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#ZagrebRomanzo Partecipa al Progetto Animal Spirits – #StayAnimalSpirit

Da Arturo Robertazzi - @artnite @ArtNite
#ZagrebRomanzo Partecipa al Progetto Animal Spirits – #StayAnimalSpirit

In collaborazione con PERYPEZYE URBANE, Scrittore Computazionale e Zagreb partecipano ad Animal Spirits, “un progetto di contaminazione tra design, cultura, trendhunting, ritualità e arte capace di generare un’esperienza alchemica, notturna e immaginifica per il visitatore. Una collezione di miti, immaginari ed esclusivi prodotti dal sapore rivoluzionario”.

Come mi ha spiegato via email Virginia Fiume (che fa parte di Perypezye Urbane), lo spettatore della performance entra in una stanza dove viene sottoposto a delle sollecitazioni e a delle domande per scandagliare il suo animal spirit: Mali Weil, ideatori della performance, definiscono questo spirito come un attitudine all’azione, alla strategia, all’uso delle proprie risorse interiori per cambiare la realtà.

Mi è stato chiesto di proporre un passo di Zagreb, il mio romanzo d’esordio, che verrà usato durante la performance. In questo periodo stiamo preparando la prima presentazione della versione tedesca di Zagreb, che si terrà alla Libreria Mondolibro il 19 novembre alle 19 a Berlino. Credo che la “scena dell’autobus”, uno dei passi che leggeremo, sia particolarmente adatto ad Animal Spirits:

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ZAGREB – Scena dell’autobus – Italiano
Verso le tre del pomeriggio, scortati da plotoni di soldati ordinari, arrivarono tre autobus carichi di prigionieri. I miseri vascelli furono ordinati di fronte alla Base, dove noi aspettavamo, schierati con fucili e mazze tra le mani. La nostra disposizione era semplice quanto efficace: due file armate formavano un imbuto che avrebbe condotto la Folla all’interno della Base. L’intero percorso fino alla mensa era puntellato dai nostri: nessuna possibilità di fuga.
Da una parte scrutavo i loro sguardi impauriti attraverso i finestrini degli autobus, dall’altra ammiravo i miei compagni, pronti ad accogliere quella Folla informe. Quando le porte del primo autobus si aprirono, il cuore cominciò ad accelerare, i muscoli a contrarsi, l’eccitazione a salire. Alla comparsa del primo prigioniero, come ingranaggi di una macchina perfetta, cominciammo a cantare all’unisono: «La Nazione è Grande… La Nazione è Grande».
Loro marciavano e noi cantavamo.
«La Nazione è Grande.»
Intimoriti abbassavano lo sguardo.
«La Nazione è Grande.»
Terrorizzati procedevano.
«La Nazione è Grande.»
Ma fu quando i primi prigionieri raggiunsero l’ingresso della Base che cominciò il vero divertimento.
La Guardia, un ragazzone di circa trent’anni, era il primo della fila, proprio davanti alle porte dell’autobus. Era in quella posizione perché faceva davvero spavento: l’intera parte destra del volto era ridotta a un colabrodo, il naso collassava verso l’interno così che il suo sorriso finiva per assomigliare a quello di un teschio.
«Carne fresca!» annunciò tra un inno e l’altro, inaugurando l’inizio dei giochi: calò la sua arma sulla testa del prigioniero che aveva davanti e lo uccise sul colpo.
«La Nazione è Grande» cantò.
«La Nazione è Grande» cantammo.
Era solo l’inizio: un’altra mazza crollò sulle spalle di una donna, e un’altra e un’altra ancora.
«La Nazione è Grande» strillai esaltato dal nostro potere. Rigirai il fucile tra le mani, lo afferrai dalla canna, lo sollevai in aria, presi fiato e con tutte le mie forze rilasciai l’arma, che cadde pesante sulla schiena di un ragazzino.
«La Nazione è Grande» cantai ancora.
«La Nazione è Grande» cantammo ancora.
Alcuni dei prigionieri non riuscivano a rialzarsi e venivano calpestati dalla Folla che, spinta dalle nostre armi, e spaventata dal nostro inno, correva sempre più veloce verso l’ingresso della Base. Poveri stupidi: come topi in cerca di riparo si ficcavano nella trappola che li avrebbe presto ammazzati.
«La Nazione è Grande.»
Alzai gli occhi verso il cielo limpido che sovrastava il tetto semidistrutto della Base e scorsi l’ombra del Comandante che si compiaceva del lavoro svolto. Ne fui contento.
«La Nazione è Grande» cantammo finché tutti e tre gli autobus non si furono svuotati.

