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Vita e Morte del Noir: Chinatown e Il Grande Inganno

Creato il 02 luglio 2014 da Dietrolequinte @DlqMagazine

Lascia perdere, Jake, è Chinatown,

è un film di Polanski e quindi tu non hai possibilità di cavartela. Non avrai il lieto fine previsto inizialmente dallo sceneggiatore Robert Towne e che il regista polacco rivoltò la notte prima di girare la scena. E non ti consolerai nemmeno con l’allegra sconfitta di tanti noir hollywoodiani, dove basta una spazzolata all’abito stazzonato e via con un’altra malinconica indagine.

Lascia perdere, Jake, è Chinatown,

non una valvola di celluloide ove sfogare le tragedie personali di Polanski con un nerissimo finale bensì l’urbe marcia dell’umanità, il quartiere cinese all’interno della nostra anima alla mercé di forze esotiche silenziose, la porzione della nostra città ove ci sentiamo stranieri.

Lascia perdere, Jake, è Chinatown,

e tu avresti dovuto continuare a fare solo “il meno possibile” per non rimanere schiacciato dal verminaio losangelino. Puoi arrivare a scoperchiarli questi maledetti intrallazzi di ogni politica, a latere puoi anche denunciarli sui pochi giornali non collusi o smuovere i rari sbirri onesti ma non andrai mai oltre quell’indimenticabile dolly che rivela l’ineluttabilità color pece della buia Chinatown. Hai tentato e hai perso di nuovo, una sconfitta senza clamore perché ovvia come la risacca di un canale idrico deviato nella valle acquistata dai soliti noti piuttosto che usato per i campi riarsi di poveri allevatori.

Lascia perdere, Jake, è Chinatown,

è il capitalismo all’unico stato miserabile in cui esiste, una tirannia della ricchezza di assurda insondabilità, dove anche la tua indagine è una ruota necessaria al perpetuarsi dell’eterna frode. Così anche il film di Roman Polanski rientra nella teoria del gioco plutocratico: voluta dalla Paramount, si tratta dunque di un’opera su commissione con un ottimo rientro monetario. Il marxismo è solo uno scarto dalla norma, una critica tutt’al più, che serve a vendere meglio la merce.

Lascia perdere, Jake, è Chinatown,

dove anche l’incesto viene silenziato e un dramma di pubblica nefandezza viene ridotto ad erodere la privata personalità di una donna incolpevole. Noah Cross si salva dal (possibile a Chinatown?) diluvio di giustizia grazie alla sua arca di corruzione. La più mitica delle perdizioni, lo stupro della propria carne innocente da parte della carne infetta, non ottiene la punizione finale. Il tycoon sfugge la Morte e abbracciando il frutto proibito della sua laidezza sessuale ne conferma quella economica: chi ha tutto vuole di più.

Lascia perdere, Jake, è Chinatown,

e il sequel di un capolavoro così pessimista farebbe ridere come la “barzelletta del cinese”.

Lascia perdere, Jake, non è più Chinatown,

e cominciano i distributori italiani a rosicchiare le tarme del tuo nuovo edificio. Fanno, infatti, del tuo spento titolo originale The Two Jakes (assonanza con jokes/scherzo?) una traduzione da copia (cinese, ovviamente!) de Il grande sonno portandolo nelle sale col titolo Il grande inganno.

Lascia perdere, Jake, non è più Chinatown,

è Il grande inganno adesso, nel 1990, a raccontare ciò che è avvenuto undici anni dopo nella tua vita in seguito a quel doloroso finale. È Jack Nicholson stesso a posizionarsi dietro la macchina da presa, forse perché interpretarti non gli bastava più. Ad un irregolare come il grande attore americano piaceva infonderti la sua (finta) acquistata maturità e fare di te un perdente di successo piuttosto che un vero sconfitto della vita.

Lascia perdere, Jack, non è più Chinatown,

e tu ti muovi sulla scena col carisma di un pachiderma di talento: ti bastano le noccioline delle nomination agli Oscar, le carezze del pubblico, i bagni d’acqua della critica. Sei un attore anche quando dirigi perché fai recitare la macchina da presa con te, non le fai inquadrare gli eventi ma li fai accadere, succube come sei delle immagini significanti.

Lascia perdere, Jake, non è più Chinatown,

che infatti non compare mai se non come obbligatorio flashback, come uno sparo a salve della tua memoria perché il proiettile che ha ucciso Evelyn ha lasciato vivo te nonostante i tuoi farfugliamenti in prima persona sull’eredità del passato. Sei, invece, come un bambino spaventato ancora dallo scoppio piuttosto che quel sopravvissuto che dici di essere. Se il tuo periodo da poliziotto a Chinatown “non ti aveva insegnato niente”, ne Il grande inganno hai imparato fin troppo bene a gestire gli imprevisti sentimentali della detection.

Lascia perdere, Jake, non è più Chinatown,

ma Hollywood, ancora un sobborgo di Los Angeles, dove il deserto continua ad avanzare nella testa di autori schiavi della loro pochezza, il petrolio contamina le falde di ogni possibile idea nuova e il bene primario dell’acqua resta ad esclusivo appannaggio dei ricchi.

Davvero, Jake, lascia perdere.


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