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Il declino e la Luce.

Da Barbaragreggio
Il declino e la Luce. Il cielo s’infrange sulle case, le fronde degli alberi sono scosse da minuscole onde d’aria, le foglie rivolte verso l’interno, chiuse. Conto le antenne, irte e molli, preda di nuvole corpose e pesanti. Le vedo piegarsi su se stesse, oscillare come lenze tese senza ragione. Tra poco pioverà e l’acqua inzupperà ancora una volta la terra nei vasi, già sul punto di debordare oltre il recinto di plastica. Due uomini passeggiano, mano nella mano, lungo il viale pedonale. Li spio come a sbirciare nella vita di un’intera generazione. Sono anziani, i capelli canuti si fanno radi sulla testa del più alto, mentre l’altro gli s’avvicina a sussurrare parole d’intima confidenza. Indossano calzature estive, nonostante il clima incoraggi a portarsi appresso il cappotto; sono fieri di mostrarsi uniti, a discapito del chiacchiericcio che li circonda. Avanzano alteri e impassibili, come scogli che infrangono l’ira del mare e la squarciano in migliaia di onde destinate alla debolezza della dispersione. Mi distraggo per un attimo da loro, alzo lo sguardo e fisso un punto in lontananza, dove il cespuglio informe di un colle si ritrae ai colpi del vento. Torno in basso, dai due amanti maturi, e li ritrovo a baciarsi. E’ un bacio lungo, quello di una non curanza evidente, di un amore robusto o forse solo di avversione contro le regole, radicata e incancellabile. Si toccano le spalle, con le mani avvizzite eppure curiose. M’infastidisce questa loro ostentazione. Non per la durata dell’effusione, ma per la vicinanza di un paio di vecchie pettegole che indicano i due, portandosi poi le mani alla bocca, simulando uno stupore che non convince. Chiudo la finestra, torno dentro. Alzo la temperatura del termostato, fa freddo ora che il sole è calato e non riscalda più i vetri. Lui è via, lontano. Starà lavorando nel suo ufficio piccolo e mal arredato, nell’incavo di un’azienda secolare e solida. Se ne sta lì, lui, con la sigaretta accesa e la testa impegnata. Lo vedo battere lento sulla tastiera, corrucciato di fronte a frasi che non lo convincono, numeri e simboli che faticano a convivere nella stessa pagina. Gli occhiali pesanti scavano due scanalature sulle tempie. Ne curerò i segni stasera. Si liscia la barba, come a lisciarsi i pensieri. Troppi, i suoi pensieri, per essere cancellati con un bacio. L’ho conosciuto che ero così maledettamente giovane! Era maturo, lui, per me. Anche troppo, troppo grande per me, con i suoi vent’anni di più. Era sposato, lui. Me ne innamorai poco alla volta, senza convinzione, sospinta da un sentimento crescente che, superato il limite del non ritorno, non seppi più ignorare. Era imponente, lui, con quelle sue spalle larghe, massicce, da rugbista. Portava i capelli lunghi, oltre la linea del collo, stretti in un elastico minuscolo. Li ha rasati, ora, quei capelli rossi che impregnava di brillantina. Un po’ li ha anche persi, invecchiando troppo in fretta. Ripenso al senso di sicurezza che mi dava, lui, con la sua azienda avviata alle spalle. Poi tutto si è sgretolato, perso nel vortice di una discesa senza tregua, costante e faticosa. Gli avvocati, le lettere, i timbri, buste chiuse a seccare la fine di un sogno. E io che crescevo senza crescere, intrappolata dal dolore. Lo amavo, nonostante tutto. E’ seduto alla scrivania, lui. E fa i conti, quelli che non tornano mai. Dovrà ingoiare il suo orgoglio, per farli quadrare quei quattro conti pendenti. Ingollerà risatine, sorrisetti falsi, frasucce buttate lì come spine nelle vene. Lo farà per me, per salvarmi ancora una volta. Il corpo risente del groviglio dei suoi pensieri. Gli duole l’anca, la gamba lo regge a fatica, è sempre affaticato e dolorante. L’ho assistito in ospedale. Era un rugbista, lui. Correva in moto, nuotava, giocava a calcio. Ora anche una banale passeggiata si trasforma in un calvario. Io non l’ho vissuto il suo passato atletico e spensierato. A me è toccato d’incontrarlo all’inizio della discesa, e con lui sono andata giù. Fino all’inferno. Sto risalendo, ora. Vedo la luce. Lui mi ha tenuto la mano per tutto il tempo. Lo amo, anche ora che il declino si è abbattuto su di lui. Lo amo al punto tale da attraversare ancora una volta i canali dell’inferno. Usciremo dal buio, insieme. Poco importa del dolore che sento ora, di quello che lacera la sua carne e riduce a brandelli i suoi pensieri. Lo voglio al mio fianco, quando vedremo di nuovo la luce. Sì, Luce. Barbara Greggio

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