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Voleva una vita spericolata (1). Leonard Cheshire e la sua opera.

Da Paolotritto @paolo_tritto

[Photo courtesy of Leonard Cheshire Disability Archive]

Una sera d’estate del 1945 Leonard Cheshire era al pub in compagnia dei suoi amici. La guerra che si combatteva nel mondo lo riguardava direttamente. Era capitano della RAF, l’aviazione militare inglese, e una missione segretissima lo attendeva. Pochi giorni dopo sarebbe dovuto partire per gli Stati Uniti, dove per quella missione avrebbe ricevuto istruzioni direttamente dal comando militare americano. Forse la consapevolezza di essere chiamato a un compito di grande responsabilità gli aveva messo addosso una tensione particolare. Ed era stata probabilmente questa inquietudine ad averlo spinto ad alzare un po’ il gomito quella sera al pub. Succede spesso che quando qualcuno è brillo si abbandona a discorsi insoliti e i pensieri intraprendono percorsi impervi. La conversazione che in quella serata estiva tenne banco tra quegli alticci giovanotti inglesi riguardava nientemeno l’esistenza di Dio. Anche il capitano Cheshire espresse il suo punto di vista sull’argomento, ma soltanto per dire che quella discussione gli sembrava del tutto fuori luogo. Non sappiamo con precisione cosa quegli amici si dissero allora, ma a un tratto una ragazza – anche lei ubriaca – protestò: «Stai dicendo un sacco di sciocchezze, Leonard; Dio è una persona!»

Le conversazioni tra ubriachi – si sa – non vanno mai prese troppo sul serio. Ma non era dello stesso parere, evidentemente, Leonard Cheshire; il quale volle capirci qualcosa di più di quella espressione “Dio è una persona”. Ad Alenka Lawrence, che lo intervistava per il suo libro C’è Dio in tutto questo?, disse: «Di colpo, non so spiegare come, sentii che era vero». Leonard rimase sorpreso: «non avrei mai immaginato di trovare la religione in un posto così. Ci stavamo sbronzando, e quella ragazza beveva più di noi. Da lei non mi aspettavo un’osservazione del genere: era una della compagnia, una delle tante persone che avevo incontrato in quei giorni». Il tempo per approfondimenti teologici però non c’era: dopo due giorni doveva partire per Washington; la guerra non poteva attendere e, inoltre, la storia era giunta a una terribile svolta. Qualcuno, comunque, gli diede un libro: Le lettere di Berlicche di Clive S. Lewis. Chi glielo offrì pensava, evidentemente, che in quel libro avrebbe potuto trovare almeno qualche risposta riguardo a questa “persona”, Dio, che lo aveva così incuriosito. Per l’esattezza il testo in questione parla di tutt’altra “persona”: Berlicche, uno scafato diavolaccio, tutto intento a smaliziare il suo nipotino apprendista-diavolo. Ma è anche vero che pochi conoscono il Padreterno meglio del Maligno e che forse mai è così evidente la presenza divina come quando si voglia negarla. Comunque, nulla nella vita del capitano Cheshire lasciava presagire che si sarebbe trovato alle prese con un argomento del genere. Dio, per lui, non esisteva affatto e sulla sua formazione non aveva avuto alcuna influenza quell’inutile argomento di discussione che era, per lui, la religione.

Qualcuno ricordava che quando era un ragazzo il maggior divertimento di Leonard Cheshire era mettersi ai margini di una strada e attendere che un’automobile sopraggiungesse a grande velocità. Il “divertimento” consisteva nell’attraversare la strada un attimo prima del momento fatale, quando sarebbe finito irrimediabilmente sotto le ruote. Quando si dice l’imprudenza! Si racconta anche che durante gli anni universitari trascorsi al Merton College di Oxford, comprò, clandestinamente e senza avere i soldi per pagarla, un’Alfa Romeo 1750 sovralimentata: voleva stabilire il record di velocità sul percorso Londra-Oxford. Qualcun altro sosteneva invece che in tutto ciò c’è poco di vero, che si tratta perlopiù di leggende circolate negli ambienti del college. Resta il fatto che di questo ragazzo che voleva una vita “spericolata” si occuparono anche le cronache dei giornali. Fermato dalla polizia a bordo di una scassata Austin Seven al termine di una corsa a tutto gas, fu denunciato. Per l’infrazione, dovette comparire davanti al tribunale. Qui diede a intendere di cadere dalle nuvole, contestando la contravvenzione con l’argomento che quella macchina non aveva le caratteristiche tecniche sufficienti a superare i limiti di velocità. Il magistrato non la bevve: Cheshire si beccò una bella multa, un’annotazione sulla patente, la sospensione per un mese e una penale supplementare perché la sua automobile non era assicurata. “Studente sbalordito” ironizzarono i giornalisti nel riportare la notizia.

