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di “sindrome da centro sociale”, mostri e delicatezza.

Creato il 31 ottobre 2014 da Philomela997 @Philomela997

I Monologhi di Sana – Rubrica

(…)”Non c’e’ niente di perfetto”, sospiro’ la volpe. Ma la volpe ritorno’ alla sua idea:
“La mia vita e’ monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio percio’. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sara’ illuminata. Conoscero’ un rumore di passi che sara’ diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi fara’ uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiu’ in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me e’ inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo e’ triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sara’ meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che e’ dorato, mi fara’ pensare a te. E amero’ il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardo’ a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, disse il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, pero’. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
“Non ci conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno piu’ tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose gia’ fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno piu’ amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che cosa bisogna fare?” domando’ il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, cosi’, nell’erba. Io ti guardero’ con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ piu’ vicino…”
Il piccolo principe ritorno’ l’indomani.(….)
Il piccolo principe se ne ando’ a rivedere le rose.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente”, disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora e’ per me unica al mondo”.
E le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si puo’ morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, e’ piu’ importante di tutte voi, perche’ e’ lei che ho innaffiata. Perche’ e’ lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perche’ e’ lei che ho riparata col paravento. Perche’ su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perche’ e’ lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perche’ e’ la mia rosa”.
E ritorno’ dalla volpe.
“Addio”, disse.
“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale e’ invisibile agli occhi”.
“L’essenziale e’ invisibile agli occhi”, ripete’ il piccolo principe, per ricordarselo.
“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa cosi’ importante”.
“E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurro’ il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verita’. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”
“Io sono responsabile della mia rosa…” ripete’ il piccolo principe per ricordarselo.(…)

(Le Petit Prince – Antoine de Saint-Exupéry)

