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UNA VITA ORMAI LONTANA (I Parte)

Creato il 13 dicembre 2010 da Samilla

UNA VITA ORMAI LONTANA (I Parte)


Dintorni di Parigi, Natale, 1793

 

Il cancello è arrugginito negli ultimi anni, ma almeno è sempre in piedi. Lo oltrepasso e le gambe iniziano a tremarmi a tal punto da dovermi fermare più volte. Il castello non è molto lontano eppure non riesco a scorgerlo. Questa notte ha nevicato e il parco regala un’immagine quasi fiabesca. Se lo osservo con attenzione non posso non vedere quanto sia trasandato, pieno di erbacce e con gli alberi ormai morti. La desolazione che regna nella mia vecchia dimora è simile a quella che alberga nel mio cuore, dannata! Oggi è Natale, sono sola al mondo, queste povere quattro mura sono le uniche cose che mi sono rimaste. Il mio passato non mi appartiene da tempo. Per la precisione da quel benedetto 1789! Chi si dimentica il caldo mese di luglio e la triste presa della Bastiglia? Da quel momento è iniziato un incubo onnipresente nella mia umile vita. Giorno e notte rivivo gli attimi prima dell’uccisione dei miei cari genitori. Da allora non sono mai tornata qui. Troppi ricordi, troppo pericolo di essere riconosciuta e condannata alla ghigliottina. Quel marchingegno continua a tagliare teste senza sosta. Non è necessario essere nobile per finire sotto le sue lame, basta aver avuto qualche rapporto con l’aristocrazia o, anche semplicemente, non aver aderito a questa triste rivoluzione. La libertà è un dono prezioso, ma diventa una trappola dorata quando per ottenerla si uccide i nostri simili… Vago nella mia proprietà come un’estranea, chiedendomi cosa mai mi abbia portata qua.. Vivo, o meglio sopravvivo, da cinque anni in un cascinale non molto lontano, ha il tetto franato e il pavimento umido, ma il suo stato precario e trasandato è la mia salvezza. Nessuno si immagina che lì dentro dorma la ex contessa Chantal Labrousse, in compagnia di poverini topini affamati quanto me. Oggi però voglio vedere se è rimasto qualcosa del mio passato tra queste mura annerite dal fumo, un ritratto, un pezzo di stoffa, una tazzina di porcellana; qualsiasi cimelio che mi ricordi la mia famiglia, completamente sterminata dai rivoltosi. Non c’è alcun portone d’ingresso e le pareti del salone sono spoglie dei quadri dei miei antenati, come anche della bella carta da parati azzurra. Il pavimento di marmo sembra pietra grigia e spenta da quanta polvere si è stratificata sulla sua superficie. Il mobilio, i tappeti e le tende sono le prime cose ad essere state rubate. I miei passi riecheggiano in tutta la struttura, mi faccio coraggio e salgo il grande scalone che porta al piano superiore dove la desolazione è ancora più evidente. Anche le finestre sono state divelte e le intemperie hanno fatto il resto. Entro in quella che una volta era la biblioteca e non trovo neppure un libro che mi ricordi i bei tempi trascorsi con mio padre a leggere o a discutere su una poesia o un romanzo appena acquistato. All’improvviso mi sento come un albero a cui sono state tagliate le radici. Mi accascio a terra e inizio a piangere. Non so quanto rimango in quella posizione perché sono stremata e disperata al tempo stesso a tal punto da non riuscire a rimettermi in piedi.

“ Non sareste dovuta venire. Era meglio ricordare Chateau Labrousse com’era e non come è stato ridotto”.

Non mi volto per il semplice fatto che credo di sognare. La voce mi è vagamente familiare.

“Mademoiselle Chantal lasciate che vi aiuti. Così sdraiata sul freddo pavimento prenderete una brutta influenza”.

Braccia forti mi sollevano e nell’alzare lo sguardo incrocio due occhi marroni che mi guardano con una dolcezza indescrivibile. Sono trascorsi cinque lunghi anni, ma riconosco subito il giovane Alfred, il nostro fidato cuoco.

 

Samanta

…continua….



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