Se si considerano le sue doti di intelligenza, negli studi avrebbe potuto rendere di più; ma l’ambizione – come confessò egli stesso – di «far danaro a palate, divertirsi molto, lavorare pochissimo» ne pregiudicarono il profitto complessivo. Dovette accontentarsi di una laurea con menzione di seconda classe. Era quello che si dice “uno studente senza giudizio”. E questo – a quei tempi – non deponeva bene presso i raffinati ambienti universitari di Oxford. Al momento di arruolarsi per il servizio militare, presentò la domanda per entrare in aeronautica: correva il rischio di finire in cavalleria e, soltanto al pensiero, inorridiva. «Bisognava rincorrere il cavallo» spiegò, «balzargli sopra e scenderne con un salto mortale all’indietro, il tutto sotto gli occhi di un sergente che non smetteva mai di gridare. Avevo per giunta una certa paura dei cavalli». Scelse quella che gli sembrava «la cosa più sedentaria che io potessi trovare: un aeroplano». Per far accettare la sua domanda cominciò ad “infastidire” – l’espressione è sua – un istruttore della RAF finché questi, in un momento d’ira, lo prese e lo portò in volo con sé. L’intenzione dell’uomo era di fargli prendere un bello spavento e toglierselo così definitivamente di torno. L’espediente non funzionò: il giovane Leonard trovò anzi l’avventura particolarmente congeniale; sembrava “come un’anatra nell’acqua”, commentò rassegnato l’istruttore. Era il mese di febbraio dell’anno 1937. Poco dopo, le porte dell’aeronautica si schiusero davanti a lui, anche perché la Gran Bretagna era scesa in guerra e un tipo così spericolato era proprio quello di cui la nazione aveva bisogno, in quel momento, per affrontare il terribile nemico nazista.

Geoffrey Leonard Cheshire era nato il giorno 7 settembre 1917 a Chester, in Inghilterra. Quando nacque, era in pieno svolgimento la Prima guerra mondiale e il papà era stato arruolato nel Royal Flying Corp. Il signor Geoffrey Chevalier – questo era il nome del padre – aveva il compito poco invidiabile di salire a bordo delle mongolfiere per l’osservazione delle linee nemiche. In un campo di battaglia – lo capisce bene chiunque – nulla è più vulnerabile di un aerostato. Si può immaginare dunque lo stato d’animo di chi, consapevole di essere un fin troppo facile bersaglio, doveva starsene sospeso in aria mentre, per cielo e per terra, infuriavano i combattimenti. Una volta, durante un’ascensione, si accorse che un aereo nemico abbatteva uno dopo l’altro tutti i palloni aerostatici della sua formazione. Quando giunse il suo turno, notò con un certo sollievo che l’aereo nemico veniva colpito dal fuoco della contraerea proprio un attimo prima che facesse partire il colpo fatale. Gli diedero un periodo di licenza per riprendersi dallo shock. Ma giunto a casa, alla letizia per lo scampato pericolo, si aggiunse una gioia ancora più grande: sua moglie Primrose aveva dato alla luce Leonard, il loro primo bambino.

Crescendo, Leonard dovette riascoltare più volte dalla voce del padre il racconto delle sue rocambolesche avventure a bordo delle mongolfiere del Royal Flying Corp. In particolare, del provvidenziale abbattimento di quell’aereo nemico e della sua conseguente salvezza. Questi racconti ebbero probabilmente una certa influenza nella formazione di Leonard pilota bombardiere. Papà Geoffrey era un uomo di grande preparazione culturale. Studioso di diritto, fece carriera come professore all’Università di Oxford. Pubblicò alcuni testi giuridici, tra i quali The Modern Law of Real Property e Private International Law, testi che hanno goduto di alta considerazione in ambito accademico. Essendo inglese, era attentissimo a non trascurare la pratica di alcuni hobby che alternava a ore di intenso lavoro: il golf, il tennis e il giardinaggio – una passione, quest’ultima, che vedeva impegnato sia lui sia la moglie nonostante disponessero di un valido giardiniere al loro servizio. Mamma Primrose era una donna che sapeva conciliare perfettamente uno stile di vita moderno con la più solida tradizione inglese. Per questo, si distingueva per la parsimonia con cui amministrava la casa, una tendenza che qualcuno ha giudicato addirittura “compulsiva”. Nonostante il marito guadagnasse abbastanza bene, Primrose batteva a macchina personalmente i manoscritti di Geoffrey, rilegava i suoi libri, coltivava l’orto, lavorava a maglia e, in genere, a tutto ciò che le evitasse di mettere mano al portafoglio. Si riusciva così a mettere da parte un bel po’ di risparmi che consentivano di potersi concedere periodi di vacanze all’estero. E questo è certamente un altro aspetto che ha avuto grande influenza nella formazione del giramondo Leonard. I risparmi familiari furono però impegnati principalmente per la costruzione della casa, una residenza signorile dove si può dire che non mancasse niente; nemmeno, ovviamente, il campo di tennis e un ampio giardino. È inutile precisare che anche questa operazione fu condotta con il fermo proposito di evitare le spese superflue e di procedere alla realizzazione delle opere edilizie in assoluta economia: per il progetto fu dato incarico a un architetto amico e si evitò di affidare i lavori a un’impresa appaltatrice. Anche al giovane Leonard fu chiesto di collaborare nel non facile compito di sistemare le tegole. I Cheshire provvidero direttamente all’acquisto dei mattoni, del legname e a trovare muratori e artigiani.