Zagreb – Scena dell’autobus – Italiano

ZAGREB – Bus-Szene – Deutsch
Gegen drei Uhr nachmittags kamen, bewacht von reichlich Soldaten, drei mit Gefangenen vollgestopfte Busse. Die klapprigen Gefährte wurden vor die Basis beordert, wo wir warteten, Gewehre und Knüppel in den Händen. Unsere Aufstellung war so einfach wie effizient: Zwei Reihen Bewaffneter bildeten einen Tunnel, der die Herde ins Innere der Basis lenken würde. Der ganze Weg bis in die Kantine war von unseren Leuten gesichert, es gab keine Fluchtmöglichkeiten.
Auf der einen Seite, hinter den Fensterscheiben der Busse, beobachtete ich ihre verängstigten Blicke, auf der anderen Seite bewunderte ich meine Kameraden, bereit, diese unförmige Herde entgegenzunehmen. Als sich die Türen des ersten Busses öffneten, schlug mein Herz schneller, meine Muskeln spannten sich, Erregung stieg in mir auf. Sobald der erste Gefangene herauskam, begannen wir, wie das Getriebe einer perfekt geölten Maschine, gleichzeitig mit gewaltiger Stimme zu singen: „Die Nation ist groß … die Nation ist groß.“
Sie marschierten, wir sangen.
„Die Nation ist groß.“
Eingeschüchtert senkten sie den Blick.
„Die Nation ist groß.“
Zu Tode erschrocken liefen sie weiter.
„Die Nation ist groß.“
Aber erst, als die ersten Gefangenen die Basis erreichten, begann das echte Vergnügen. Der Wachposten, ein großer Kerl von etwa dreißig Jahren, war der Erste in der Reihe, er stand genau vor den Türen des Busses. Er wurde dort positioniert,weil er wirklich angsteinflößend aussah. Seine rechte Gesichtshälfte war so durchlöchert wie ein Sieb, die Nase brach nach innen weg, sodass sein Lächeln wie das eines Totenschädels aussah.
„Frischfleisch!“, brüllte er, zwischen einer Hymne und der nächsten. Das war das Signal, die Spiele waren eröffnet: Seine Waffe sauste auf den Kopf des erstbesten Gefangenen nieder. Er war auf der Stelle tot.
„Die Nation ist groß“, sang er.
„Die Nation ist groß“, sangen wir.
Das war erst der Anfang: Ein Knüppelschlag donnerte auf die Schultern einer Frau und noch einer und noch einer.
„Die Nation ist groß“, grölte ich, berauscht von unserer Macht. Ich drehte mein Gewehr um und packte es am Lauf, riss es in die Höhe, holte tief Luft und schlug mit aller Kraft zu. Die Waffe knallte mit voller Wucht auf den Rücken eines Jungen.
„Die Nation ist groß“, sang ich.
„Die Nation ist groß“, sangen wir.
Einige Gefangene kamen nicht wieder auf die Beine und wurden von der Herde zertrampelt, die, angetrieben von unseren Waffen und aufgescheucht von unserem Gesang, immer schneller auf den Eingang der Basis zurannte. Arme Idioten: Auf der Suche nach Zuflucht drängten sie wie Mäuse in eine Falle, die sie schon bald töten würde.
„Die Nation ist groß.“
Ich hob den Blick zum klaren Himmel, der das halbzerstörte Dach der Basis überspannte, und bemerkte den Schatten des Kommandanten. Er war zufrieden mit unserer Arbeit. Das machte mich froh.
„Die Nation ist groß“, sangen wir, bis alle drei Busse leer waren.

Zagreb – Bus-Szene – Deutsch



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