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"Venere in metrò", di Giuseppe Culicchia: Shopping (for books) is cheaper than psychiatry

Creato il 01 dicembre 2012 da Maila Tritto
Gaia Bongiorno è una milanese — ma della Milano Bene — di 38 anni e, come gli anni, porta la taglia 38: la sua è una vera e propria «mania» per la perfezione estetica — tanto da avere a disposizione un intero guardaroba che farebbe invidia anche alle protagoniste del serial-cult Sex & the City —, ma non solo. È una donna che ha parecchi «vezzi e vizi»: fashion victim, creatrice svampita di alcuni eventi mondani, narcisista compulsiva…ah, già, è mamma di una bambina che ha un ruolo, purtroppo, «superfluo» — oserei dire, quasi da «accessorio», solo perché la società si aspetta questo «requisito» da una donna di 38 anni. 

Queste sono le premesse al nuovo romanzo dell’autore torinese Giuseppe Culicchia che, con Venere in metrò (Mondadori, 2012), è ritornato a far parlare di sé e, anzi, a dare voce alle sue idee attraverso la stesura dei suoi romanzi (nel 2011, ad esempio, ha pubblicato — sempre per Mondadori — Ameni inganni che, come Venere in metrò, focalizza l’attenzione sulla vita quotidiana e sui lati reconditi dell’animo umano). Invero, fin dall’inizio della sua carriera, Culicchia ha affrontato temi difficili e importanti con protagonista l’universo maschile. Con l’ultima pubblicazione, invece, ha voluto dare voce alla compagine femminile (estremizzando, talvolta, i lati caratteriali).
«Stamattina hai l’Ikeite acuta. Ti succede sempre, quando sei nei casini. Fosse per te ti ci fionderesti. Che relax, comprarti anche solo, chessò, un set di candele galleggianti Fenomen. Salvo poi ritrovarsi nella shopper gialla una cifra di menate da panico, portavasi Diskret, posate Delikat, appendiabiti Bumerang» (da Venere in metrò, 2012).

Fin dall’incipit si può notare l’ironia con cui l’autore ha dato vita non solo alla storia, bensì anche al personaggio che, almeno in teoria, dovrebbe (o potrebbe?) incarnare la ‘donna media’; salvo, poi, accorgersi che la stessa parola — ‘media’, appunto — è usata nella definizione di ‘donna nei (o dei) media’. È questo, a mio avviso, il punto di partenza con cui si dovrebbe analizzare Venere in metrò: un testo che, in effetti, evidenza gli stereotipi del genere femminile e che, sempre con ironia, «denuncia» la realtà e le attitudini socio-culturali che si concretizzano nell’esteriorità (o estetica). Sebbene la tematica sia, per certi versi, complessa, Giuseppe Culicchia riesce a comunicare le sue idee con una prosa e uno stile narrativo efficace, immediato e che ricorda — almeno vagamente — il genere chick lit. Tuttavia, il suo romanzo non è inscrivibile nel genere appena citato; piuttosto è una satira alla società — e ai mass media che, si sa, influenzano e influiscono notevolmente nell’opinione pubblica — che vuole, e a volte pretende, lo stereotipo della ‘superdonna’: abile a destreggiarsi tra gli eventi della giornata e ad assolvere a molteplici ruoli, spesso conflittuali quali quelli della lavoratrice, della moglie, della madre e della casalinga. Tutto ciò finisce col creare frustrazione in Gaia, la quale crede che l’unica soluzione possibile — per svagarsi e appagare se stessa — sia lo shopping. E lei fa shopping, certo, ma sarà compulsivo: quasi un «amore» per qualcosa che, in realtà, non ha o sente di non avere. In realtà, come afferma anche il sociologo Giampaolo Fabris:

«Si va diffondendo, nella società postmoderna, una percezione del corpo come parte integrante della nostra identità e come canale espressivo privilegiato. Non si tratta, più soltanto del corpo da “liberare” secondo il paradigma dominante degli anni Settanta. Né quello da “perfezionare” che ha caratterizzato gli stili di vita degli anni Ottanta. Soprattutto il corpo perde il suo carattere funzionale di mezzo — per essere efficienti, per sedurre, per essere amati — per assumere un proprio statuto autonomo. Il corpo inoltre non si oppone più allo spirito ma si intreccia con questo in una concezione olistica. Dove corpo e mente, salute e benessere psicologico, corpo e bellezza sono connessi da un continuo gioco di rinvii. Si riconosce al corpo un proprio linguaggio, proprie esigenze espressive che dobbiamo saper ascoltare e fare esprimere».[1]

Detto ciò, il romanzo dà molta importanza alla bellezza, intesa non solo nella sua accezione estetica bensì anche di percezione soggettiva e psicologica. Tuttavia, è una bellezza fine a se stessa che si riversa in tutte le dimensioni della vita quotidiana, generando frustrazione in chi — anche in minima parte — se ne discosta. Penso che Venere in metròsia da leggere poiché, oltre a garantire momenti di ilarità, offre importanti spunti di riflessione sulla società postmoderna[2].
(A cura di Maila Daniela Tritto)

Titolo: Venere in metrò
Autore:
Giuseppe Culicchia
Editore:
Mondadori
Collana:
Scrittori italiani e stranieri
Data di pubblicazione:
18/09/2012
Prezzo: € 17,00
Pagine:
200 pp.
ISBN:
978-8804616184
Sinossi:
Gaia, 38 anni, porta la taglia 38, vive nel centro di Milano e in equilibrio perfetto sul suo tacco dodici si muove disinvolta tra sfilate e locali alla moda: del resto ha un marito che le garantisce una grande agiatezza, un amante il cui profilo su Facebook dice sempre "innamorato", una figlia che va alla scuola steineriana, due amiche di nome Ilaria e Solaria, un iPhone, un iPod, un iPad e una psicanalista che a ogni seduta pronuncia queste parole: "Sono trecento euro". Madre in carriera, può vantare l'invenzione dell'apericena, rito che ha ormai contagiato l'intera penisola, e la soddisfazione di non avere fatto mancare nulla alla figlia Elettra senza per questo trascurare il lavoro. Nessuna sbavatura, insomma. Eppure il passato bussa, implacabile, nel sonno. Un incubo ricorrente, che sembra voler riportare a galla qualcosa... Prima o poi Gaia dovrà decidersi a parlare di suo padre. E dei suoi tre anni di black-out. Anche perché a un tratto nel suo presente si è aperta una piccola crepa, destinata ad allargarsi come la tela di un ragno e a mandare in pezzi le sue sicurezze: il licenziamento dall'agenzia di comunicazione dove lavora, un'impasse sentimentale inattesa, la carta di credito bloccata, Elettra che lancia segnali di un disagio sempre più ineludibile...

[1] G.Fabris, Il nuovo consumatore: verso il postmoderno, Franco Angeli, Milano 2003, p. 179.[2] Per ulteriori approfondimenti sociologici, consultare i testi di Z. Bauman come Il disagio della postmodernità, Mondadori 2007.

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