La casa era così accogliente che tutti i parenti cominciarono a frequentarla piuttosto spesso e a considerarla, di fatto, la loro residenza principale. Soprattutto i componenti della famiglia d’origine della signora Primrose, abituati a una vita da girovaghi al servizio dell’esercito, trovarono finalmente una loro base fissa. Anche la nonna paterna, che puntualmente declinava con fermezza l’invito a passare le vacanze del santo Natale a casa del figlio Geoffrey, il giorno della Vigilia immancabilmente faceva sapere che i suoi piani, imprevedibilmente, erano cambiati e che avrebbe potuto venire incontro alla richiesta della famiglia Cheshire di trascorrere le feste da loro. Nelle fredde giornate prenatalizie, toccava a Leonard il compito di andare alla stazione di Oxford dove, battendo i denti per il gelo, aspettava sospirando l’arrivo della nonna.

Grazie a una borsa di studio, Leonard fu ammesso alla Stowe School presso Buckingham, una scuola pubblica che allora aveva appena qualche anno di storia, ma che già si era fatta un nome sotto la guida dell’headmaster J.F. Roxburgh. Educatore di larghe vedute e di grande carisma, Roxburgh sapeva come ottenere il meglio dai propri allievi: li sollecitava a prendere seriamente la letteratura, la scienza e a esprimere il proprio giudizio su argomenti di grande attualità. Mai impediva con la censura l’espressione dei vari punti di vista, nemmeno quando nel dibattito studentesco si affrontavano temi molto delicati, come ad esempio quelli delle ideologie totalitarie che proprio in quegli anni andavano affermandosi in Europa. Questa fu indubbiamente una scelta coraggiosa, per il rischio che i ragazzi, ancora troppo vulnerabili, potessero rimanere in qualche maniera influenzati da queste pericolose idee. Ma, in fin dei conti, si rivelò una scelta felicissima: i ragazzi che sono usciti da Stowe hanno dimostrato di avere uno spiccato attaccamento all’idea di libertà. Dalla scuola diretta da Roxburgh sono uscite generazioni di inglesi illustri: uomini d’affari, politici, accademici, sportivi. A Stowe c’era anche un ragazzo, Christopher Robin Milne il quale, oltre a essere un vero bambino in carne e ossa, era anche un personaggio letterario, di cui si narrava nei racconti scritti da suo padre e che sarebbero stati tra i più amati della letteratura infantile: i racconti di Winnie the Pooh. Christopher Robin diventerà per questo il beniamino di tanti bambini; non fu trattato però – bisogna dirlo – con altrettanta benevolenza dai suoi compagni di studi alla Stowe School, dove ricordava di essere insultato continuamente. Tra questi compagni impertinenti vi era anche il vivace Leonard? Non lo sappiamo.

A partire dal 1931, Cheshire trascorse a Stowe cinque anni. Nelle attività scolastiche e in quelle sportive dava risultati buoni, ma non del tutto brillanti. Soltanto con qualcuno dei compagni di scuola strinse un’amicizia solida; nonostante tutto, appariva piuttosto riservato. Durante le cerimonie religiose presso la scuola, aveva l’incarico di leggere i testi sacri; ma era evidente la sua insofferenza per queste cose clericali, che gli sembravano tutt’altra cosa rispetto alla stimolante realtà della vita.

(Prima parte. Continua)

Per saperne di più

Leonard Cheshire è autore di numerosi libri. Oltre questi, sono da segnalare:

Richard Morris, Cheshire: The Biography of Leonard Cheshire, VC, OM. Penguin Books Ltd, 2001. (In lingua inglese)

Alenka Lawrence, Leonard Cheshire. C’è Dio in tutto questo? Edizioni San Paolo, 1994. (In lingua italiana)


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