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Vanloon – Valle Giulia

Creato il 21 marzo 2013 da Ilcasos @ilcasos

Puntata 9 – anno 2, 2 marzo 2013
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Ciao a tutte e tutti da Olga e Debs.

[...] Hanno impugnato i manganelli / ed han picchiato come fanno sempre loro / ma all’improvviso è poi successo / un fatto nuovo, un fatto nuovo, un fatto nuovo / non siam scappati più, non siam scappati più!

Certamente il 1968 è qualcosa di più di scontri e manganellate, di slogan e capelloni ma esistono degli episodi simbolo, spartiacque dai quali indietro non si torna e che segnano una svolta all’interno del movimento studentesco che tra il 1967 e il 1968 faceva le sue prove di rivoluzione occupando le università e scendendo in piazza.

Il nuovo conflitto riguarda tutte le sfere dell’esistenza e contribuisce a forgiare un’identità e una politica prettamente studentesca: antiautoritarismo, antiriformismo sono tra le concezioni più importanti del movimento, immaginazione al potere e presa di parola, tra i programmi degli studenti.

Scontri, 1968

Scontri, 1968

La protesta per la prima volta diventa mondiale: i giovani combattono per gli stessi ideali seguendo identiche forme di mobilitazione che vanno dall’occupazione al sit-in, hanno gli stessi eroi come il Che, Mao, Lenin, ascoltano la stessa musica (un indiavolato rock’n'roll, musica sacrilega) e vestono di “stracci”; per la prima volta i giovani diventano categoria socialmente riconosciuta. Beatnik, cinesi, capelloni, figli di papà, rossi, sono alcuni dei nomi con i quali la stampa italiana identifica questo nuovo fenomeno.

Chi incendia le piazze e non fa dormire i rispettabilissimi e ben pensanti borghesi cittadini sono proprio i loro figli, quelli che non hanno visto la guerra e che sono stati (e sono ancora) testimoni del più repentino ed epocale cambiamento che l’Italia ha mai vissuto: il boom economico, l’aumento del benessere, l’avvento della società dei consumi, la televisione e la lambretta, il fenomeno Italia che passa da paese rurale a quinta potenza industriale del mondo. Ed è proprio tra le luci della ribalta che si cela la protesta perché il Sessantotto non comincia il primo gennaio ma viene covato almeno dal 1966 (parliamo solo di movimento studentesco), certo il fenomeno si fa evidente alla fine del 1967 quando trentasei università italiane risultano occupate.

Ma forse è solo all’inizio del 1968, anno solare, che si intravede quel panico morale che affligge genitori increduli, stampa, politica, che non è stato in grado di prevedere né capire che dietro sconvolgenti cambiamenti economici si celavano degli stravolgimenti sociali che sarebbero stati una spina nel fianco per almeno dieci anni. Come è stato possibile? questi giovani sono diventati una minaccia per l’ordine pubblico, per la morale, per la tradizione e la nazione.

Sicuramente ciò che faceva più paura e che lasciavano esterrefatti la nuova, ma neanche tanto, classe dirigente e il ceto medio, era la minaccia rossa. Con un partito comunista tra i più forti dell’occidente c’era da stare svegli la notte. Certo, sappiamo che la novità rappresentata dagli studenti andava molto al di là del cauto riformismo del PCI, in ogni caso tutte le culture politiche, PCI compreso, ne risentirono. Nessuno sapeva che pesci pigliare. Non esistevamo precedenti storici.

L’anno 1968 è il periodo di massima espansione della mobilitazione studentesca, tra febbraio e giugno il movimento che possiamo dire di massa tocca tutto il reticolo universitario italiano fino alle sue estreme propaggini periferiche perché in Italia, a differenza di altri stati europei, non esiste un centro propulsore. di sicuro a Roma e alla sapienza tocca la parte da leone culminata con Valle Giulia, ma quello sarà solo l’inizio di un ciclo di proteste di tutta la società civile.

Venerdì scorso, per due ore e mezzo, in via Gramsci, sulla collina della facoltà di architettura, c’è stata la guerra. Da una parte le forze dell’ordine con gli elmetti, i manganelli, le camionette corazzate, i camion con gli idranti, le bombe lacrimogene. Dall’altra gli studenti

Comincia così il resoconto dettagliato e in presa diretta dell’Espresso. Giampaolo Bultrini e Mario Scialoja furono testimoni oculari dell’evento.

Il 28 febbraio il rettore della Sapienza fa sgomberare la facoltà di architettura presidiata dai poliziotti, quindi il primo marzo gli studenti decidono di indire una manifestazione: alle 10 in piazza di Spagna ci sono circa 4000 persone dirette verso Valle Giulia, non hanno un piano ben preciso.

C’erano già stati episodi cosiddetti violenti ma, a ritroso la battaglia di Valle Giulia, diventa il simbolo, a ragione o no, dell’inizio della violenza politica e la fine del pacifismo da parte degli studenti («una rivoluzione pacifista è come un leone vegetariano» si legge sui muri). Questo è chiaramente un punto di non ritorno.

Gli studenti passano al contrattacco, l’antiautoritarismo prende la forma fisica dei sanpietrini lanciati contro la celere che a sua volta risponde con una violenza inaudita alle pressioni dei manifestanti. Valle Giulia fu il segno forte di un energia che voleva dire la profonda necessità di un cambiamento. Cosa vogliono? Era la domanda che si facevano un po’ tutti senza riuscire a darsi una risposta. Ma la domanda era assolutamente incongrua, quella giusta sarebbe stata invece «cosa fanno?», perché azione e discorso da quel momento in poi, sarebbero stati tutt’uno. Da sottolineare è la presenza nella battaglia di alcuni neofascisti di avanguardia nazionale giovanile, guidati da Stefano Delle Chiaie, neofascisti che avevano ben poco da dirsi con il Movimento, antiautoritario e antifascista.

Quando finalmente usciamo è buio, l’aria è fresca e i poliziotti sono più calmi. Questa lunga giornata di furia è finita lasciando un solco profondo che non sarà colmato se non a prezzo di molta pazienza e di molta buona volontà da entrambe le parti

Col senno di poi questo divario, di cui parla l’Espresso, non sarà mai colmato se pensiamo all’escalation di violenza che solo un anno e mezzo dopo si concretizza nella la strage di piazza Fontana che segnerà tutto il decennio caratterizzato sia dai i fecondi anni dell’irruzione dei movimenti con profondi cambiamenti sociali e culturali sia da violenti scontri in piazza, dall’eversione nera non scollegate dalle bombe si stato che facevano parte della famosa strategia della tensione. E questa volta i morti ci saranno davvero.

Lo studente è un intellettuale che ora si scopre spossessato dei suoi tradizionali orpelli,ora si scopre a milioni, proletario e diverso dal proletario, senza alcuna piattaforma sociale sicura

Consapevoli di una netta differenza storico politica tra l’oggi e gli anni settanta, queste parole di Rossana Rossanda. Ci fanno comunque riflettere su quanta poca distanza ci sia tra le figure della precarietà dei nostri tempi e di quelli che hanno fatto una rivoluzione.

E con queste riflessioni vi salutiamo e vi invitiamo a visitare il nostro sito www.casoesse.org e… alla prossima puntata!

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Vanloon – Valle Giulia

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