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Washington coglie la palla al balzo

Creato il 29 marzo 2014 da Eurasia @eurasiarivista
:::: Federico Capnist :::: 29 marzo, 2014 :::: Email This Post   Print This Post WASHINGTON COGLIE LA PALLA AL BALZO

Puntuale, ora che la questione ucraina pare non possa risolversi in tempi brevi e con gli Stati Uniti che si agitano per imporre alla disubbidiente Russia sanzioni più dure possibili, si riaffaccia il problema dell’approvvigionamento energetico e delle implicazioni politiche e commerciali che ne conseguono. Se la decisione di sospendere Mosca dal G8 – per quanto sbandierata come dura rappresaglia e segnale di unità da parte dei paesi più importanti al mondo – non è certo stato un grande schiaffo alla Russia, altro discorso meritano le sanzioni che potrebbero colpirla a livello economico e soprattutto a livello energetico, qualora anche alcuni Paesi europei optassero per la sciagurata opzione, già proposta da Washington, di porre una sorta di embargo nei confronti del Cremlino per dare un taglio alla dipendenza energetica da Mosca e soprattutto all’interdipendenza politico-economica fra la Russia e l’Unione Europea, avvantaggiando così, ça va sans dire, gli Stati Uniti.
A monte di tutto vi è il grande fastidio destato in America nel vedere come i rapporti cordiali instauratisi in seguito al crollo dell’URSS fra Russia ed Europa, siano sfociati col passare degli anni in proficui legami politico-economici che hanno reso imprescindibile l’interscambio fra di esse. Germania e Italia la fanno da padrone, ma tutti gli europei sono interessati alla Russia, perché è un mercato enorme e in crescita; smanioso, sotto il governo di Putin, di seguire le orme di Pietro il Grande quando nel ‘700 importò il fior fiore dell’Occidente per ammodernare il Paese in ogni campo. Tutto questo non è gradito a Washington, che sembra voglia prendere la palla al balzo della crisi ucraina per screditare Mosca e guastare i rapporti affaristici Russia-UE, dando vita al TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Un’idea recente ma di antica memoria (figlia della Trilateral Commission e del Bilderberg) che realizzerebbe il coronamento delle ambizioni americane, legando definitivamente a sé l’Europa e dando vita ad un mercato aperto che diventerebbe senza dubbio il più importante del mondo, ma che priverebbe gli Stati nazionali di controlli efficaci sulla legittimità di accordi economici e della prerogativa nelle controversie giudiziarie, per affidarsi ad anonimi e non eletti organi di sorveglianza. Se l’Unione Europea ci infastidiva per l’illegittimità di alcune sue intromissioni, qui cascheremmo dalla padella alla brace.
Nella speranza che simili piani rimangano nel cassetto, è principalmente in campo energetico che devono sorgere i primi dubbi per gli europei sulle proposte di sanzioni contro la Russia, dovendo considerare diversi elementi. 1) Ancora qualche mese fa, fu l’ad di ENI Paolo Scaroni a rilasciare un’intervista – il cui tratto saliente era “o abbracciamo lo shale gas, o abbracciamo la Russia” – che fece il giro del mondo e che esemplificò perfettamente la realtà europea: a fronte degli spaventosi costi energetici che l’Europa è costretta a pagare rispetto agli Stati Uniti, urge trovare il più in fretta possibile un rimedio per riallineare i prezzi al fine di dare competitività alle imprese del Vecchio Continente e per frenare la fuga di grandi realtà industriali oltreoceano in virtù della differenza di prezzi. Il gas oggi infatti costa in Europa il triplo rispetto agli Stati Uniti e l’energia elettrica il doppio, ben si capisce allora quale possa essere il risultato, sul lungo andare, di una tendenza simile. L’America si è già detta pronta, forte dell’essersi recentemente scoperta piena di shale gas, a vendercelo lei; dimenticando però che ad oggi non esistono infrastrutture atte al trasporto di questo elemento attraverso l’Atlantico e che soprattutto, anche esistessero, comporterebbero un aumento del prezzo in maniera esponenziale, annullando ogni beneficio dato dal minor costo all’origine e provocando solo enormi flussi di denari nelle casse statunitensi. 2) Ironia della sorte vuole che ad essere maggiormente dipendenti dalle importazioni di combustibili russi (dal 69% sul totale importato dall’Estonia al 92% della Lituania, passando per il 91% della Polonia) siano proprio i Paesi più virulenti nel dar contro a Mosca e che spingono per un’azione più incisiva della Nato, fingendo evidentemente di non ricordare come per essi – ancor più che per i paesi dell’Europa occidentale che (quasi) potrebbero fare a meno delle forniture di Gazprom, date le diversificazioni esistenti – sarebbe impossibile al momento approvvigionarsi altrimenti. 3) Lo shale gas di cui tanto si parla è una strada al momento (e per anni a venire) impraticabile in Europa, per diversi motivi: si tratta di un sistema costoso e che implica un grande consumo d’acqua; la legislazione vigente in Europa non invoglia i privati a permettere lo sfruttamento del terreno poiché non ne ricaverebbe nulla – a differenza di quanto accade in America – salvo l’inquinamento paesaggistico e ambientale derivante dalle perforazioni; emblematico il caso dell’Inghilterra dove le proteste hanno spinto il governo a fare marcia indietro. Quei paesi che c’hanno provato, Polonia e Ucraina ad esempio, sono ben lontani dal produrre volumi sufficienti a coprire il loro fabbisogno, figuriamoci quello di altri paesi.