È successo di nuovo.
È successo che ci siamo ritrovati a fissarci chiedendoci l’un l’altra se non fossimo dei mostri.
Perchè?
Perchè è successa questa cosa?
Solite storie, storie che conosco fin troppo bene.
Le mie hanno sempre a che fare con quelli che io chiamo i divoratori d’anima, quegli uomini (o donne, eh) che vogliono tutto di me, tutto subito, tutto immediato.
Quelli che sembrano scavarti dentro, come se avessero un’urgenza, un qualcosa di cui non sono mai sazi.
Non riesco nemmeno a spiegarlo bene a parole, però la sensazione è veramente sgradevole, come di qualcuno che si ingozza, o di un tossico con l’astinenza, na roba laida, comunque…e mi da veramente un senso di nausea, di schifo, un qualcosa da cui desidero allontanarmi.
E io allora alzo le difese, rizzo il pelo e ringhio come un lupo.
È un niente affatto gentile: “cazzo, stammi lontano!”.
Io sono una bestia cauta e diffidente, che non si addomestica facile, ho bisogno dei miei tempi, dei miei modi, delle mie libertà.
E sono sinceramete stanca della totale mancanza di delicatezza di questo mondo, mi fa proprio schifo.
Ovviamente, la gelosia va a braccetto con questa orrida manifestazione.
Chi è l’uomo misterioso che sa tutto di me? Quello con cui parlo di ogni cosa…
deve essere un mostro, come me.
Certo che lo è, ma soprattutto, deve sparire dalla mia esistenza.
Ma la cosa veramente ridicola, avvilente e che mi fa salire una rabbia disumana è che questi geni moralizzatori non si fermano mai a chiedersi PERCHE’ quella persona è così importante per me, cosa abbia fatto di così speciale, per diventare quello che è.
E allora io ve lo dico.
È uno che quando m’ha conosciuta, davanti alle mie frasi intervallate da quarti d’ora di silenzio, davanti al mio sguardo sfuggente, ai miei ringhi, al mio “è na storia lunga e complicata” m’ha sorriso dicendo: “tranquilla, prenditi il tuo tempo, abbiamo tutto il tempo del mondo”.
Ha avuto la pazienza d’aspettare, di non affrettare gli eventi, cosa che richiede un enorme rispetto delle altre persone e una buona dose d’intrinseca delicatezza, e per la prima volta io ho potuto tirare il fiato e pensare: “ooohh, finalmente, uno che non vuole divorarmi l’anima!”
In un mondo di divoratori d’anima è stato l’unico a riconoscermi il ruolo di persona e non di suppellettile.
Non dovevo incarnare il ruolo prefatto di pupazza, quello che i senzapalle si ostinano a voler gettare sul piatto per sentirsi degli dei, incazzandosi perchè io mi ostino a non quadrarci.
Io non sono una cazzo di suppellettile, sono una persona, e per lui lo sono sempre stata.
Non c’era nessun ruolo da interpretare, c’era solo la persona che sono, da capire, da conoscere, con i miei difetti, le mie timidezze, le mie gioie e le mie insensattezze.
E io non ho bisogno di essere salvata, ho imparato a salvarmi da sola secoli fa.
Perchè un’altra roba veramente urticante è questa fissazione: sono alta 1,60, sì, sono piccola, sì, ma non tentate di affibbiarmi il ruolo della rincoprincipessina in difficoltà, perchè se c’è un ruolo che mi compete in questa favola, è quello del lupo.
Perchè sentite tutto ‘sto bisogno di costruire dipendenze e sottomissioni?
Cosa volete dimostrare, di preciso?
A voi stessi, che valete qualcosa, ecco cosa.
E se non ci riuscite, allora è colpa mia, colpa mia che sono un mostro.
Troppo facile.
E qui arriviamo alla solita, immancabile frase: “tu e il tuo piccolo mondo di nerd e centri sociali”, detta con una venefica velatura di disprezzo.
Sì, io e il mio piccolo mondo di nerd e centri sociali.
Me lo rivendico, mi accollo tutto.
E non ci rinuncio, né ora né mai.
Non arriverà quel giorno in cui indosserò una parannanza e non uscirò di casa senza il mio uomo, in cui non avrò altri amici e cose solo mie.
Scordatevelo. Nemmeno in un’altra vita.
E, purtroppo, sono vittima di quella che con mia sorella chiamiamo la “sindrome da centro sociale”, quella, cioè, in cui sei talmente abituata a frequentare certi ambienti in cui il tuo essere una portatrice sana di utero non va a braccetto con l’essere un pezzo di carne da sbranare, che ti scordi che nel resto del mondo le cose non vanno così.
Ti scordi che un “no” e un “basta” non vengono presi sul serio, che devi ringhiare perchè lo siano.
L’ho capito dal confronto forzato col resto del mondo, quando mi sono ritrovata a pensare che uno qualsiasi dei miei amici avrebbe prima smesso, e solo poi si sarebbe sincerato della verità, perchè per noi il sentirsi al sicuro di una persona viene al primo posto.
Da una parte non è del tutto un male, perchè vuol dire che di base il mio habitat è un ambiente estremamente rispettoso, e io sono abituata a essere trattata bene, ma non bisogna scordarsi del mondo in cui viviamo, non bisogna scordarsi che, purtroppo, quelle non sono che isole felici in un mare di merda.
I miei amici nerd mi piacciono, perchè hanno la delicatezza nell’anima.
Non divorano niente e nessuno, rispettano tempi e modi, e danno alle persone la dignità di persone.
Si sbattono come matti per regalare a questo mondo sacche d’esistenza migliori.
E io di questo vado fiera.
E riconosco tutto il valore delle loro azioni, gli do pieno supporto, li ammiro.
Perchè è gente da poche chiacchiere e tanti fatti.
È gente che “no” è no e “basta” è basta, e ha l’umiltà di chiedersi “ma che, forseforse, ho fatto na cazzata? Forse potevo fa meglio?”, e sanno dire “scusa” e “grazie”, e non mentono mai.
E, su questo intendo essere molto chiara, non toccatemi gli amici, perchè se pensate di aver visto una bestia feroce in me, provateci, e vi sembrerà nulla a confronto.
E, vi assicuro, è vero anche il reciproco.
Perchè il valore di una persona sta proprio lì, in bilico tra il possesso e l’indifferenza, un sottile confine di libertà e valori.
Un posto in cui non ci sono dei e moralizzatori, non ci sono verità assolute, ci sono solo persone, e rispetto e affetto, e la possibilità di essere se stessi.
Perchè per ogni ragazzo che è stanco di essere forte, c’è una ragazza stanca di essere considerata debole.
Come disse una volta un mio amico, “ci sono solo ipotesi di liberazione da mettere in comunicazione”, e allora, forse, la differenza vera è proprio lì, nell’idea finale di sodalizio; per noi vuol dire imparare a essere liberi insieme, più liberi, più felici, essendo noi stessi; non contrattare perennemente su quanto debbano pesare le catene dei nostri legami, su a quante cose possiamo rinunciare, ma quante, invece, ne possiamo costruire.
Le gabbie non ci piacciono, non ci sono piaciute mai.
Nella mia idea d’amore bisogna prima di tutto capire che si ha davanti un altro essere umano, non una bambola di pezza a cui far interpretare il ruolo che vorremmo.
Smettetela di fingervi burattinai professionisti, non lo siete, non lo sarete mai, andate a divorare l’anima a qualcun altr* e lasciate in pace noi.
Perchè nella mia lingua stare a mezz’ore seduti in silenzio ma stare felici è sintomo d’affetto, forzare qualcuno a un contatto che non si sente d’avere è possesso, è arrogarsi un diritto che non si ha.
E sono stanca, stufa, arrabbiata, furiosa di questi omuncoli travestiti da Mangiafuoco, questi esserini meschini e totalizzanti.
Io non sono una cosa e non posso essere sottoposta a monopolio, sono una persona, e non posso appartenere.
I mostri, i veri mostri, siete voi, che vi mascherate da entità salvifiche e tentate di possedere, e quando non ci riuscite aggredite, insultate, schiumate di rabbia.
Voi che v’incazzate se non sono vostra, che vorreste subito tutto, servito su un piatto d’argento, come se fossi una bistecca al sangue.
La verità, cari miei, è che sono una bestia ancora viva, non un pezzo di carne morta.
Respiro, penso, mi agito, scelgo per me stessa…e questo vi fa incazzare a morte.


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