non ha più madre, che il padre ce l’aveva in prestito, e non sa di essere un innesto. E dovrà crescere con tutto quello che lo ha preceduto, dovrà già vivere nel tempo dell’amen.


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