Dove però la partita si fa ancor più inquietante, è sotto il profilo politico. Oltre al discorso relativo allo spettro del TTIP , vi sono anche in questo caso delle considerazioni da fare. 1) In primis, appellandoci al buon senso, ci rendiamo conto che porre sanzioni a paesi strategicamente fondamentali per l’economia e l’assetto geopolitico dell’Europa è una scelta che, casomai, dev’essere presa da chi in quell’area ci vive e non da chi sta dall’altra parte del mondo e che esprime giudizi affrettati e funzionali esclusivamente ai suoi interessi? E a livello italiano, capiamo che all’indomani degli schiaffi ricevuti dalle sanzioni all’Iran e dalla guerra in Libia, così facendo dovremmo abbandonare – per un capriccio – il nostro storico e maggior fornitore, e con esso i proficui affari in ballo, subendo un’altra umiliazione? 2) C’è una sinistra simultaneità d’eventi anche nel caso della presa del potere da parte di Renzi, uomo tenuto in palmo di mano da parte di Washington e noto agli ambienti liberal americani da ben prima che diventasse il fenomeno mediatico che è oggi. L’arrivo dell’ex sindaco di Firenze e l’imminente cambio dei vertici di numerosi enti statali, hanno riproposto la questione ENI e quindi la nomina di Scaroni ad un quarto mandato. La prima azienda italiana, che sotto la guida del top manager vicentino ha raggiunto risultati straordinari, non è una novità che risulti antipatica ai grandi gruppi petroliferi occidentali. I quali già in occasione dell’ultima elezione del presidente del CdA, erano riusciti a convogliare la scelta su Recchi, persona gradita oltreoceano e non pervasa da quel fastidioso “spirito libero” che ha caratterizzato la gestione Scaroni – abile nel continuare a tessere importanti accordi energetici con paesi talvolta sgraditi, con buona pace del servilismo della nostra politica estera e seguendo la migliore tradizione italiana, di Matteiana memoria. Il rischio è che quindi Renzi – dopo aver ventilato la possibilità di annullare il piano statale di vendita e riacquisto (buy-back) di quote ENI che avrebbe portato la Cassa Depositi e Prestiti (controllata dal Tesoro) a controllarne circa il 35%, volendo portare invece lo Stato sotto la delicata soglia del 30% tramite una normale privatizzazione – possa ora spingere per un allontanamento di Scaroni a vantaggio di una persona più conciliante rispetto ai voleri atlantici. Dovendo sperare, in questo caso, che i buoni uffici di Berlusconi – colui che aveva fortemente voluto il top manager a capo dell’ENI e che con Renzi ha stipulato un accordo politico – sortiscano i loro effetti e non ci portino a sciupare un patrimonio nazionale come è il nostro ente energetico. 3) L’interscambio commerciale Italia-Russia ha superato nel 2013 i cinquanta miliardi di euro, con un valore del nostro export che si attesta intorno ai quindici miliardi. Tutte le maggiori imprese italiane esportano nel paese eurasiatico; nel novembre 2013 era stato addirittura stilato un preliminare d’accordo che avrebbe portato, nel corso del 2014, ad abbattere gran parte degli ostacoli attualmente esistenti nei rapporti commerciali fra Roma e Mosca. Si tratta di un’operazione che è un gioiello, un capolavoro della nostra diplomazia e della nostra capacità imprenditoriale. Ci rendiamo conto a che cosa rinunceremmo qualora, Dio non voglia, dovessimo allinearci ai dettami degli Stati Uniti?
Non dovrebbe neanche esserci bisogno, a rigor di logica, di dire perché l’idea di penalizzare un paese come la Russia a causa della questione della Crimea sia un’idea ingiusta e folle; i motivi si sprecherebbero e per fortuna pare che in molti se ne stiano accorgendo. Serve invece dire come, all’interno della conclamata importanza economica e politica della Russia per il futuro dell’Unione Europea, la sfida principale – ovvero quella sui prezzi dell’energia – passi, come Scaroni sostiene fra le righe, attraverso un ulteriore legame con Mosca che ci permetta di ridurre nel tempo il differenziale di costi, come del resto sembrano prospettare gli scenari sul breve termine. Nella speranza che l’Europa, o almeno l’Italia, aprano gli occhi e riflettano sull’opportunità di imbarcarsi nuovamente in nefaste avventure propinateci dal nostro grande “protettore” d’oltreoceano. Con l’Italia, particolarmente, che dovrebbe ricordarsi di ciò che è stata sotto molti aspetti per l’intero dopoguerra: un paese “con la moglie americana e l’amante araba”, a testimonianza della nostra abilità, nonostante tutto, a gestire molteplici alleanze a seconda degli interessi strategici; talvolta anche a dispetto del volere dei nostri più stretti “alleati”. Visto che per il momento un divorzio dalla moglie appare purtroppo remoto, cerchiamo almeno di non giocarci l’amante. Russa, questa volta.

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Tagged as: crimea, Eurasia, obama, Putin, Ucraina

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